Illustrazione Italiana, 4 luglio 1915
Germanesimo
E libro nato in gran parte in un periodo di passione e di attesa, fra l’agosto 1914 e l’aprile 1915. Vi è dentro un partitante sui generis, la cui partigianeria è fatta di ragionamento e di singolarità.
G. A. Borgese infatti vuole che il suo volume Italia e Germania (Trevès, Milano, 1915, L. 4) abbia per l’attesa, vòlta tutta all’avvenire, un carattere quasi evangelico, annunziatore, e contenga e sviluppi per la passione – sia pure solo cerebralmente – una calda, viva forza dinamica.
G. A. Borgese è anzi tutto un critico anche in questo libro, la cui materia è quasi tutta politica. Perciò, oltre la tempestività o intempestività dell’attesa e oltre, al disopra e spesso anche al di fuori della passione, in queste dense, dialettiche e prospettiche pagine, l’autore tende a foggiarsi una netta coscienza storica e a dissolvere ogni fermento d’odio in sé e nell’animo dei suoi lettori.
Libro, dunque, che ha lo scopo precipuo di esaminare con pari giustizia i valori positivi e negativi della Germania, di mettere a confronto la patria e la generazione di Goethe e Beethoven, Wagner e Schopenhauer con quella di Guglielmo II, del Kronprinz, di Riccardo Strauss e di Massimiliano Harden. Rischiara inoltre gli antagonismi e le contraddizioni, per cui l’impero tedesco è esteriormente così forte e interiormente così debole e dice ciò che sarà il germanesimo, se vincitore o sconfitto, di fronte ad un’Italia uscita di minorità e svincolatasi da ogni neutralismo, divenuta cioè anche militarmente un fattore nuovo, diverso, nel mondo. Quale sarà dunque la posizione di un’Italia, definita nei suoi confini e nelle sue aspirazioni, con un imperialismo asiatico o africano, mai europeo, con la rinascita delle energie belliche, civilizzatrici e giuridiche della sua romanità e con le umane e moralizzatrici direttive universali del cristianesimo al cospetto di una Germania sciovinista e materialista, indefinita nei suoi limiti, insaziabile nei suoi appetiti, come un dì ebra ed inesauribile nei suoi sogni e trasognamenti?
G. A. Borgese risponde con le idee sue a questa interrogazione che ne involve tante altre, fin dove è oggi possibile.
L’azione è cominciata anche da noi e – ciò che più conta, mena più lontano – anche per noi. Sarà questa la vera costruttrice della nostra politica futura. Al bagliore vivido e al riflesso mobile e mutevole dell’azione, le pagine dei libri sono teorie malcerte, malfide, malcaute: appartengono al passato o al presente di ieri anche quando come un lampo laceratore di tenebre vi serpeggia dentro il solco lucido e sinuoso di qualche divinazione.
Non seguiremo dunque il Borgese nell’al di là della guerra delle nazioni, né confuteremo le asserzioni e i concetti assoluti o relativi che non corrispondono alla nostra visione del germanesimo. Sarebbe oggi briga spicciola e alla portata di tutti, trattandosi di un libro che in parte volontariamente e in parte involontariamente è una continua polemica e in alcuni luoghi anzi una auto-polemica. L’autore non dissimula o asconde la ritorsione contro sé stesso, dove e quando gli sembra esser indice di una maggiore maturità e sicurezza del suo pensiero e segno pubblico della sua onestà di scrittore e di osservatore. Vede G. A. Borgese così spesso giusto e diritto nel suo libro che è certo uno dei più importanti e più spiritualmente sagaci che siano comparsi in Italia e fuori sui rapporti pratici e ideali fra il teutonismo e la latinità e sui dissidi fondamentali che sforzano i passi ai cammini opposti !
G. A. Borgese è tutto saturo di cultura tedesca, ma non ne è un araldo fanatico o un ripetitore e applicatore snazionalizzato come, prima della guerra, moltissimi nostri professori liceali e universitari, e ha contro costoro buone nerbate e buon giuoco.
Egli sa della letteratura e della Kultur germanica quanto ben pochi in Italia sanno e ogni sua indagine è frutto di conoscenza diretta, valutata e rivalutata dall’armonia psichica e dall’equilibrio mentale di un latino. Conoscere non significa quindi sempre in lui, goethianamente, amare, ma, ancor meno, odiare. Afferma: «la capacità d’odiare tutto un popolo non è nostra» anche per l’incapacità di correre ansanti e furiosi – come i tedeschi – agli estremi.
Sono proprio per tale corsa folle e furia cieca – per il Borgese –degli esasperatori. Fanno una guerra romantica con una politica mistica e vogliono imporre al mondo l’egemonia senza avere una costruttrice idea di Stato. Verissimo. Senza politica non si governa non solo l’universo, ma neppure, come è espresso nella radice del vocabolo, la città. E la forza non retta dalla saviezza, non rinsaldata dal diritto, non può universalmente prevalere.
La Germania ha tenuto davvero in signoria spirituale e politica il mondo non con il tecnicismo organizzato, non con la paura della guerra, o con la imposizione della pace armata, ma prima con la sua Filosofia e poi, fino agli ultimi anni, con la sua Musica e con un esempio meraviglioso: l’unificazione dell’ Impero.
Ora non ha più grandi filosofi e musici e si oppone – proteggendo l’Austria e la Turchia – all’unità nazionale degli altri popoli e viola e deforma la guerra, cancellando ogni superstite senso del diritto e distruggendo, più che i nemici, i proprii alleati. Per fortuna non siamo più in quel terribile cerchio di fuoco e di morte. Chiamare dopo ciò fedifraga l’Italia è stoltizia che ha ancora un po’ di credito e di corso solo a Vienna e a Berlino. G. A. Borgese, che pure concede non poco alle ideologie avversarie, con senno previdente scrive: «Il giorno in cui i Tedeschi si accorgeranno del tragico equivoco che li ha trascinati in questa guerra sarà un giorno di restaurazione dei più alti valori spirituali tedeschi». E giorno che giungerà infallibilmente, e allora quest’umile Italia, non egemone, con nessun pan avanti, non sarà chiamata fedifraga neppure dai pangermanisti. E non sarà più uno strumento del pangermanesimo militare, commerciale, industriale, bancario e universitario. E Bernhardi si sarà ingannato anche in questo. Non immaginava anche egli – come tanti altri tedeschi – un’Italia incapace di rischiare una guerra per la paura dei colpi? Altra profezia fallita! Buoni attacchi muove il Borgese in Italia e Germania al primato imperiale che non fu opera di Guglielmo II, ma eredità trasmessagli da poeti, filosofi, storici, guerrieri e politici. La Germania di oggi non ne ha più e dopo la guerra si vedrà quale risultato o guadagno essa abbia tratto dalla politica e dalla iniziativa personale del Kaiser: dalla flotta e dalla turcofìlia. E sarà pure manifesto se il militarismo prussiano sia una degenerazione o ancora, malgrado tutto, lo spirito unificatore di un popolo il quale, come nota il Borgese, è più anarcoide e particolarista che non si creda.
Prima della guerra l’autore di questo libro poteva con sintesi stupenda dichiarare: – «Soldato è volentieri il tedesco perché in quella condizione concilia l’intima sfrenatezza con l’esterna regolarità». Ma dopo non sarà vilipesa in Germania una guerra così apolitica e nel mondo per anni e anni la ferocia e l’inumanità con cui fu condotta non incontro alla vittoria? La guerra è nel Germano dalle prime origini e se per l’arte ha dovuto rivolgere lo sguardo e gli spiriti altrove, ha sempre avuto per la lotta contro il vicino e il lontano pronti gli istinti nella sua razza. Per la lotta belluina, sopra tutto, quando il corpo a corpo non è scienza o genio militare. In quest’ultimo caso, i grandi tedeschi, con Goethe e Heine, hanno di molto preferito Napoleone a Federico il Grande, proprio come Nietzsche, pur esaltando educatore della sua gente Schopenhauer, collocava più in alto, per la serenità rasserenante, un francese: Montaigne. Il nazionalismo dei sommi tedeschi è stato spiritualmente sempre così antinazionale! Questo per il sopravvento dell’intima sfrenatezza sull’esterna regolarità.
In un libro – troppo poco unilaterale per essere fiammante di passione – sul germanesimo era ben difficile lasciar da banda la Realpolitik.
Ne parla a tal guisa il Borgese: «La Realpolitik, la politica realistica, è in fondo un ampliamento, una sistemazione, una più larga applicazione di quella dei signori italiani, della famiglia Borgia e del loro teorico Machiavelli». Oggi non pare, poiché a far politica e storia da Rinascimento italiano sono necessari individui diabolicamente, superumanamente rappresentativi di tutta un’epoca. Ora, il Borgese ha assai acutamente detto in altra parte che i protagonisti della Germania moderna sono mediocri: Guglielmo II, il Kronprinz, Bethmann-Hollweg. Bismarck è morto e la sua Realpolitik era in grado di esplicarsi pienamente quando l’Europa – a suo dire – non esisteva. Oggi esiste. Una politica da Rinascimento non è stata mai possibile in un impero, ma solo in una repubblica, in un principato, in un municipio.
Parecchi luoghi comuni sono dal Borgese originalmente combattuti e invertiti. Così, quello sull’organizzazione tedesca e sui modi con cui rossi e neri amano e detestano – per fini loro – la Germania.
Sono gli argomenti estrinseci del clericalismo conservatore e della democrazia europea. La Germania è travagliata da una incessante lotta interiore. Non per l’ordine contro il disordine, come molti farneticano, ma per la sua conversione e il suo trasmutamento da vecchio stato agrario e feudale in moderno stato industriale e democratico. Accelererà o ritarderà la guerra il processo, la soluzione di un simile conflitto? Chi lo sa. Dipenderà molto dal fatto se il tedesco sarà o no svalutato anche come soldato non più vincitore.
Intanto, l’Italia ha la sua missione nell’universo. È proprio quella che le assegna l’autore di questo nobile volume che ha tanti aspetti e tante facce, tanti dibattiti aperti e chiusi: – instaurare la carità armata, la giustizia combattente e il diritto con la forza e – per usare l’ammonimento di un tedesco – non temere di fissare con rinnovata coscienza e nuove volontà le linee che l’Oriente e l’Occidente ci tracciano – senza esserne noi più il trastullo, le vittime – sotto i nostri occhi.