Illustrazione Italiana, 21 febbraio 1915
CORRIERE. Il sole e l’ inondazione de1 Tevere – DAnnunzio e le «aurore più belle». – Gli articoli del Giornale d’Italia – L’Austria della Neue Freie Presse – I sei milioni di Picciotti Garibaldi e i volontari di Fourni. – È morto Jarro !...
Oggi, se Dio vuole, un magnifico sole – con un faccione enorme e singolarmente rosso, da gaudente, cacciato fuori dalla bruma – mi illumina il tavolo, e viene a darmi l’illusione, la speranza che le male opere del pessimo tempo siano davvero finite. Lo saranno?!... Tornano di attualità i versi di Orazio : Jam satis terris nivis atque dirae
Grandinis misit Pater et, rubente
Dextera sacras jaculatus arces,
Terruit Urbem.... terrui gentes....
Vidimus flavum Tiberim, retortis
Litore Etrusco violenter undis
,Iri dejectum monumenta reqis
Templaque Vestae….
Ecco, le onde del Tevere non sono arrivate fino al monumento del gran Re, sull’alto Campidoglio, ma al Tempio di Vesta e nei punti non alti dell’Urbe i Romani le hanno rivedute – come ai bei tempi di Orazio – e come quattro incisioni nel bel mezzo di questo numero dell’Illustrazione attestano ampiamente. Era da un pezzo che il «biondo Tevere», costretto dai muraglioni della Roma moderna, non si alzava al di sopra dei quindici metri sul livello normale – come ha fatto questa volta. Era da un pezzo che frane disastrose non rovinavano, con una deplorevole contemporaneità, sull’Apennino bolognese e sulla Riviera ligure, sulle Alpi e Prealpi Venete e Piemontesi, Bergamasche, Ticinesi e Nizzarde, facendo, come sul colle di Tenda, numerose vittime!...
Basterà?... Speriamolo, auguriamolo. Non per il Carnevalone ambrosiano, le cui estreme,volgarizzazioni nella
pubblica via non meritano altro che pioggia, e le cui eleganze sono, laudabilmente, riservate ai grandi veglioni – come quello Messidoro alla Scala che, mentre scrivo, si annunzia spettacoloso – ed ai magnifici balli alla Patriottica ed alla Società del Giardino. Auguriamolo, poiché, a quanto pare, ben altro è chiamato ad illuminare il sole!...
Io non sono né neutralista ad ogni costo, né guerrafondaio colla testa nel sacco; vivo come deve vivere un italiano del mio tempo –fra i saggi consigli della prudenza e dell’esperienza e gli stimoli dell’idealità frenati dalla commisurazione degl’interessi che non vanno compromessi e di quelli che sarebbe bello avvantaggiare; ma non seno insensibile agli appelli lanciati in nome dell’italianità dalle voci della stirpe.
Una di queste voci, la più alata di quante ancora vibrano nel vecchio mondo latino, la voce del poeta nostro della bellezza, del poeta che ha celebrate le gesta d’oltre mare ed ha incuorato alla gesta le italiche prore, ha risuonato l’altro giorno a Parigi, in una delle commoventi celebrazioni latine di cui è stata teatro la gloriosa aula della Sorbona.
«Io – ha detto Gabriele d’Annunzio, con eloquio di cui egli solo è maestro – mi sono considerato qui, e ancora mi considero, come un ostaggio, un ostaggio volontario di un patto ideale. Non ho saputo lasciare la Città sublime neppure per un’ora, non sotto la minaccia straniera e neppure nella fierezza della riscossa. Questo ostaggio sarà liberato soltanto per il lancio del giavellotto romano tinto di sangue, sarà restituito alla sua patria primiera solo nel primo giorno della primavera eroica, sotto il segno del Capricorno....
«La Francia d’oggi non è solamente paladina della libertà latina. Essa è – e bisogna proclamarlo ad altissima voce e ripeterlo senza stanchezza –paladina della libertà di tutto il mondo. Chi dunque si troverà al suo fianco se non la sua Sorella ? La sua sorella sarà al suo fianco non solo per l’onore del nome latino, non solo per riacquistare le terre cha fecero parte della decima Regione italica di Augusto, e non solo per dominare il Mare dogale, il cui possesso le è necessario come la cinta delle Alpi : ma per giungere finalmente, sopra l’acquistata integrità del suolo, alla vera unità della sua coscienza e della sua potenza. Così avverrà domani, lo ve lo affermo. Ne ho finalmente la certezza inebbriante. E, invero, fratelli, le aurore più belle non sono ancora nate».
Vedremo «le aurore più belle» ? Auguriamolo.
Il buon amico dottor Bergamini in quel suo vibrante e commosso Giornale d’Italia – che molti credono interprete del sentimento e del pensiero di Salandra e di Sonnino, che concorsero a fondarlo – in un articolo che ha suscitato commenti clamorosi, ammoniva, sabato scorso, gl’italiani solennemente così:
«Preparatevi in ispirito giacché è probabile che il dovere vostro sia quello di partecipare fra breve al grande conflitto europeo: la neutralità non può essere se non un atteggiamento transitorio».
Però, nello stesso numero del Giornale d’Italia, un altro articolo, in altra pagina, annunziando la nota inviata dal Governo italiano al Governo germanico a proposito del minacciato blocco delle coste inglesi, che – con grave rischio anche pei neutri – dovrebbe cominciare domani, 18 febbraio – affermava che quella nota italiana era redatta in termini molto amichevoli «quali si addicono ai rapporti esistenti fra Roma e Berlino» ed aggiungeva che la risposta che da Berlino attendevasi sarebbe certamente quale saprebbe darla «il governo di una nazione antica».
Questa specie di contraddizione in termini, e l’articolo successivo, della domenica, nel quale il Giornale d’Italia dichiarava di non avere, nel suo articolo patriotticamente commovente e poeticamente belligero del sabato, voluto parlare per conto degli uomini che sono al governo, e che sono notoriamente suoi amici, e di non avere parlato che «per proprio conto» ha rinfocolate ancora di più le polemiche, le quali culminano ora in un’attesa, che converge verso la Camera Italiana, che domani si riapre. Cosa sapremo dalle discussioni della Camera?... Potrete prima di me darne un giudizio voi, o lettori, che domenica, quando avrete sotto gli occhi questo Corriere, avrete anche i resoconti delle prime tre sedute della Camera, mentre io non potrò parlarvene che quest’altra settimana. Ma ecco qua, a stimolare commenti e discussioni, un articolo molto sincero della liberale Neue Freie Presse di Vienna, la quale, affrontando nettamente – ed è bene – il problema della pubblica opinione in Italia – dice candidamente, che se l’Italia ora – approfittando dell’occasione di un apparente indebolimento, dovesse buttarsi in guerra contro l’Austria, e riu- scisse a prenderle ambìti territori, l’Austria cercherebbe poi, più tardi, di riconquistarli, giacché – dice il giornale viennese – «non si può ammettere che la Monarchia austriaca, dopo una lotta senza pari, voglia accettare una diminuzione del suo territorio fino a tanto che ha fiato per respirare!...»
Ma nell’articolo della Nette Freie Presse vi è qualche altro accenno interessante. Essa prevede che dopo questa gran guerra – nella quale l’Austria sin qui, dice essa, è tutt’altro che sfiduciata ed estenuata – crolleranno i «preconcetti imperialistici risultati pericolosi e verrà l’epoca beata del vivere e lasciar vivere».
«Questo – dice la Neue Freie Presse – è il principio che dovrà trionfare con questa guerra. Ad ogni modo questa può essere forse per l’Italia una buona occasione per guadagnare qualche cosa. Il mondo è grande e l’Italia non è ancora giunta alla fine della sua espansione. Se qualche profitto potrà essere tratto da questa guerra, gli uomini di Stato italiani certo non se lo lasceranno scappare. Però a quegli oratori e pubblicisti italiani che vorrebbero ad ogni costo la guerra, talvolta anche per, fare un piacere alla Repubblica francese, possiamo ricordare un’altra volta di fare una visita al teatro della guerra».
Sarebbe forse, praticamente, un po’ difficile andare a vedere, perché l’Austria non lascia vedere nè sapere niente a nessuno, nemmeno ai propri sudditi : gli stessi giornali austriaci protestano contro gli eccessi della inesorabile censura!... In attesa – noi italiani serbiamoci calmi e concordi – concordi e vigili attorno al governo – come ha invocato a Napoli, in suo discorso, il ministro Grippo.
Ricciotti Garibaldi è da più giorni a Londra, ed offre a chi li voglia 30.000 volontari garibaldini, raccolti da ogni parte, da ogni paese, ma domanda al lord Mayor, al primo lord della Tesoreria, al primo ministro, Asquith, al ministro degli esteri, sir Edward Grey, a tutti la piccolezza di sei milioni di franchi, necessari, secondo lui, per radunare questi trentamila garibaldini d’ogni nazionalità e d’ogni colore. Dopo radunatisi, i garibaldini si sa – dice il generale Ricciotti – hanno la virtù di vivere di pane e formaggio e, magari solo, di acqua fresca, e non costerebbero più nulla; ma l’importante sono i sei milioni di immediata necessità, per l’inviamento, direbbe un commerciante!... Vedremo come andrà quest’impresa che un giornale vecchio e pratico delle vicende storiche italiane ha intitolato, senz’altro «i Garibaldini all’asta» –ma a proposito di volontari stranieri in casa d’altri mi pare opportuno e gustoso l’aneddoto che un bibliofilo erudito come il ferrarese marchese Fiaschi ha ora esumato.
Un altro erudito e bibliofilo sapiente, piacevolissimo, amabilissimo, senza occhiali turchini legati in oro e senza pedanterie, era, nel 1848, in Francia, Eduardo Fournier, il ricercato chroniqueur della Patrie, autore di volumi piacevolissimi sulla vecchia Parigi, e di un libro sempre di attualità sullo Spirito nella storia. Fournier nel 1848, sotto il patrocinio di Emanuel Arago – un raro amico dell’idea italiana –venne in Italia per soccorrere la nostra rivoluzione e la nostra guerra anti-austriaca di allora. A Milano egli fu accolto tutt’altro che bene. A Venezia trovò una più benevole credulità. Manin – che doveva poi morire nove anni dopo esule a Parigi – lo accolse a braccia aperte – accettò da lui la proposta di un battaglione di cinquecento (non di più) volontari francesi che venivansi raccogliendo a Parigi, e gli diede anche il danaro necessario – che non saranno stati i sei milioni che ora Ricciotti domanda all’Inghilterra. Fournier partì per la Francia tutto contento, e stava per ritornare in Italia coi pochi ma buoni volontari suoi, quando l’Austria di Radetzky si riallargò con poderosi eserciti in tutta l’ ampia valle padana, chiuse tatte le vie, tutti gli sbocchi, e tutte le speranze, tanto che se Fournier avesse tardato ancora qualche giorno a lasciareVenezia, chi sa quale fine gli sarebbe toccata!... Ricciotti Garibaldi riuscirà sì, o no, nel suo programma strategico finanziario?!... Egli deve essersi detto: – cosa sono mai sei milioni di franchi per nazioni che calcolano di arrivare a spenderne, fino alla fine dell’anno presente, non meno di cinquanta miliardi?... Ma forse gli strateghi delle nazioni invocate riflettono – che cosa sono mai trentamila garibaldini, di fronte ad altri sette od otto milioni di ben disciplinati ed equipaggiati soldati che, a primavera, rientreranno nel gran ballo?... Interrogativi e problemi di una guerra senza precedenti nella storia del mondo!...
E morto Jarro, è morto Giulio Piccini, il giornalista, il critico, l’umorista, il poeta, il tipo incomparabile nel cui cervello e nel cui spirito parevano essersi dati idealmente convegno Balzac, Brillat-Savarin, Rabelais, passati al raffinamento di messer Giovanni Boccaccio e dell’Aretino, del quale egli aveva il caratteristico, amabilissimo faccione.
Per più di mezzo secolo questo avvocato che non ha mai, credo, vestita la toga, questo natio di Volterra che fu il tipo più rappresentativo dell’autentica, poliedrica genialità e spiritualità fiorentina, ha deliziato il giornalismo, la critica letteraria e teatrale, la letteratura nostra di una tale quantità di articoli, di una tale profluvie di concezioni geniali, di tali ricchezze dell’ingegno, dello spirito, dello stile, da meritare di rimanere ricordato perpetuamente come il tipo più genuino di letterato dei secoli aurei della letteratura italiana adattatosi ad una età sconvolta dal giornalismo e dalla facilità delle divulgazioni editoriali. Dove trovare ora altrove la bellezza italiana del suo stile, la freschezza dei suoi pensieri, la vena inesauribile del suo spirito, la sonora letificante allegria del suo cuore, largo come il suo ampio torace, ed aperto a tutti gli affetti, a tutti i godimenti, a tutte le espansioni?...
Fattosi a quella gran scuola che fu, in Firenze, e per tutto il giornalismo italiano, la Gazzetta d’Italia, di Carlo Pancrazi –sviluppatosi in un ambiente che parve sempre un festoso simposio dove la pura genialità toscana riaffermavasi con Pier Coccoluto Ferrigni – Yorick figlio di Yorick, e con Carlo Lorenzini – Collodi; nel contatto comunicativo di quegli spiriti inesauribili e maestri, Jarro, pur non cedendo – come ben disse Biagio Grandi – una linea della sua originale personalità di scrittore, e pur lasciando la sbrigliata fantasia sfogarsi nella ideazione di romanzi la cui struttura pareva venire dalle migliori ispirazioni di oltre Alpe – come il Processo Bartelloni – che fu, se non erro, il primo, L’Assassinio nel Vicolo della Luna, i Ladri di cadaveri, la Figlia dell’aria – andava sempre più raffinandosi nella sua prevalente natura di giornalista e di critico, al lume del cui ingegno e della cui argutezza libera, ardita ed educata sono passati, per quasi quarant’anni, tutti gli autori drammatici, tutti gli artisti d’Italia, rivelati nella loro gloria, nella loro vanagloria, nelle loro sconfìtte e nei loro trionfi.
Ernesto Rossi, confrontato con Gustavo Modena, l’Adelaide Tessero analizzata nella sua psiche, Giacinta Pezzana, Virginia Marini – entrambe viventi –Alamanno Morelli, sviscerati nella loro poliedrica natura di grandi artisti, Eleonora Duse esaminata con acutezza mirabile nella sua interpretazione di Cleopatra, ’l’omaso Salvini studiato nell’Otello e nel Saul, ed Emanuel, e la.Judic, e Andrea Maggi, e Tina di Lorenzo, Emilio Zago, Giacinto Gallina che fu uno degli entusiasmi di Jarro – ed Antona Traversi le cui Rozeno inspirarono a Jarro articoli che fecero veramente rumore; poi tutta la sfilata, fino a Fregoli, di cantanti, di chanteuses, di mimi, di ballerine, di atleti, passati al vaglio della sua critica inesauribile; perfino Antonio Cardinali, il burattinaio celebre, che non intesosi a Roma col cardinale di Stato Rampolla per certe rappresentazioni da dare nel collegio di Propaganda Fide, fece esclamare a Jarro: – Pare impossibile,non si sono intesi...fra
Cardinali!...
Per l’aneddoto, per le date storiche, per le note caratteristiche di qualunque grande artista contemporaneo, della letteratura, della drammatica, della musica, fu argutamente qualificato effeme-ride-vivente – ed era la verità : perché quell’uomo inesauribile pareva nato per ricordare, per ridere e per vivere, nel senso gaudioso di questa parola.
Nessuno – nemmeno noi che lo consideravamo dilettissimo nella Casa – saprebbe dire ora tutta l’immensità della mole di lavoro da lui prodigato. Ai romanzi che ho citati, vanno aggiunti : Apparenze, la Duchessa di Nata, la Vita capricciosa, la Polizia del diavolo, la Donna nuda, tutti, o quasi tutti, passati, prima, per le colonne di questa nostra Illustrazione Italiana, dove non avremmo mai pensato di dover parlare di lui come morto – a soli sessantasei anni – di lui che, genio, nume, animatore, creatore, di una pantagruelica cucina toscana, della quale sapeva anche essere sacerdote, ministro, ed osservante, pareva altrettanto immortale per la magnifica energia dello stomaco, come per la scoppiettante fosforescenza del pensiero e dello stile!
Ed oltre ai romanzi, i libri di critica e di memorie artistiche –Attori cantanti acrobati –1’Otello di Shakespeare –Vita aneddotica di Tomaso Salvini – Laura Fon, volumi dove lo scintillio dello spirito è accompagnato dal valore vero del letterato toscano consapevole dei diritti inviolabili della lingua nostra.
È morto in pieno vigore di vita, ancora forte e robusto, è morto d’un tratto, mentre saliva le scale di casa, colpito, quando non ancora la sua ascensione intellettuale poteva dirsi compiuta!... E qui in casa Treves arrivò ancora un fascio di sue bozze corrette del romanzo La moglie del magistrato, il giorno stesso in cui arrivò la notizia eh’ egli era morto !...
Povero Jarro!... Amava l’arte, la poesia, i libri, quanto i cibi; tanto che da qualche anno a questa parte aveva aggiunti alla sua celebrità sapienti e deliziosi Almanacchi Gastronomici, e nella redazione della Nazione aveva suscitato il più allegro entusiasmo girando per le sale con sul ventre il grembiule ed in testa il berretto da cuoco!... E s’era fatto fotografare in abito da frate godente – e, veramente, egli molto godè, ed ancora, assai più fece godere, questo insuperabile tipo nazionalissimo della genialità italiana, molto più viva e più vera, quando la gente mangiava e beveva tutta quanta più allegramente, più spensieratamente d’oggidì.
Balzac, mi pare, ha scritto che gli uomini frugali, i bevitori d’acqua, sono capaci di tutto : il caro, pantagruelico Jarro non fu capace che di gioia e di bene!...
17 febbraio.