Illustrazione Italiana, 4 luglio 1915
CORRIERE. Il prestito nazionale. - Le dichiarazioni di Tittoni. - I montenegrini a Scutari. - L’intervista del Papa. - Le discordie dei socialisti e dei pangermanisti tedeschi. - Bethmann-Hollweg a Vienna. - L’intransigenza di Tisza.
Sul campo il sangue, la vita; stando a casa, il danaro. Questi i contributi che, nell’ora delle prove supreme, la Patria domanda ai suoi figli d’ogni età, d’ogni condizione; ed i figli volonterosamente, fervorosamente rispondono. I soldati nostri sulle Alpi Trentine e Carniche, sul disputato Isonzo, sul mare, nell’aria combattono audacemente per la conquista e la liberazione. I cittadini non chiamati alle armi, sono invitati, da domani, l.° luglio, ad accorrere a portare il loro obolo, i loro risparmi al Tesoro Nazionale – perché, se la guerra si combatte con le armi, non può organizzarsi, sorreggersi, proseguire fino alla mèta, che col danaro. Dunque, chi ha dia, con generosità, con larghezza, con fiducia. Il miliardo sottoscritto dagl’italiani nel gennaio servì a quella valida preparazione militare che tutti i competenti, italiani e stranieri, riconoscono ed ammirano, e che dà i suoi frutti. I miliardi che ora la Patria chiede serviranno alla durata della resistenza, della lotta, all’attuazione completa di quel gran piano di guerra che ha per obbiettivo la conquista e liberazione delle terre nostre, e il ritorno di una lunga èra di pace nel mondo. Portare il danaro risparmiato al Tesoro pubblico, nelle forme nelle quali il programma del governo lo chiede, non solo è un atto di fiducia, ma è un’operazione di previdenza e di risparmio. E un gesto di patriottismo, ed è un eccellente affare. Con 95 lire, anzi 93 – per quelli che sottoscrissero già al prestito del gennaio scorso – se ne acquistano 100 che rendono, immutabilmente, per un quarto di secolo, il 4 e mezzo per cento netto; si rafforza la finanza nazionale e si rafforza la propria!... Non sempre i buoni affari sono buone azioni: questo è l’una cosa e l’altra. L’Italia, che si è così splendidamente affermata, in un mese di guerra, sui campi di battaglia nella dura prova delle armi, saprà affermarsi certamente anche sul terreno della resistenza e della fiducia finanziaria, gareggiando con la Francia e con l’Inghilterra, nazioni certamente più ricche dell’Italia, ma prodighe addirittura nel versare i loro risparmi per la grande lotta che deve assicurare per l’avvenire ai popoli una lunga, benefica pace. Sottoscrizioni a fondo perduto, completamente altruistiche, hanno raccolti in pochi giorni in questa non ricca Italia non meno di sei milioni. Una sottoscrizione nazionale basata sul migliore impiego dei risparmi, dimostrerà che gli italiani hanno in se stessi, nella loro causa, nella loro guerra la fiducia più completa – quella che il danaro solo può esprimere in forma concreta e positiva.
La Francia ha già dati 24 miliardi di franchi; quindici ne ha sottoscritti l’Inghilterra con entusiasmo cresciuto in misura della sempre crescente asprezza della lotta; l’Italia in proporzione dei propri mezzi, non sarà da meno di loro. L’obbiettivo è il medesimo – la liberazione del mondo dall’oppressione di una permanente minaccia militare, ed il ricupero per tutti di una pace benefica, riconfortatrice. Il prestito è la battaglia che tutti con uguale efficacia possono combattere – con le modeste cento lire, come col milione – tutti, con uguale concorde fiducia nell’avvenire della Patria e per la pace futura dell’umanità!
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Del resto che, un dì o l’altro, al gran cimento si doveva venire, risulta ogni giorno meglio dai documenti che vengono alla luce. Nel giorno sacro alla commemorazione della grande vittoria iniziatrice di Solferino, l’ambasciatore italiano, Tittoni, a Parigi, in una bella festa solenne franco-italiana, ha documentato inconfutabilmente tutto il lungo lavorio dell’Austria per devolvere a suo esclusivo vantaggio la situazione creatale dalla Triplice Alleanza, e valersene a sottomettere Serbia e Montenegro, fino dal 1908, con spregio e danno dell’Italia.
Tutti i ministeri italiani, in ogni tempo, devono avere provate quelle sensazioni medesime che Tittoni ha sintetizzate nella frase molto significativa: «costante mancanza di buona volontà da parte dell’Austria».
E se così fu, realmente, come provano i documenti pubblicati e come proverebbero – ha detto Tittoni – molti altri se si pubblicassero; perché chi ne ebbe, in passato, la responsabilità non provvide perché l’Italia fosse sempre forte, militarmente pronta, in grado di arrestare in qualsiasi momento le ingrate sorprese che l’ex-alleata così pertinacemente minacciavale?...
Ma, non facciamo recriminazioni. L’ora è venuta di aggiustare tutti i conti – e, in fatto, li stiamo aggiustando risolutamente e ad ogni costo. Viene ora in mezzo, con l’aria un poco di guastafeste, qualcuno che pur dovrebbe essere un amico – il Montenegro. Esso si è avanzato improvvisamente a Medua, ad Alessio, a Scutari, dove domenica sono entrati i suoi soldati accolti festosamente dagli albanesi di Bib Doda. Perché mutare così la situazione dell’Albania senza riguardo alle deliberazioni della famosa Conferenza di Londra del 1912 e con la certezza di recare dispiacere all’Italia?...
Virtualmente, il Montenegro non è fors’anche alleato con noi?... Esso, in una sua nota alle Potenze si giustifica, affermando che ha dovuto occupare Scutari per assicurare sé e la Serbia dalle incessanti mene austriache, onde parte delle forze montenegrine erano impegnate da quel lato, e così, ora sono liberate e possono andare contro il nemico comune. Va bene. Dunque l’occupazione montenegrina a Scutari non è che un fenomeno strategico – non ha nulla di definitivo, non vuole essere un fatto compiuto. Così si intende in Italia, dove si pensa che la gran guerra non debba pregiudicare in modo definitivo la questione albanese. Ma già codesti benedetti popoli balcanici, dopo avere così sanguinosamente baruffato fra loro, due anni sono, oggi, nell’ora in cui la concordia di tutti coloro che lottano contro l’Austria si impone, sono una delle inquietanti incognite per domani. Il signor Stancioff, il nuovo ministro bulgaro arrivato ieri a Roma, porta egli forse qualche soluzione accettabile di una almeno delle tante incognite balcaniche?...
Accennai appena, nel numero scorso, all’intervista del Papa col Latapie della Liberté. Mi parve non fosse da prestarvi fede, e così è infatti. Ma, per una intervista fantastica, quante altre interviste inutili?... Tutti i giornali ci hanno recato colonne e colonne di pareri, e pareri non richiesti, di questo, di quello, di quell’altro, su cose che il Papa non aveva dette, e che il signor Latapie aveva avuto il discutibile gusto di fargli dire. Il cardinale segretario di Stato, Gasparri, è venuto in mezzo con una sua intervista anch’egli, ed ha accomodato proprio per le feste quell’ottimo signor Latapie, il quale, ha capite affatto a rovescio quasi tutte le cose dette dal Papa; molte glie ne ha fatte dire che Benedetto XV non aveva dette; e ne ha fatte dire di assurde anche ad esso cardinale Gasparri, il quale conversò con l’oramai celebre Latapie appena due o tre minuti congedandolo. Così, il cardinale segretario di Stato, nella sua nuova intervista – che ha tutta la serenità propria di un uomo di molto spirito, – ha concluso: «Il signor Latapie avrebbe fatto molto meglio ad attenersi alla promessa formale a me data, di non pubblicare nulla senza previa autorizzazione; ma siccome né tali promesse formali, né la presentazione da parte di personaggi bastano a risparmiare alla Santa Sede simili deplorevoli indiscrezioni, per non dire peggio, il signor Latapie avrà l’onore di essere stato l’ultimo giornalista ricevuto dal Santo Padre durante la guerra».
Perché solo durante la guerra?... O non sarebbe bene che la Santa Sede non si esponesse più, né in tempo di guerra, né in tempo di pace, a simili sgradite sorprese?... Le interviste quando mai sono passate senza grattacapi per chi gentilmente e in buona fede le ha accordate?
Ha ben detto il cardinale Gasparri che spesso accade ai giornalisti di riferire solo le frasi che fanno loro impressione, «non riflettendo che questa o quella frase, staccata da tutto il contenuto del discorso, forse non riproduce fedelmente il pensiero od anche, quello che è peggio ancora, lo svisa completamente»... Ciò suole accadere – ha aggiunto il cardinale – specialmente se il giornalista, come è il caso del signor Lapatie, «deve parlare di cose che egli non bene conosce».
In conclusione, dall’intervista papale, è uscito tutt’altro che l’apologia del giornalismo.
Dunque in Germania la famosa concordia, la vantata compattezza di tutto il popolo teutonico per la guerra, va svanendo. I socialisti hanno fatto sentire esplicitamente la loro voce discorde; hanno formulate e stampate le loro proteste contro la prevalenza dell’imperialismo militare e si sono fatti banditori di pace. In Germania, anche dopo undici mesi di guerra, non esiste la censura, che è come una cura preventiva; ma esiste la soppressione manu-militari, che è una cura repressiva, coercitiva. Il Vorzvàrts – L’Avanti ! di Berlino – è stato, senz’altro, soppresso fino a nuovo avviso!...
Tal quale come la ultra militarista Deutsche Tageszeitung, il giornale degli agrari prussiani sostenitori dello Stato, degli Oertler e dei Reventlow che vanno predicando l’invincibilità della Germania e la necessità della sua egemonia organizzatrice sull’Europa, anzi, sul mondo!... Il comando militare ha detto basta agli uni ed agli altri – ai pacifisti socialisti ed ai pangermanisti guerrafondai. Il governo imperiale non vuole essere né trattenuto, né spinto.... crede di poter continuare ad andare da sé, senza consigli né in un senso, né nell’altro, anzi, va esso a dare consigli altrove – tanto vero che Bethmann-Hollweg, il poco malleabile cancelliere, ed il suo ministro per gli affari esteri, von Jagow, erano ieri a Vienna, a conferire coi ministri austriaci e con gli ungheresi per trovare – pare – la via di soluzione per gli accordi con la Romania, la quale domanda all’Austria legittime concessioni, vere rivendicazioni.... se no, saranno guai!... E pare che Bethmann- Hollweg e von Jagow comincino a riflettere che di guai addosso, gl’imperi centrali, ne hanno già più del bisogno. In fatto, quando la soddisfazione di respingere i russi e togliere loro Leopoli – perché non hanno più, pel momento, munizioni da artiglieria – si paga, come pare l’abbiano pagata gli austro-tedeschi, cinquecentomila uomini, fra morti, feriti, dispersi e prigionieri – si capisce che, anche in mezzo all’esaltazione per il successo, parli la ragione, e si senta la necessità di non tirarsi addosso, pochi o tanti, altri combattenti nemici!...
Ma, sarà vero?... Coloro che dovrebbero meglio sentire tale necessità, pare diano prova della più irriducibile ostinazione. Voglio dire gli ungheresi e, più precisamente, il conte Coloman Tisza, il presidente del gabinetto di Budapest, che è designato contrariissimo ad ogni concessione alla Romania... O non ne ha abbastanza di tutto quanto è accaduto, dal giorno della sanguinosa tragedia di Serajevo – che stupì il mondo un anno fa?... Fu egli, allora, l’interprete più aspro dell’avversione antiserba, che condusse alla politica di «castigo» accenditrice della grande guerra. Glielo ha ben detto il nostro ambasciatore Tittoni nel già citato discorso di Parigi. «Il primo ministro ungherese, conte Tisza, la cui figura energica fa impallidire quella evanescente del conte Berchtold, scomparso come un fantasma dalla scena internazionale, ebbe in un suo discorso ad invocare la maledizione su chi aveva provocata la guerra. Non dubitò egli in quel momento che la sua invocazione potesse attirare sul suo capo i fulmini della giustizia divina?...».
Si direbbe che tale dubbio non assalga il conte Tisza nemmeno oggi. Forse egli lavora al definitivo annichilimento dell’Austria, a tutto vantaggio dell’Ungheria. Probabilmente la stessa cosa che meditano Bethmann-Hollweg e von Jagow, con visione pangermanistica. Giacché pare proprio che fra nemici ed amici, l’Austria debba essere, finalmente, quella che dovrà fare le spese generali!... Dai nemici essa si guarda come può – e ancora, fino ad un certo limite può; ma dagli amici... Da questi, secondo il vecchio detto toscano, non può proprio salvarla che Iddio, il quale saprà ben giudicare se, davvero, ancora lo meriti, e l’abbia mai meritato da quando essa dura!...