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 1915  febbraio 21 Domenica calendario

NECROLOGIO

– Morire – eh! – morire è inevitabile, fatale; ma non si dovrebbe morire quando si è ancora nella pienezza della vita e delle energie, come il povero buon Giovanni Bistolfi, redattore del Secolo, spentosi a 53 anni, dopo una vita modesta, ma operosissima, passata dal Folchetto al Fracassa a Roma, poi a Milano alla Lombardia, a Firenze al Nuovo Giornale, indi a Milano ancora, al Secolo, dove, da sei anni, era apprezzato per il suo spirito, le sue svariate cognizioni, e la sua bontà, ed era considerato, più per la dolce bonarietà che per l’età, come il papà della redazione.
– E nemmeno si dovrebbe morire a soli 57, come Oreste Calabresi, il magnifico caratterista, che per più di trenta anni fu ricercato dai principali nostri autori drammatici e fu applaudito sempre, e coperto di onori da tutti i grandi pubblici dei primarii teatri di prosa d’Italia e di fuori.
Era nato a Macerata nel 1857. Anzi, a proposito del ’57, aveva nutrita da trent’anni una strana superstizione. Un giorno, mentre faceva ancora parte di una compagnia di guitti, una zingara, dopo avergli esaminata la mano sinistra, gli aveva predetto :«Farai una bella carriera ed uscirai dalla tua presente miseria. Avrai onori, ricchezze, soddisfazioni, trionfi e.... morrai a cinquantasette anni....».
La predizione, fu per lui uno di quei nodi spirituali, che per i comici hanno generalmente grande valore di vita. Diceva ridendo, ad un amico, recentemente:
«Sono nato il 7 del mese di maggio, cioè il quinto mese dell’anno ed il settimo giorno: ancora dunque 57! Aggiungi, che se prendo una vettura, un automobile, se scendo in un albergo, otto volte su dieci, vettura, automobile, camera, hanno un numero in cui entra il 57! Insomma entro questa data fatale, dovrò, se le profezie non errano, prendere l’ultimo treno!...» La fatale predizione si è purtroppo avverata!
 Oreste Calabresi non era figlio d’arte. Ancora ragazzo’ trasferitosi con la famiglia a Roma, compiuti i primi studi, fece il saltafossi cioè il commissionario del principale e dei suoi commessi presso una grossa sartoria. La passione di recitare ad ogni costo lo prese; piccole società di filodrammatici lo accolsero e le diverse sale romane popolari, lo videro ora Orlando Furioso ed ora Pulcinella, sui più bassi gradini della gloria.Verso il 1881, incominciò la sua vera vita d’arte, con uno Stenterello, certo Mori, che conduceva la compagnia per fiere e villaggi, Calabresi vi rimase cinque anni e fu questo uno dei suoi periodi più caratteristici, più affamati, più avventurosi. Ma lasciato il Mori, andò subito con Attilio Regoli, avendo per primo attore il notissimo Enrico Capelli per la cui malattia la compagnia si sciolse.
Finalmente, eccolo ancora galleggiare, con Cesarina Ruta, con Serafini, con Vitaliano e Pieri. Eccolo sostituire Angelo Vestri nella compagnia di Giovanni Battista Marini. Fu il suo battesimo del fuoco, l’inizio della fortuna. Da allora i suoi trionfi furono innumerevoli. Fece parte della compagnia  Reiter-Leigheb; con Luigi Carini e col Guasti. Allora ribadì la sua fama interpretando Gelosa del Bisson e quei Due Blasoni di Blummenthal che servirono poi di modello alla più moderna interpretazione dei Transatlantici.
Ormai l’attore si affinava, si migliorava. Lo ritroviamo capo-comico  con Irma Gramatica e con Virgilio Talli. Lo rivediamo primo interprete di Come le foglie di Giacosa. Più tardi, è l’opera di Butti, e quella di Rovetta che chiede la vibrazione della sua anima e quella della sua voce calda e comunicativa. Chi non ricorda il Re burlone? E chi non ravvisa nella Figlia di Iorio la figura carnale di Lazzaro di Roio?
È questo forse, per Calabresi, il momento di maggior splendore. L’artista si è fatto completo, dispone di tutte le sue corde, di tutti i suoi mezzi. Ha stabilito una sua virtuosità. Ma la compagnia si scioglie. Si riforma con Teresa Mariani, più tardi con Sabbatini e Ferrero.
Ed è l’ultima, la definitiva, quella del congedo. Col nuovo anno comico, infatti, Oreste Calabresi, dopo trentaquattro anni si sarebbe ritirato a vita privata. Avrebbe abbandonato l’arte…Vi pensava con uno struggimento accorato…e ne è morto!...
–  Un altro senatore è scomparso il 10 febbraio – L’avv. Giovanni
 Severi, di Arezzo; fu volontario garibaldino nelle campagne dal ’59 al ’67; fu deputato radicale della sua città nativa dal 1880 al 1886 poi dal 1892 al 1897, seguendo specialmente Cavallotti; fu nominato senatore nel 1904 da Giolitti.
– Chi non ha avuto fra mano il notissimo Dizionario di pensieri e sentenze di Nicolò Persichetti? Ebbene l’autore di questi due popolari volumi, nobile abruzzese, marchese di Santa Mustiola, piacevolissimo conversatore, coltissimo, storico archeologo in fondo all’anima repubblicano e guelfo, è morto ora, a sessantasei anni a Roma dove viveva
– Una singolare figura di organizzatore nel campo cattolico fu il prof. Nicolò Rezzara, nativo di Chiuppano (Vicenza), ma da quasi quarant’anni in Bergamo anima e perno di tutte le istituzioni moderne (tipografie, giornali, banche, associazioni operaie, scuole, circoli elettorali) con le quali il partito cattolico, gareggiando con gli altri partiti, specialmente popolari, è venuto diventando una vera potenza della provincia di Bergamo, in quella di Brescia nel Veneto – essendo riuscito il Rezzara a suscitare
dovunque emuli e discepoli. Egli faceva parte di numerosissime istituzioni locali; in tutte portava l’energia della sua volontà e la saldezza dei suoi convincimenti. Non aveva che 67 anni, e con lui il partito cattolico militante perde un’energia divulgatrice ed organizzatrice difficilmente sostituibile.