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 1915  febbraio 21 Domenica calendario

FAUST E JOHN BULL

 
John Bull: Io sono un vero gentleman, caro dottor Faust, e la tua maniera di discutere naturalmente non è la mia!
Faust: Che bella trovata! Facciamo appunto la guerra perché la nostra maniera di discutere non è la stessa. E d’altronde, cos’è la vita, John Bull? Una discussione continua contro tutti quelli che non sono del nostro parere; discussione ove, in modo perentorio, il più forte ha ragione. Ma tu, quando bene mi hai detto che sei un gentleman, ancora non hai detto niente! Io ti rispondo con maggior fondamento che sono un professore.
John Bull: Già, un professore!... ossia un povero diavolo che sfoglia sfoglia, studia studia, induce deduce, postilla codicilla…
e non capisce niente; un meccanismo brevettato nel quale si buttano dentro libri a catafascio, e ne vien fuori la conclusione che nei libri non c’era. Un professore !... cioè l’anima speculativa della tua bionda razza di provinciali che hanno letto Kant; un professore!... cioè l’eroe nazionale del tuo popolo di «conquistadores» con occhiali a stanghetta, guancie tagliuzzate dai gratti delle «rapieren», piedi enormi che eseguiscono il «paradeschritt»! Un professore!... cioè il poeta lirico del tuo popolo di birrai metafisici, popolo di megalomani che vuol diventare padrone del mondo, perché gli sembra di aver dato un pensiero nuovo all’umanità, inventando con molta pazienza qualche sistema cavilloso per ammaestrare le pulci!
Faust: Caro John Bull, nessuno comprende meglio di me la noia che può causarti quest’ultima delle mie pretese. Tu invece sei un genuino filantropo, e questo è risaputo.
I miliardi che affluiscono alla City sono sottoscrizioni estere per il bene dell’umanità. La Compagnia delle Indie non era che una commissione di medici mansueti che andarono laggiù per ricercare il microbio della peste. Avete preso un paio di continenti per rivelare ai curiosi di geografia le sorgenti barbare di certi fiumi enigmatici. Non è colpa vostra se i popoli vi si affezionano talmente che non possono più vivere se non all’ombra della bandiera inglese. Tu fai raccolta di chiavi, sopratutto chiavi d’oceani, perché la cosa ti pare una gustosa originalità. L’ «humour» che metti nel fare man bassa categoricamente su tutto quello che piace anche agli altri, è così pieno d’etichetta, è così «fashionable» che nessuno trova niente a ridire. Tu, mio caro John Bull, sei un vero gentleman: prendi, opprimi, sottometti e stermini, ma nel fare tutto questo porti su le mani un paio di guanti senza macchia, del modello perfetto che si usa in quel momento a New-Bond Street. Certo il «Made in England» costa più caro che il «Made in Germany».... e questa è la sola differenza. Il «business-men» non è già, manco per sogno! un commesso viaggiatore; anzi è un perfetto gentleman che adora il suo «Black-and-White Whisky», porta un’ammirevole «dressing-coat», prende il suo «breakfast, luncheon, tea, dinner and supper», riposa la domenica e giuoca al «football». Professori da voi non ce ne sono, perché ognuno pensa che valga molto meglio fare un poco di sport. Adesso è venuto in favore lo sport della guerra e la nazione si è messa in allenamento. Speriamo che duri sino alla fine, così il professor Faust diverrà cronometrista del Derby di Epsom.
 
 
John Bull: Uhm ! caro cugino credo che bisogni rimettere ad un’altra volta la tua candidatura !
Faust: Bada John Bull, che non siamo troppo lontani, e tu stesso ne parli con una certa ironia verdognola Quei bravi «highlan-
ders», quei buoni scozzesi, non conoscono il «paradeschritt» ! Questo è il loro difetto. Noi, professori, abbiamo avuta la pazienza di armarci, mentre voi seguivate a insegnare come si fa per essere un uomo «to be a men»!
John Bull: Davvero? davvero? E – visto che siamo in via di confidenze, – raccontami un po’?... Sono poderosi questi armamenti?
Faust: Kreuzhimmel ! Kreuzhimmeldonnerwetter! Kreuzhimmeldonnerwetterbumbenelement! Se sono poderosi?... Ah! Ah! Se sono poderosi, hai detto?... Oh, mio caro vecchio Dio! Mein Lieber Alter Gott!
John Bull: Calmati, caro cugino! Può darsi benissimo che abbia fatta una domanda ridicola; ma capirai, quando si pensa unicamente allo sport...
Faust: Bene; adesso ti racconto. Qualche cosa come 30.000 reggimenti di cavalleria, il doppio d’artiglieria, il triplo di fanteria. E se ci ammazzassero tutti questi, ancora il doppio di riserva, e sempre il doppio, all’infinito. Cannoni, mortai, obici tali, che occorrono sei mesi per fabbricare la piattaforma ove posarli, sei mesi per tirarli via. Ogni colpo viene a costare 7 milioni di marchi e 82 pfennig. Se queste armi non bastassero, c’è in riserva un cannone secreto, che nessuno conosce ancora, – nemmeno chi l’ha inventato – diametro 42 metri, con un proiettile che in piedi è alto come la cattedrale di Westminster. Per farlo sparare occorrono 22. 000 sacchi di polvere pirica, ma il proiettile fa il giro della terra, schianta ogni cosa che trova, torna da sè nell’affusto, incendia la carica e riparte via. Questo bello scherzo te lo fa cinque o sei volte. Capirai che si può affondare la Gran Bretagna. Questo non è tutto : abbiamo qualcosa come 7.000 generali d’esercito che si chiamano tutti Von. E ufficiali, non parliamone; perché da noi ogni portalettere è almeno Oberleutenent. Sorvolo su la marina, considerando che finora non si è mossa; e prima di muoverla bisogna che vadano a fondo per opera dei sottomarini tutte le vostre cosiddette «dreadnoughs». Allora ci prenderemo tranquillamente anche il dominio dei mari, che per adesso non ci riguarda gran che. Ma quello che devo ricordarti sono gli Zeppelin… Oh, i nostri Zeppelin! Giganti mostruosi, enormi, tutti di ferro, pesanti non solo più che l’aria, ma più che la terra: ciclopi dell’atmosfera  che vanno fuori – quando il tempo lo permette – portando con sè un cataclisma di dinamite; i quali Zeppelin serviranno a trasbordare, non dico l’esercito, ma il popolo tedesco su la terra inglese. Quando poi c’è vento o piove, allora vanno fuori i Taube, che sono i sottomarini dell’aria, e ne abbiamo in media uno per ogni dodici abitanti Ora che sai press’a poco
quel che c’è di nuovo in casa nostra, fa i tuoi conti.
John Bull: Guarda, guarda! E noi contro tutto questo non abbiamo niente…assolutamente niente. L’esercito non c’è; il popolo inglese trova incomodo fare il soldato, e siccome non ha voglia di farlo, così non lo fa. Ci pensano gli altri ad avere «il nostro esercito»; questo è più comodo e meno dispendioso. Dimmi tu; che farebbero al mondo, per esempio,  quei140 milioni di russi, quei pochi milioni di francesi, etc. qualora non si prestassero a fare l’esercito del popolo inglese? Tutto quello che possediamo noi, caro dottor Faust, è un paio di magre colonie le quali mandano volentieri le lor truppe esotiche a divertirsi nei music-halls di Londra, ed una ventina di vecchie carcasse, che stanno a galla per miracolo con le loro spingarde fuori d’uso, ed alle quali, tanto per fare un po’ di «humour», abbiamo dato il nome di «Dreadnoughts» e Superdreadnoughts» !... Ma noi ci freghiamo le mani ugualmente, perché siamo sicuri d’essere il primo popolo del mondo, il popolo disarmato ma imbattibile, e questa profonda sicurezza è una potenza che non riuscirà mai a distruggere nessuna delle vostre artiglierie. Voi, quando fate un «bluff», lo fate in modo che tutti si mettono a ridere; noi quando facciamo un «bluff» lo facciamo seriamente, in silenzio, e così riesce bene.
Faust: Ve lo saprà dire il Kaiser, tra poco.
John Bull: Il Kaiser? Ma chi è il Kaiser?
Faust: Mio caro John Bull, oggi, se non m’inganno, hai bevuto troppo whisky, oppure fai come lo struzzo che ficca la testa in un buco per scongiurare il pericolo!
John Bull: No, no, adesso mi ricordo… Il Kaiser è il pettoruto Chanteclair germanico, fabbricato a Parigi dagli uomini di spirito che scrivono le riviste, i «couplets» e gli articoli di fondo nei giornali tipo «Matin». Che simpatici burloni quei Parigini! Essi, come hanno inventato il tango argentino, la «jupe-culotte», la moda del ventre, così hanno inventato il Kaiser, perché a loro pareva necessario di dare questo divertimento all’ Europa! Se Parigi non l’avesse mai preso sul serio, il tuo Kaiser sarebbe rimasto Re di Prussia, cioè un principotto un po’ più grosso che il Re di Baviera o il Granduca del Meclemburgo. Invece non poteva dire una sciocchezza, che a Parigi gliela stampavano – e con fotografìa. Quei famosi baffi, credo glieli abbia consigliati un ironico «artiste-coiffeur» dell’Accademia di Bellezza francese. Può darsi magari che siano semplicemente un «postiche»... Il certo è ch’egli ha fatto paura all’Europa sopra tutto con i suoi baffi. Non certo con la sua politica, perché non ne ha mai fatta una giusta; non certo con la sua eloquenza, perché ogni volta che apriva bocca doveva poi andarsene a spasso un Cancelliere; non certo con la sua potenza di Monarca, perché mi pare che un certo Massimiliano Harden – poco di buono anche lui – sia riuscito a metterlo con le spalle contro il muro.... In arte fa il Nerone, ma non saprà nemmeno dire: «O Roma, quale artefice perdi !...»; come despota manca d’equilibrio, come pensatore è l’aborto dei suoi filosofi, come viaggiatore di commercio ha il difetto che porta gli speroni, come guerriero blatera troppo con Dio, e se quest’uomo dovesse proprio diventare il Pontifex Maximus dell’epoca nostra, io comincerei con dubitare seriamente che Ramsete 11°, Alessandro Magno e Giulio Cesare siano stati uomini cari alla fortuna, e che per questo siano riusciti a truffare la celebrità.
Faust: Senti, cugino, se non vuoi che ci guastiamo sul serio, lasciami stare il Kaiser ! Per capire il Kaiser bisogna essere tedeschi; bisogna essere i veri discepoli della Riforma ed i seguaci di Emanuele Kant;
 
bisogna avere l’anima di Wagner e di mio padre Goethe, per capire il Kaiser !
John Bull: Un altro buono.... Goethe!
Faust: Che male ti ha fatto questa pover’anima di mio padre?
John Bull: Male nessuno, poiché dopo averlo scorso con diligenza per farmi una coltura, non ci sono tornato più. Ma te lo raccomando il genio Goethe! Ora lasciamolo in pace, perché dobbiamo ancora discorrere di cose più serie. Volevo domandarti, per esempio, come possibile che il tuo Kaiser si trovi dappertutto nel medesimo tempo e capiti sempre dove c’è una battaglia?
Faust: Oh, questo non è che uno scherzo....
John Bull: Come uno scherzo?
Faust: Già, se vuoi te lo confido; ma non raccontarlo. – Appena scoppiata la guerra il Kaiser ha fatto sùbito cercare nel suo Impero tanti suoi fratelli siamesi quanti se ne trovassero, – e non era cosa diffìcile perché ogni tedesco cerca, se può, di somigliare al Kaiser. Ne ha trovati cinque o sei che gli somigliano a puntino, e ora li manda sui varii campi di battaglia con un discorso bell’e pronto nel quale, – se le cose vanno bene, – tratta familiarmente con Dio.
John Bull: Vedo, vedo; ma lui,– se non è indiscrezione, – dove abita?
Faust: Questo non te lo posso dire. Abita in un luogo ben riparato, con sua moglie che non riesce più ad essere incinta; si fa i gargarismi, e pare che prenda spesso qualche rimedio calmante quando gli arrivano i bollettini autentici degli Stati Maggiori. E il tuo simpatico re Giorgio come sta?
John Bull: Re Giorgio sta benone; fuma tranquillamente i sigari che piacevano anche a suo padre, si gode con delizia le ottime cantine che gli lasciò sua nonna, fa i «puzzles» della guerra con la regina Alessandra, e manda cartoline illustrate quasi tutti i giorni ai cinquanta o sessanta inglesi che combattono per lui. Tutto questo pare niente, ma è una bella fatica; perché, al giorno d’oggi, è già una fatica enorme quella di chiamarsi Re.
Faust: Bene, senti: come la vedi finire tutta questa faccenda?
John Bull: Come la vedo? Semplicissimo: vi mettiamo sott’acqua e buona notte.
Faust: Ahi, ahi! Temo che ci vorrà forse un pezzo!...
John Bull: È probabile che ci voglia un pezzo, ma in Inghilterra nessuno ha fretta. Gli uragani devono passare: noi apriamo l’ombrello, e aspettiamo.
Faust: Di’ un po’, e se capitasse il contrario? cioè che sott’acqua vi mettessimo noi?
John Bull: Vedi la differenza: noi sappiamo nuotare, perché siamo un popolo di marinai, quindi agile; voialtri, se vi capita il mare grosso, andate a fondo come blocchi, perché siete un popolo meccanico, un popolo di cemento.... armato!
Faust: Bravo John Bull! E quello che vedremo. Adesso vuoi dirmi cosa ti ha fatto mio padre Goethe?
John Bull: Ti ho risposto: niente. Anzi mi ha fatto piacere perché un popolo che riconosce in quest’uomo il suo più grande poeta, è un popolo che non può vincere.
Faust: Ammesso che i poeti contribuiscano alla vittoria... Cosa della quale non sono ben certo, e che in ogni modo non servirebbe a riabilitare quel vostro ladrone di Shakespeare !
John Bull: Vedi, c’è di nuovo una differenza, ed è questa : che da noi nessuno ha mai preso Shakespeare troppo sul serio.... L’avevano lì, tra le anticaglie inutili, ed è l’estero, – un po’ voialtri, un po’l’Italia, – che l’ha messo in valore. Ci voleva precisamente il vostro cervello teutonico per poter credere che l’infinito siderale sia racchiuso in quella celebre chiacchierata del- l’«Essere o non essere», la quale non vuol dir niente – assolutamente niente! E come la vostra filosofia : pare profonda e contiene il vuoto.
Faust: Scusami, John Bull, se piace anche agl’italiani che sono artisti nati, vuol dire che qualcosa ci deve pur essere!
John Bull: Oh Dio!... Agl’italiani piace così per ridere.... agl’ italiani piace anche il Faust –                                                                                                 agl’italiani, purché ci sia dentro un po’ di musica e d’amore, piace tutto.
Faust: Allora insomma tu neghi a mio padre Goethe il dono di essere stato un poeta?
John Bull: No, tutt’altro. Ma fra essere un poeta e creare veramente una grande opera di poesia, ci corre ! Goethe fu poeta, come fu musicista Wagner, quando si dimenticarono entrambi d’essere tedeschi. A tuo padre non posso perdonare quella rimbecillita Gretchen, che sarebbe il più stupido esemplare di eroina letteraria, come tu, Faust, il più rimbambito e romantico «Herr Doctor» della Germania universitaria, se ogni tanto non capitasse tra voi per sollevare lo spirito il parigino Mefistofele, personaggio d’importazione.
Faust: Se io parlassi così di tuo padre, John Bull?
John Bull: Oh… puoi dirne tutto il male che ne pensi, tranne che abbia mai annoiato nessuno. È questo è già un grande merito, fra persone per bene.
Faust: Senti cugino, io forse ho l’aria di volerti più male che non ti voglia, e i tuoi parenti preferisco lasciarli stare. A noi manca l’ingegno per far ridere, anzi facciamo ridere qualche volta con la nostra serietà. Desidero non cimentarmi sovra un terreno sfavorevole, sebbene l’umorismo non sia che un ingegno di seconda qualità.
John Bull: Ecco dove t’inganni. L’umorismo è la scienza più alta, più perfetta che ci sia, poiché bisogna ridere per forza quando si è giunti a comprendere la vita. Se una volta o l’altra i germanici sapranno sorridere compassatamente come noi, allora li chiameremo senza dubbio i nostri cugini, ed allora può darsi che il Kaiser di quel tempo divenga Maresciallo dell’esercito inglese…
Ma per ora, mio buon Faust, bisogna capire una grande verità : che il sogno del                                                                                                                                                   l’Imperialismo tedesco, è ancora un sogno caotico e inattuabile, troppo somigliante al guazzabuglio di magia, di «vaudeville» e di simbolismo, che fu il grande sogno del tuo Poema, o Faust; e che l’Imperialismo tedesco non può vincere, non solo perché John Bull lo vieta, ma perché tutta la coscienza unanime del mondo che respira non ha sentito finora che vi sia qualcosa di buono, di nuovo, di migliore, di necessario dell’Imperialismo tedesco; e perché noi tutti che abbiamo impresso alla vita una forma nostra, non vediamo ancora le ragioni per cederla davanti ai cannoni dell’ Imperialismo tedesco. I cannoni sparano fin che c’è polvere.... –dopo non sparano più.
Faust: Se ci tieni ad avere l’ultima parola, te la concedo volentieri, perché fra due minuti e mezzo devo essere al mio posto, per montare di sentinella, tutta notte, agli Usseri della Guardia.
John Bull: Vado a prenderti un sigaro, cugino....
Faust: Grazie, John, ma Faust non ritarda.