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 2015  ottobre 28 Mercoledì calendario


La vera storia di Richard Speck, il mostro di Chicago. Quello che aggrediva, torturava e uccideva le donne quand’era così ubriaco che poi se ne dimenticava

È davvero impossibile descrivere in breve tutte le teorie e le ricerche dedicate al rapporto fra psicologia e violenza, ma quando si parla di serial killer il campo più indagato è quello dei traumi infantili. Un numero importante di assassini seriali, infatti, presenta nella propria storia una condizione di grave abbandono o di abuso psicologico e fisico; provengono spesso da famiglie conflittuali o disgregate, e non di rado sono cresciuti da un solo genitore. Tuttavia, benché il rischio di trasformarsi in individui violenti sia certamente alto, le piccole vittime possono ritagliarsi un ruolo normale nella società, sia pure a prezzo di una grande sofferenza personale e di ferite mai cicatrizzate.
E comunque non sono pochi gli assassini seriali cresciuti in ambienti con buone relazioni affettive e sane comunicazioni familiari. Prendiamo il caso di Cari Panzram: il 5 settembre 1930, poco prima della sua esecuzione, Panzram dichiara di avere ucciso 21 persone nella sua carriera di assassino seriale; e a chi, dopo l’arresto avvenuto all’età di 37 anni, gli ha chiesto del suo passato, Panzram ha riposto: «Tutti i miei familiari sono normali esseri umani; gente onesta che lavora duro. Tutti tranne me. Sono stato un animale da quando sono nato. Quando ero molto giovane, cinque o sei anni, ero un ladro e un bugiardo, un essere ignobile, spregevole. Più crescevo, più diventavo ignobile».
L’unica consolazione
Ma ecco un’altra storia, quella del «mostro di Chicago», dove i traumi infantili hanno svolto un ruolo importante. Nel 1966, all’epoca della strage, Richard Speck ha 25 anni, e un aspetto passabile. Il problema è che non sa che farsene della vita, e quando gli prende male l’unica consolazione sta nel fondo di una bottiglia. Peccato che le sue non siano sbronze tranquille. Quando beve Rick si trasforma in una belva, ed è meglio stargli lontano, perché non con ta che tu sia un amico o un nemico, il colore della pelle, l’età e nemmeno che si tratti della sorella o della moglie. Per questo è finito in carcere tante volte.
Poi c’era stata quella brutta storia a Monmouth, il villaggio dove era nato e dove ancora viveva suo fratello maggiore, William; era successo che avevano trovato una donna morta, una barista che si chiamava Mary Pierce e aveva 33 anni, pugnalata e gettata nel retro del locale. E poi un’altra, che aveva passato i 60 ed era stata violentata.
Richard non si ricordava nulla; gli pareva di aver conosciuto le donne, ma non rammentava di averle aggredite. Ma per capire un po’ di più chi sia Speck è meglio fare un passo indietro.
Nasce il 6 dicembre 1941 a Kirkwood, Illinois. Sono in tanti in casa Speck: padre, madre, tre fratelli e cinque sorelle. Papà però muore giovane, e la mamma si risposa presto con un tizio che si chiama Carl Lindberg, un pregiudicato alcolista e violento.
A 12 anni Speck già si presenta a scuola ubriaco; si giustifica dicendo che si era procurato una botta alla testa che gli causava terribile dolori: niente riusciva a sconfiggerli, solo l’alcool. Comincia a collezionare arresti per piccoli reati, e a 19 anni decide di farsi tatuare un messaggio, qualcosa di tosto, per distinguersi dagli altri; è così che all’avambraccio sinistro fa incidere «Bom To Raise Hell», nato per scatenare l’inferno.
Nel 1962 sposa una ragazza che ha appena 15 anni, si chiama Shirley Annette Malone, e presto lo rende padre di una bambina, Robby Lynn; ma la storia dura poco più di tre anni, anni che Speck trascorre per lo più in carcere. Nel novembre del 1963 viene infatti arrestato e condannato a tre anni per furto e falsificazione di documenti; rilasciato nel gennaio del 1965, viene nuovamente arrestato per furto aggravato.
Nella primavera del 1966 trova impiego su un battello sul Lago Michigan, ma viene presto licenziato dopo essersi più volte ubriacato sul lavoro. Pochi mesi ancora, e Richard si trasformerà in uno dei più spietati assassini della storia del crimine.
► I conti non tornano
È il 14 luglio, fa un caldo insopportabile e Speck è determinato a lasciare Chicago; non ha più un soldo in tasca e conta d’imbarcarsi per New Orleans; ma non c’è posto, forse tra qualche giorno, gli dicono, e lui finisce a sedersi su una panchina, al 2319 East di 100th Street, davanti alle finestre aperte di quella che sembra una residenza.
Si vedono tante ragazze giovani e carine, e lui capisce che quello è il dormitorio della scuola per infermiere; magari ci si può divertire, pensa, e poco prima della mezzanotte bussa alla porta di Corazon e Valentina. Appena le ragazze aprono si trovano davanti un uomo ubriaco, con un giaccone aperto a mostrare una pistola e un coltello che spunta dalla tasca. Intima loro di fare silenzio, se non vogliono farsi male, e poi le spinge nella stanza vicina, dove dormono Marlita, Patricia, Nina e Pamela. Richard lega le sei ragazze, non prima di aver chiesto loro di svuotare le borsette, perché ha bisogno di soldi.
Qualche minuto e nel dormitorio rientrano Gloria, Mary Ann e Suzanne; una dopo l’altra anche loro vengono legate, con i polsi stretti dietro la schiena. E a questo punto Richard Speck perde completamente il controllo.
Si è riempito le tasche, ma l’occasione di avere nove donne a disposizione è troppo grande per lasciarsela scappare. La successione dei delitti e le modalità di esecuzione sono tanto efferate quanto folli: una dopo l’altra, le vittime vengono portate in un’altra stanza, torturate e uccise. Nella confusione e nella frenesia, il killer commette però un errore: oltre a un gran numero di impronte digitali, si lascia dietro una testimone ancora in vita. Ma come ha fatto a confondersi con i numeri? Era sicuro che le ragazze fossero otto, e altrettanto certo di averle eliminate tutte. Forse ce n’era ancora una, che fatica a ricordare, ma di cui parlano alla radio e sui giornali.
► Carcere a vita
Finisce in una stanza d’albergo, e per un attimo gli prende una disperazione sorda; forse è il caso di farla finita. Ha ancora con sé il coltello con cui ha ucciso, ma per qualche strano motivo ne ha paura. Meglio raccattare una bottiglia vuota che sta accanto al letto e fracassarla. Con una scheggia si incide le vene del braccio, ma poi, all’improvviso, scopre che non ha alcuna voglia di morire.
Il sangue che esce a fiotti gli mette addosso una gran paura, e Richard si mette a urlare, a chiedere aiuto. Alla fine è il portiere di notte a intervenire; lo fa stendere sul letto, gli blocca l’emorragia con una cintura e poi chiama un paio di poliziotti che accompagnano Speck in pronto soccorso.
Lì, al suo primo turno di guardia, c’è Leroy Jones Smith, 26 anni e un’ottima memoria. Il medico fa quello che avrebbero dovuto fare gli agenti: ricordare il tatuaggio di cui hanno parlato tutti i giornali. Quello con scritto «Nato per scatenare l’inferno».
Il processo a Speck inizia il 3 aprile 1967, nel tribunale della Contea di Peoria, a tre ore d’auto da Chicago. Il momento più drammatico è quello in cui viene chiesto a Corazon se riconosca nell’imputato l’assassino delle sue otto amiche; la ragazza si alza e cammina verso Speck fissandolo negli occhi. Poi gli punta l’indice contro, quasi a sfiorarlo, dicendo: «Questo è l’uomo». La testimonianza dei tecnici della scientifica, sulla corrispondenza tra le impronte digitali di Richard e quelle trovate sulla scena del crimine è un’ulteriore conferma della sua colpevolezza.
Il 15 aprile, dopo 49 minuti in camera di consiglio, la giuria condanna Richard Speck alla pena di morte, verdetto che verrà poi modificato con il carcere a vita. Quello che da questo momento verrà chiamato il mostro di Chicago muore d’infarto il 5 dicembre 1991.
Otto anni prima, Hollywood aveva deciso di dedicare un film alla sua storia; uscito nelle sale con un discreto successo commerciale, Dieci minuti a mezzanotte poteva contare sulla presenza di Charles Bronson. Eppure il critico del «Chicago Sun», Roger Ebert, non ne fece una buona recensione: «Ammiravo il semplice e rude talento di Bronson, ma che cosa ci fa in una pattumiera come questa?».