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 1915  febbraio 21 Domenica calendario

IL TOPOLINO E LA GUERRA

Ma, spento il sorcio, restava più vivo che mai l’avvocato Ringa. Il quale, sempre gentile, non tardò ad avvisare il vecchio, caro amico e non men caro cliente nuovo, che lo minacciava un’altra disgrazia. Il restauratore dei biglietti, sbigottito dallo sfacelo che aveva compiuto quel maledetto topo e timoroso d’alienarsi il cervello, non tirerebbe innanzi nell’opera se qualche cosa non lo rianimasse. – E tu capisci bene che cosa!
– Cosa?
– La promessa di un compenso adeguato, giusto, più che giusto.
– Quanto?
– Quanto credi tu, carissimo!
E non ci sarebbe più nessun dubbio sul cambio?
L’avvocato rispose :
– Al cambio ci penso io.
– Dunque…
– Cento lire?
Il Ringa sorrise come a una proposta poco seria.
– Duecento?
Il Ringa scosse il capo, serio. Aggiunse:
– Non conosco altri, in tutta Italia, che possa assumersi un’impresa così difficile.
– Trecento? – esclamò arrossendo e impallidendo subito dopo il signor Grualdi.
E il Ringa si alzò da sedere.
– Cercherò di accomodar la faccenda in cinquecento, se credi. Se no… Ponzio Pilato.
Cinquecento lire! Sotto il colpo il caro amico rimase seduto, con la testa in giù. Finché ebbe attinta un’ idea a confermargli la fiducia di sé stesso: col frutto che s’attendeva dalle presenti condizioni del mercato, duemilacinquecento lire renderebbero abbastanza da riparare al discapito e l’Aurelia, alla peggio, non ci rimetterebbe nulla. Risollevato disse:
– Purché non lo sappia l’Aurelia! Ma è un bel danno!
– Eh. mio caro!, meglio perdere un dito che una mano.
Ora avvenne che di ritorno, per la strada, il signor Enea, corrucciato com’era, s’imbattè nel portalettere: il quale gli sorrideva in modo poco piacevole.
– Una cartolina delle solite, per la sua figliuola.
E gliela porse.
Delle solite? Rappresentava.... Chi la mandava? Come? lui? Tenente Riccardo Piterni. Rappresentava un topolino che pareva ridere sotto i baffi. Uno scherzo? Un brutto scherzo, uno scherno continuato, complice l’Aurelia? Ma in quale senso? Angustiato, furibondo, il padre corse a casa. Investì la figlia. – Che scherzi sono questi? E te ne ha mandate delle altre? Così? Una collezione di topi, babbo!
L’Aurelia rideva, lieta e gioconda; umile come di rado.
– Per schernirmi? Spiegati! Parla!
E la figlia, anzi che sdegnosa, fece ciò che da un pezzo non aveva fatto. Abbracciò il padre, teneramente. Poi disse:
Tu, babbo, non capisci nulla!
Non capiva che quelle cartoline, quei topi, significavano un’impressione profonda nel cuore dell’ufficiale; non capiva che Piterni l’amava sin dal primo momento che l’aveva vista.
Non capisco...? – il padre insisteva.
Ma l’Aurelia, quasi pentita del suo abbandono, fiera :
Gli scriverò io, a Piterni, che la smetta. Tu sei permaloso. Basta!
Manifestamente essa ignorava per che disastro il padre non poteva più veder topi senza fremere. Ebbene, egli fu allora tentato di confessar tutto: e per la fatica del resistere si rabbuiò, guardò torvo a terra, sospirò.
Insomma, babbo! cos’hai oggi? Avviandosi alla sua camera egli trovò il ripiego :
– Quel povero Belgio....
Il Belgio? Eh! via! Lo conosceva bene, lei,  suo padre! Aveva qualche cosa di peggio, addosso.
E l’altera si mise a origliar dietro l’uscio paterno.
– Sto peggio io ! – il padre diceva sfogandosi. – Il Belgio alla fin fine ha l’appoggio dell’Inghilterra, che paga in oro. Non le tritan mica i topi, le sterline!
Un sospiro; una pausa. Quindi:
– Cinquecento lire per rappezzarne duemilacinquecento! E il venti per cento, signor avvocato Ringa! E questo si chiama strozzare il prossimo. Dove le investirò io le duemilacinquecento per ricavarne il venti?
Altra pausa. Eppoi un grido trattenuto appena.
– Accidenti! E la moratoria?
Se ne era dimenticato!
– Oh povero me! – Finché durava la moratoria nessuno ch’egli conoscesse avrebbe bisogno urgente di quattrini. Anche la moratoria! Una parzialità; un’illegalità del Governo, per tener quieta una classe a danno di un’altra! Sempre così! Intanto l’Aurelia pensava che duemilacinquecento più cinquecento fan tremila, e indovinava che le tremila lire da rappezzare (tritate? dai topi? il topo? quel topo?) non potevan esser che le sue. Senza dirle nulla!...
– Bisogna finirla! – concluse più forte il signor Enea. – E per finirla non c’è che un rimedio : la guerra!
L’Aurelia scappò. Egli usciva ripetendo:
– Guerra! guerra!
Sì lo confortava questa idea che andò subito al Caffè Grande a cercar assenso.
– Ragioniamo. Se la neutralità armata costa quanto la guerra, credete che si possa tirar molto in lungo? La guerra almeno –  correggetemi se dico male – risolve tutto e va per le spiccie!
– Non dicevate anche voi – osservò un amico – che è il più tremendo di tutti i flagelli?
–Verissimo! – egli ribattè. – Ma, scusatemi, non è meglio un colpo secco che una tisi?
–Verissimo! – No. L’esempio non calzava. – Discussero, questionarono, argomentando sul Belgio e su la Svizzera. Alcuni però non sapevan comprendere come il signor Enea, ostinato sempre, avesse potuto mutar opinione dopo poco tempo. Appariva mutato anche negli occhi. Che gli era successo?
E allora ci fu chi si ricordò d’averlo visto uscir tutto sconvolto dallo studio del Ringa.
 
IV
 
Dal Ringa il signor Enea tornò sol quando ebbe avviso che i biglietti erano aggiustati; andasse allo studio. Vi andò come un cane rientra, attratto dall’appetito, nella cucina dove fu scottato dall’acqua calda. Ma a vedere la racconciatura, riprese l’animo e tutta la fiducia di sé. Nessuno che avesse visto in qual modo i biglietti eran ridotti avrebbe detto eccessivo il compenso di cinquecento lire per un lavoro così difficile.
Vi si scorgeva, nelle carte, qualche vano o qualche aderenza non perfetta; nell’insieme, però, la ricomposizione era paragonabile al rifacimento di un mosaico infranto. Che pazienza!
– Ebbene, lo crederesti? – esclamò il Ringa. – La Banca d’Italia rifiuta il cambio!
A queste parole il signor Enea si sentì gelare il sangue: ciò che doveva rendergli più dolorosa la nuova scottatura, che già presentiva. Seguitò l’altro:
– Il Direttore, il mio amico carissimo, ha consigliato di rivolgerci al Ministero. Quasi che io e tu non sapessimo cosa vuol dire rivolgersi al Ministero! Non siamo mica imbecilli!
– Cosa vuol dire? – dimandò, a voce tremula, la vittima, restando a bocca aperta.
– Ottenere questa risposta : che lo Stato non garantisce i biglietti rosi dai sorci. Ma io... Il signor Enea, dopo aver respirato forte,|richiuse la bocca.
–... io ho già provveduto: e il cambio, se tu approvi quanto ho fatto e faremo, l’otterremo di sicuro. Garantisco!
 
Quindi il Ringa riferì che a Roma ci aveva un collega deputato cui al Ministero del Tesoro non si negava nulla.
– S’intende, nei limiti del diritto.
Alla richiesta se accettasse di patrocinare causa sì giusta, l’onorevole collega non aveva opposta difficoltà alcuna.
Perché dunque l’avvocato non sorrideva? non diceva «caro mio» e «mio caro»? Taceva?
– Quel che fa lei è ben fatto – mormorò per uscir di pena il martire.
– Adagio. Tu sai che spesso ha valore di diritto anche la consuetudine. A chi, per vie extralegali, sebbene oneste, ricupera una somma che legalmente sarebbe perduta, la consuetudine concede.... Lo sai, eh?
Il signor Enea scosse il capo.
–... Concede la metà della somma medesima.
Misericordia! Altro che acqua calda! Tutto il sangue corse al cervello di quel poveretto;  gli avvampò la faccia; dubitò d’un colpo apoplietico.
– Ma io, mio caro...– il Ringa soggiunse pronto – io, pur ammettendo che l’amico onorevole.... X (segreto professionale) non è ricco, non è uomo da prestarsi gratis et amore, spero di persuaderlo che anche tu non sei ricco...
– Era la dote di mia figlia! – gemè salvo dal colpo ma in lagrime il signor Enea. – Le ritirai dalla Banca, queste tremila lire, senza che lei lo sapesse, per farle fruttare di più! Eran l’eredità della sua povera madre!
E il Ringa, commosso:
– Quanto mi dispiace! Ebbene, invece di millecinquecento, gliene daremo mille, e si contenti!
– Mille lire! – urlò balzando in piedi il cliente. – Poi ricadde a sedere con la faccia tra le mani.
Alzandosi a sua volta, non più commosso, l’avvocato concluse :
– Se tu trovi chi ti consigli meglio, non far complimenti: pigliati i biglietti e va da lui. lo non ti dico: o bere o affogare; mi parrebbe una crudeltà. Ti dico: meglio perdere una mano che un braccio.
Figurarsi in che condizioni il misero – dopo aver ringraziato –tornò a casa! Era risoluto di confessarsi alla figliuola, e di sopportarne i rimproveri più aspri, pur di levarsi l’intollerabile peso d’addosso.
E l’Aurelia cantava. Cantava non come una volta, quasi forzata dalla giovinezza e ad onta della sua alterigia, ma di pieno cuore. La letizia le sprizzava dagli occhi.
Non più per amor proprio il padre si trattenne ancora; si trattenne per pietà di lei. E per sfogarsi, al solito, si rinchiuse in fretta nella sua camera.
Dall’uscio l’Aurelia udì che diceva :
– Mille lire! Mille per salvar le millecinquecento che mi restano! E solo mille perché Ringa è un galantuomo che si mette nei miei panni, che è amico di un deputato influente al Ministero! Non è un’infamia?
Povero babbo! Entrare, correre a consolarlo, e dirgli: – Che m’importa di millecinquecento lire se sono felice? – Egli però aveva il torto di non confessare a sua figlia l’errore commesso, il danno patito. Inoltre, quando poteva, la contrariava sicuro di pensar bene solo lui. E se gli riusciva di riparare a quella disgrazia, non contrasterebbe alla volontà di lei?
Dentro la camera, il babbo riprese più forte:
– Sfruttatori! mangioni! canaglie! La burocrazia! Ecco chi è che offende e tradisce la giustizia! Per aver giustizia bisogna comprarla! Ma è ora di finirla! La guerra? Che guerra! Rivoluzione ci vuole!
Non era giusto dopo quanto gli era successo?
Infatti la sera di quello stesso giorno, al Caffé Grande, il signor Enea lasciò comprendere d’avere di nuovo mutato idea. La guerra risolverebbe molti problemi internazionali; non muterebbe le condizioni interne.
– E qui è il guaio più grande. La burocrazia e il parlamentarismo (correggetemi se dico male) sono la cancrena dell’Italia. E per la cancrena non basta il ferro; ci vuole il fuoco: la rivoluzione!
– La rivoluzione! – esclamarono alcuni.
Impazziva? Impazzito? Ma altri sorrisero, ammiccarono tra loro.
E uno disse:
– Vedete? Quando un uomo d’ordine, un uomo serio, un uomo di giudizio, un nostro amico, è condotto a invocare la rivoluzione solo perché un.... (topolino?) un imperatore si è lasciato eccitare dalla burocrazia o dal parlamentarismo o dalla sua testa a rovinarci tutti, vedete se non dobbiamo maledire il.... (topolino) il più gran flagello che ci sia al mondo ! Perché, signor Enea, la guerra è anche peggio della rivoluzione sociale!
Il signor Enea corresse:
– Non ho detto sociale. Ho inteso dire, scusatemi, rivoluzione
V
 
E la rivoluzione sociale....
– Noi! noi la faremo! Da una parte la macchina che ci stritola; il governo; la camorra dei pezzi grossi e dei politicanti : soprusi, angherie, ingiustizie, corruzione, immoralità (del falsario a me! del ladro a me!); e dall’altra parte i trionfatori: il proletariato. A un proletario gliele avrebbero cambiate subito, poveretto!, le tremila lire!
Forse il proletario non le avrebbe riscosse per specularci sopra borghesemente; ma il signor Enea era ormai del tutto fuori di sé. Parlava per la strada come se fosse al Caffè Grande o nella solitudine della sua stanza; e parlava e gestiva e cercava di ragionare, in tal modo, per resistere, per non piangere, per non gridare il suo martirio al cielo e al mondo intero. Che infamia!
Del falsario a me! Del ladro a me!
Sembrava matto davvero.
Ghigliottina! Corda! Fuoco! La faremo noi, poveri borghesi bistrattati, maltrattati, calpestati, calunniato! Addosso, canaglia! Ah, tremi, commendatore? Ah non hai il coraggio di dirmelo in faccia, adesso, che questi biglietti sono falsi? E tu, «mio caro», «caro mio....» e il tuo onorevole X: birbanti!
Ma che cosa gli era successo oltre il resto? Qualcuno gli tenne dietro; poi corse al Caffè. E la solita compagnia attese congetturando e ridendo che il solito informatore, lo scritturale del Ringa, il quale aveva buone orecchie anche lui, venisse a soddisfare la loro curiosità.
Intanto il signor Enea correva a casa, per gettarsi disperato tra le braccia dell’Aurelia. E dirle :
– Non solo falsario; ladro! Se tu vuoi, tu, sangue del mio sangue, tu puoi mandarmi in galera!
Che era avvenuto? Questo: il Ringa l’aveva invitato allo studio, d’urgenza, per dargli questa bella notizia : che si trovavano tutti in un grosso guaio; e a causa di lui, Grualdi, il quale avendo imposto il segreto, fin da principio, sul topo, si era sprovvisto delle testimonianze a difesa, per sé e per gli altri. Brutto affare! Erano sospettati tutti di frode in danno dello Stato: il restauratore come complice, l’avvocato come consigliere, l’onorevole come corruttore!
Una cosa incredibile: ritenuti falsari perché.... perché a un capodivisione, un commendatore di lassù, la rabberciatura era parsa.... troppo ben fatta!
A udir ciò, il signor Enea, più che la stretta del pericolo, aveva patita l’offesa alla sua intelligenza; aveva dato un calcio mentale alla modestia.
– Io non sono un imbecille!
Infatti chi non avrebbe dubitato d’un imbroglio? Se non che il Ringa all’esclamazione di lui aveva aggiunto con non minore energia :
– E siamo galantuomini! Dal mostruoso processo saremmo assolti tutti, lo so. Ma e le spese? E il risarcimento dei danni? Toccherebbero a te!
Allora il signor Enea si era umiliato a chiedere spiegazioni; e le aveva avute, ahimè, non più dubitabili. Per alcune piazze circolavano biglietti di banca composti di tanti pezzetti che i falsari toglievano dai biglietti buoni. Onde il sospetto di quel capodivisione, di quel commendatore a cui l’onorevole si era rivolto per ottenere il cambio : che approfittando di alcuni biglietti evidentemente rosi dal sorcio, si cercasse farne passare altri, non buoni, alla stessa stregua.
S’intende che lo scopo del commendatore non è quello di farci del male; è quello di risparmiare un migliaio di lire allo Stato. Si quieterà subito, e ci concederà il cambio dei biglietti che sono appunto rifatti peggio, se rinuncieremo al cambio degli altri, dubbi per lui. Ti ricordi? I meglio riusciti sono uno da cinquecento e quattro o cinque da cento.
Ma io non sono un imbecille! – aveva ripetuto con un calcio anche più poderoso il signor Enea. – Il commendatore vuol mangiarsele lui, le mille lire, e non le avrà. No, no e no!
Il Ringa sorrideva. L’energia gli piaceva. Né, dopo tutto, gli spiaceva il processo. Reclame! Temeva però che il suo cliente corresse un brutto rischio; dal processo risultasse un’altra cosa... ehm!
– … Quel che mi hai detto tu stesso, mio caro. Pur troppo anche il segreto professionale ha un limite. Tua figlia è maggiorenne. Tu ne hai ritirata la somma, dalla Banca, senza il suo consenso – io lo so; dovrei dirlo –; e tu hai commessa un’appropriazione indebita, semplicemente.
E alla minaccia di far così bella figura il signor Enea era tornato modesto più che mai. A poco a poco aveva ceduto come chi s’arrende a discrezione.
Che discrezione!
Aveva firmata una dichiarazione esplicita, la quale esimeva l’avvocato Ringa da ogni responsabilità; per di più, aveva accettato un «saldato» senza bisogno di «specifica» nella partita. Infatti non bisognava molta intelligenza a far tornare il conto:
Date al restauratore dei biglietti.... L. 5oo
Date all’onorevole X……………….”1.000
Rinunciate allo Stato……………….”1.000
Competenze e spese vive per l’avv...”   500
                                                          _______
                                                          L.3.000
VI.
 
Il padre che stava per accusarsi reo alla figlia non aveva finito il doloroso soliloquio quando, rialzando gli occhi, egli vide lei, l’Aurelia, con un uomo. Sua figlia a braccetto d’un uomo ch’egli non conosceva! Rea, dunque, anch’essa. E rea essa rimase agli occhi paterni, sebbene il signor Enea ravvisasse poi nello sconosciuto il tenente Piterni in abito borghese.
Torvo, non rispose al saluto dell’uno, alla giuliva risata dell’altra.
Ho da parlarle – disse il giovane.
Anch’io – il padre fece, sempre torvo, – a tutti e due.
Ed entrato che fu col Piterni nella sua camera – Lei.... – cominciò.
Ma l’innamorato gli chiese senz’altro la mano della figlia.
Ah! Al lampo che gli attraversò la mente il signor Enea chiuse gli occhi. Rispose, risoluto, forte :
– No!
E il giovane, tranquillamente:
– Me ne duole per lei, perché l’Aurelia è maggiorenne e credo la disubbidirà; e me ne duole per me, perché io non mi credo indegno di divenirle figliuolo. Benestante; la professione, bene avviata; non più in servizio militare....
– L’Aurelia – interruppe il padre aprendosi di colpo, cogli occhi pieni di lagrime – l’Aurelia non ha più dote!
Tranquillamente l’ufficiale ribatté:
– Non le ho chiesto una dote; le ho chiesto la mano dell’Aurelia.
La commozione del signor Enea a tali parole divenne un tumulto di affetti e di idee, di ricordi e di speranze. Quel giovane, quel bel giovane, assunse ai suoi occhi l’aspetto di un eroe. Ed egli scattò in piedi, stese le braccia al paterno abbraccio, il viso al bacio paterno.
Ah la patria contro cui aveva inveito, imprecato, che figli aveva! che figlio gli dava!
Soldato d’Italia! – esclamò. – Ma – e si rimise modestamente a sedere – davanti a questa prova di disinteresse e d’amore, io non voglio, io non posso più tacere. Sentite.
E cominciò la storia decadendo a un tono minore di mano in mano che procedeva. Affannato, era al punto in cui nel fatto interveniva l’onorevole X, quand’ecco il prossimo genero l’interruppe:
Ma che onorevole! Ma che capodivisione! Tutto un imbroglio dell’avvocato per mangiarseli lui, i quattrini, meglio del topo!
Il signor Enea si era dunque lasciato imbrogliare. Peggio : Piterni dunque sapeva tutto o quasi tutto!
Chi vi ha detto....? – gridò il poveromo.
– L’Aurelia – rispose il giovane.
– L’Aurelia!
– Sì, babbo – ella confermava entrando con aria di persona che si sforza d’esser mite. – L’hai detto tu. Io ti ho udito e ho taciuto sempre per non mortificarti.
Se non che a vedere in quale umiliazione si abbatté il padre, L’Aurelia fu vinta anch’essa; si abbassò ad abbracciarlo, a baciarlo, mormorandogli :
– E tu, così intelligente, così bravo, non ti accorgevi che non me ne importava nulla e che io ero felice!
Il padre di tal figliuola poteva essere un imbecille?
– Siate felici, figli miei! – egli gridò, in piedi, sodisfatto. E concluse:
– Purché non sappiano la mia sventura i miei concittadini!
 
La sera i concittadini del Caffè Grande trovarono nel signor Enea l’uomo d’una volta, modesto a parole; e del tutto pago di sé. Si aspettavano tutt’altro; si aspettavano la rivoluzione sociale. Come mai? E ascoltavano scontenti.
– Siamo d’accordo. – Egli parlava nell’usato modo. – La guerra è il più gran flagello che si possa dare al mondo : strapazzi al di là delle forze umane; ferite orrende; morti di spasimo; stragi; lacrime senza numero; e rovina; miseria; moria. Non basta. Questo flagello si tira dietro certe disgrazie particolari che in confronto alle altre sembrano da poco:e guai invece a chi toccano!
E toccano proprio a chi nella guerra non ci ha né arte né parte.
Tacque, sogguardando, furbo. Visto uno ammiccare, d’intesa, ripigliò :
Per me, per mia disgrazia, a Guglielmo l1° si è alleato –
E aspettò, sogguardando.
L’avvocato Ringa! – sfuggì detto a uno dei più curiosi. Era fatta. Subito due, tre, corressero con grandi risa :
No. Un topolino! Un topolino!
Sghignazzavano. Ma ride bene chi ride ultimo.
Il signor Enea non si scompose. Quando si furono calmati, si alzò e disse:
– Io non so nulla, non capisco nulla. Credo però che se non ci fosse stata con la guerra questa alleanza a mio danno, io oggi non sarei così felice.
E senza badare come i suoi concittadini restavano alla profondità filosofica del suo modesto pensiero, se ne andò glorioso e trionfante.