Illustrazione Italiana, 21 febbraio 1915
BATTAGLIA MODERNA
BATTAGLIA MODERNA.
Sui campi di Prussia, di Polonia e di Galizia si è a mano a mano andata sviluppando, con furioso crescendo, fra austro-tedeschi e russi, una formidabile battaglia.
Essa ha tutti gli atteggiamenti esteriori della grande battaglia odierna. E immensa, ed è subdola.
È cominciata il giorno 26 di gennaio: ha proseguito, con violenza sempre maggiore, fino al l°di febbraio: dal 1° di febbraio al 7 si è delineata in tutta la sua grandezza. Si è svolta insensibilmente, con graduati trapassi. Fino al 5 di questo mese ne abbiamo ignorato la vastità. Pure, dinanzi a Varsavia, su un tratto di terreno non più largo di 10 o 12 chilometri, diecine e diecine di migliaia d’uomini e centinaia di cannoni tedeschi (non però, quasi certamente, sette divisioni e 600 cannoni, come fu detto) furono riunite per vincere la resistenza russa. Si ammucchiarono di fronte a Borzymow forse cinque o sei soldati per ogni metro lineare, e forse un cannone stette su ogni trenta o trentacinque metri.
Poi, la battaglia parve languire per quattro o cinque giorni. Sembrò che fosse stata uno dei soliti tentativi degli austro-tedeschi per sfondare la linea nemica gettandovisi sopra a testa bassa, come fa il toro infuriato sull’ostacolo. No. Ad un tratto la mischia si riaccese, mutando luogo. Non più le notizie parlarono della Polonia già tre volte contesa, e dei trinceramenti sulla Bzura, che sembrano così leggero schermo di Varsavia, e pure non furono potuti superare dai soldati dell’ Hindenburg, nemmeno dopo la vittoriosa avanzata del dicembre. L’irresistibile pressione tedesca si fece sentire nella Prussia orientale, dal Niemen ai Laghi Masuri ed alla Vistola : là, trasportate dalle numerose ferrovie, comparvero le avanguardie massiccie di nuovi corpi combattenti, e l’esercito russo fu ricacciato contro la muraglia formata dalle fortezze, che dal Niemen, per le paludi del Bobr, finiscono sulla Narew. L’aggruppamento tedesco dinanzi a Varsavia e il furioso attacco delle trincee russe erano stati una finta per attirare il nemico al centro della sua linea, e per schiacciarlo ad una delle estremità.
Giorni e giorni passarono ancora. Anche la minaccia vera richiese tempo per svilupparsi e per produrre effetti. Oggi, mentre scriviamo (e siamo giunti al 16 di febbraio), essa continua lenta e inesorabile: nè si può prevedere ancora con che risultato. Ma come prevedere il risultato di una battaglia, che si stende per più di 1.000 chilometri, ed è disputata già da 20 giorni da più di 4.000.000 di soldati, fra tutte due le parti? Si può dire solo che il comando supremo tedesco forse vuol cogliere di rovescio l’esercito russo schierato sulla Bzura, e impadronirsi di Varsavia. Girando la resistenza principale russa, che è quella opposta frontalmente; approfittando del ghiaccio che rende transitabili i fiumi tra le fortezze le quali, altrimenti, sarebbero state ostacolo grave all’avanzata; l’azione tedesca può ripromettersi infatti quegli scopi. Ma la fortuna o la sfortuna non si dichiareranno subito. Le nazioni dovranno ancora far calcolo della loro resistenza nervosa ad ogni angoscia e dovranno sopportare lunghe incertezze e lunghi dubbi, prima di sapere se quest’ultimo sforzo immane è stato coronato o no dal buon successo. Un’altra battaglia di un mese, insomma, si è venuta ad aggiungere a quelle che già conoscevamo.
Tutti gli elementi di questa guerra delle nazioni sono stati smisuratamente ingranditi. Noi stiamo combattendo, oggi, guerre di giganti.
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La vastità dello spazio, la lunghezza del tempo, il numero infinito dei combattenti sono le caratteristiche della battaglia odierna. La comprende forse meglio chi è lontano, la sente forse più intensamente chi l’immagina. Chi ci è dentro, chi la fa, non vede che la valle dove tutto il giorno ha combattuto, o il colle, seminato di cadaveri, al quale è potuto finalmente giungere, la sera. Tutto l’altro terreno e gli altri combattenti sfumano per lui, come in un ambiente di pace e di serenità.
Ricordate come erano state definite, pittorescamente, le ultime battaglie della guerra di Manciuria? Dei paesaggi con qualche bioccolo di fumo. Adesso, in molti luoghi, non c’è nemmeno il bioccolo di fumo. Sulle immense distese, che vanno dal Mar Baltico al confine romeno, o dalla Manica ai monti della Svizzera, quanti e quanti paesi sono in pace sotto la neve, nei quali il contadino attende indifferente a preparare gli arnesi per il prossimo marzo, senza sentire nemmeno l’eco del cannone lontano! Ma la battaglia ha un suo invisibile legame che collega tutte le sue membra; e la fortuna di un esercito passa sopra le campagne tranquille, per giungere a quelle dove si decidono le sorti delle nazioni. La lotta si afferma soltanto in alcuni luoghi: mostruosa, enorme, piena di carni straziate e di sangue colante, allora; e da quei luoghi, a tratti, capricciosamente, balza e svaria verso altri, senza mai dar tregua. Oggi in pace, domani con la morte in casa, e poi ancora in pace: impropriamente noi, memori del passato, chiamiamo battaglie, quelle che si svolgono sulla terra di Francia e di Polonia. Esse sono invece la guerra, tutta la guerra fra le nazioni, con i suoi momenti di furore e di stanchezza, di vittorie e di sconfitte.
L’aneddoto è conosciuto. Luigi XVI°, sentendo urlare di fame e d’odio il popolo sotto le finestre del suo palazzo, chiese ad un cortigiano: E una rivolta? – No, sire, è una rivoluzione. – Non era un episodio, era tutto. A chi domandasse oggi se le lotte accanitissime di Francia e di Polonia sono battaglie, noi dovremmo rispondere: «Non sono battaglie: sono la guerra, tutta la guerra fra le nazioni».
Si comprende come il lettore difficilmente giunga ad immaginare questa enorme forma di lotta. Tutta la sua coltura, tutta la tradizione, glielo impediscono. La battaglia, finora, esisteva in sé e per sé: le operazioni di guerra non avevano altro scopo che giungere ad essa in buone condizioni : essa era il risultato di tutto quanto si era fatto. Aveva un suo principio, un suo sviluppo, una sua fine: era un pezzo staccato dall’insieme delle operazioni, chiuso in sé chiaramente visibile, e facilmente seguibile nei vari momenti. Dicendo Austerlitz si riassumeva una serie di meravigliose marcie e di meravigliose manovre: si capiva che quelle e queste non erano state che il mezzo per giungere all’unico, decisivo scontro : quel nome era come il sole, che offusca tutte le altre stelle che lo hanno preceduto, nella bella mattinata. Può darsi che torni ad essere così : noi non vogliamo stabilire nessuna teoria di guerra, che la pratica potrebbe domani smentire: ma certo oggi non è più così. Oggi la battaglia non ha più forma.
Nella lunga, incessante lotta che serpeggia con figurazioni capricciose su tutta la fronte, un giorno in un certo punto, un’azione si disegna e diventa insistente. Ma sarà l’inizio vero di una grande battaglia? O non sarà piuttosto la continuazione, per impulso di soldati che si annoiano nelle trincee, della vagabonda fucileria dei giorni precedenti? Chi può dire? Si è sempre combattuto un po’ qui, un po’ là: il nuovo attacco non ha nulla che lo distingua dagli altri: potrebbe essere uno dei tanti. Alcuni giorni passano, mentre quell’azione continua a svilupparsi con maggiore insistenza: ma i capi sono restii a muovere soldati. Occorre molto tempo per ogni spostamento, e, d’altra parte la pressione avversaria non può produrre effetti immediati. Le truppe anche inferiore di numero, possono resistere bene in posizioni accuratamente fortificate. Hanno scavato il terreno a profondità d’uomo: lunghe strade tortuose conducono alle trincee frontali dai luoghi d’irradiamento, che sono al coperto dalle offese nemiche. Davanti alle trincee hanno spazzato le campagne, abbattendo piante e facendo saltar case: sotto il suolo hanno disposto mine pronte a scoppiare all’avanzata nemica. Dietro il terreno sgombro, a pochi passi dai parapetti, aggrovigliamenti di fili di ferro sono stati tesi per 40 o 50 metri: sono i reticolati difensivi, insorpassabili. A sostegno delle trincee di fanteria vigilano, in ripari blindati, centinaia di cannoni da campagna. A sostegno anche di questi, più indietro di cinque o sei chilometri, aprono le mostruose bocche le artiglierie pesanti, i lunghi cannoni, gli obici ed i mortai. Diecine e diecine di migliaia d’uomini circolano in quelle strade incassate, e abitano le camere sotterranee, come in una grande città di formiche. Là vivono e là muoiono : i proiettili e le malattie falciano con ugual fortuna i combattenti.
Gli aeroplani, i dirigibili, le pattuglie di scoperta, le spie, cominciano intanto a dare informazioni più sicure di ciò che fa il nemico. Il comandante percepisce l’importanza del movimento che da giorni sta osservando, e concepisce il disegno d’operazioni. Ma come è lungo far arrivare soltanto ai corpi più lontani la volontà del capo! Le notizie, per quanto trasmesse con i mezzi più rapidi, radiotelegrafìa, telegrafo, telefono, automobili, ciclisti, impiegano, salendo di gradino in gradino, mezze giornate per giungere al comandante: gli ordini impiegano altre mezze giornate per ridiscendere dal comandante agli ultimi riparti. Le truppe allargate su vaste estensioni di paese, ricevendo i nuovi ordini, debbono cominciare a riunirsi. Se una minaccia grave si disegna lontano, faticosamente e stentatamente sono avviate verso i nuovi luoghi di combattimento. Giorni interi sono impiegati soltanto per caricare e scaricare sui treni uomini, cannoni, cavalli e carri. Centinaia di convogli principiano quindi ad inseguirsi sulle vie ferrate, a intervalli di quindici, di venti minuti : poiché un treno della composizione solita di 35-40 vetture non può trasportare più di un battaglione, o di una batteria d’artiglieria, o d’uno squadrone di cavalleria : e, in un corpo d’esercito di tre divisioni, i battaglioni variano intorno ai 40, le batterie alle 20 e gli squadroni ai 6, senza contare gli infiniti carriaggi. Dove le truppe discendono, pare che popoli intieri emigrino, pieni di ansie e di desideri diversi. Dai pontili improvvisati, giorno e notte, si riversano esse, come acque da una sorgente, verso la linea di battaglia, ad ingrossare sempre più le file dei combattenti.
La lotta, prendendo le mosse da questi agglomeramenti di nazioni anziché di eserciti, non può che essere gigantesca. Ed ogni giorno che passa la rende più vasta, perché manda a combattere a poco a poco tutti gli uomini, anche invalidi, del paese. Erano scesi in campo, al principiare della guerra, soltanto i più giovani e robusti, che potevano considerare con chiari occhi e senza sgomento i travagli delle notti piovose e delle mattinate gelide : oggi gli eserciti sono gonfi di tutti coloro che possono tenere in mano un fucile. La Germania deve avere sotto le armi più di quattro milioni di soldati; forse anche quattro la Russia; forse due e mezzo l’Austria; due la Francia, e qualche centinaio di migliaia la Inghilterra. Dove possono andare queste Nazioni, con queste forze mostruose, che suppergiù si equivalgono, se non all’esaurimento, che non darà forse la vittoria decisa ad una piuttosto che all’altra, e lascerà tutte mortalmente stanche, dissanguate e dolenti; e, per crudele ironia, ancora presso a poco nella potenza rispettiva di prima, che avevano voluto mutare?