L’Illustrazione Italiana, 14 febbraio 1915
Il topolino e la guerra
– La guerra? Scoppiata la guerra in Europa? Che disastro! E noi?... Io....
Non solo al Caffè Grande, ove gli amici l’ascoltavano deferenti, ma anche nei soliloqui abituali, a mezza voce, fra i muri della sua camera, il signor Enea Grualdi si serbava modesto. A parole.
– …io non capirò nulla. Mi sembra però che quando sono in fiamme le case dintorno alla nostra, bisogna far presto; cercar ogni mezzo per salvarci. Il nostro Governo dovrà provvedere; difenderci dai danni di questa calamità; e se non avrà quattrini abbastanza, ne prenderà, dico io, dove ce n’è.
Intanto udiva l’Aurelia che cantarellava nell’altra camera. L’imagine della figliuola, così bella ma così altera, gli si affacciò alla mente a contrariarlo; sempre persuasa di pensar bene pensando il rovescio di lui. Ed egli seguitò sicuro di pensar bene :
– Non c’è da fidarsi nemmen delle banche. Eppoi, la guerra incaglierà commerci e industrie, e beato chi avrà capitali pronti da investire in ipoteche o compere!
Fermata questa idea – dalla quale nessuno al mondo avrebbe più potuto rimuoverlo – il Grualdi andò alla Banca del paese, parlò al direttore, dimostrò l’urgenza di un affare e ottenne di riscuotere subito le tremila lire dell’Aurelia, senza dirlo, s’intende, all’Aurelia. Due giorni dopo era imposta una limitazione al ritiro dei depositi.
Bel colpo! – pensò tutto contento il signor Enea. Ricontava i biglietti da cinquanta, da cento e da cinquecento. E riavvolgendoli in pacco, per bene, li ripose nella cassapanca che teneva a piè del letto e che era di quelle antiche, di noce, massiccie; più forte di una cassaforte. Ora non gli restava che attendere una richiesta seria, una proposta veramente proficua, e dire alla figlia:
– Vedi? Ecco il vantaggio d’aver sale in zucca!
E tante grazie all’Imperatore Guglielmo II!
Eppure se lo sognò, una notte, in malo modo, l’Imperatore di Germania.
Gli pareva che una masnada di Usseri della Morte entrassero a piedi – nella sua camera agitando le sciabole, e che lui, il Kaiser, ristando a cavallo, con quei baffi, sulla soglia dell’uscio, accennasse sinistramente là, alla cassa di noce.
Ma destato di soprassalto il signor Enea non vide – ah che sollievo! – nessuno; e invece del fracasso tedesco non udì nel buio che un rosicchio.... lontano? vicino?... – così tenue e pacifico che si riaddormentò senza più pensieri di Guglielmo II. La mattina dopo, subito, come gli altri dì, ripensò alla guerra; e per la fretta di andare in paese a leggere i giornali si dimenticò affatto del sorcio.
Il quale alla notte di poi non gli concesse per un pezzo di dormire; sebbene il ticche ticche gli venisse quasi da una lontananza profonda: forse di dietro al comò; forse di dietro all’uscio.
Non si poteva dubitare fosse penetrato nella cassapanca, dove non passava nemmeno l’aria. Tuttavia appena ebbe riaperti gli occhi e si fu alzato, a giorno chiaro, il signor Enea smosse la cassa indagando d’ogni parte e.... Oh! No, ecco: ticche ticche. Il rosicchio era proprio nel comò, entro il primo o il secondo cassetto. Dunque niente paura! Ma che brutta sorpresa! Nel dorso della cassapanca, a mezzo, per un nodo del legno sfuggito all’asse chi sa da quanto tempo, si scorgeva un bucherello non così piccolo da impedire l’adito a un sorcio che da poco avesse imparato a rodere.
E il signor Enea corse al comò a prender la chiave dal ripostiglio e senza badare al nemico che difilava via, fuori della camera, come un’ombra fugace, egli si volse; schiuse la cassa. E sollevato, palpitando, il coperchio, e tolto il panno sotto cui aveva riposto
– per bene – il pacco dei quattrini… Come
non stramazzò all’indietro, rovesciato da quella mazzata in fronte, da quell’atroce colpo nel cuore? Lo sostenne forse l’apprensione stessa del tremendo spettacolo; forse gli fu sospesa la coscienza, dallo spavento, dallo stupore della cosa enorme, diabolica. Un prodigio diabolico! Che orrore! che disastro! Era un soffice tritume di carta bianchiccia e nericcia (il giornale in cui aveva avvolto il tesoro) e di carta bluastra, verdognola, gialliccia, rossigna (il tesoro), tutta rimescolata e confusa e uniformata dal bianco che l’intacco dei morsi aveva scoperto fra le tinte. Era l’opera d’una perforazione regolare, minuziosa, finissima: deliziosa per il distruttore che l’aveva compiuta. Era un cumulo sollevato, gonfiato, pareva, perché lo dissolvesse il più tenue soffio.... Tremila lire!
Pesantemente lasciò ricadere il coperchio. Aveva trattenuto, poveromo !, il grido nella strozza rimanendo a bocca aperta. Si sedé. Tacque. Piangere? Finché la necessità che l’Aurelia ignorasse, gli ricuperò l’animo, a poco a poco.
Impossibile non riparare, non evitare dalla figliuola accuse, rimproveri, disistima, disprezzo! Ma come era possibile riparare, come distinguere i biglietti da cinquanta e da cento in quel guazzabuglio? come aggiustarli, ridotti così, per ottenerne il cambio? Che orrore! che disastro!
Tornò a guardare, a richiudere con ambascia anche più grande. Ah se l’Aurelia avesse visto le sue tremila lire, la dote che le aveva lasciata la sua povera mamma!
Piangere? gridare?
Egli resisté ancora; non gridò; non invocò dalla figlia rimproveri e oltraggi per ottenere, al contrario, perdono e conforto. Si rimise.
Poi, senza dir altro che – Vado in paese, – uscì in fretta; e corse. Allo studio dell’avvocato Ringa, suo conoscente vecchio, non ci era andato mai, non avendo avuto mai bisogno di consigli altrui e, tanto meno, di quelli costosi di un legale; ma questa volta anche un avvocato poteva suggerire un’idea senza farla pagar troppo.
Infatti appena ebbe udito il caso, il Ringa sorrise placidamente. Promettendo il segreto che il Grualdi insisteva a richiedere – Credi
disse -che nessun altro sorcio a questo mondo non abbia roso documenti e valute? Sta di buon animo, caro! lo conosco un omino che fa appunto il mestiere di accomodar carte fruste. Tu portami il pacco, con cautela, per non accrescerne il disordine. Fatta la riparazione, otterremo il cambio dal direttore della Banca, che è un mio carissimo amico.
Tutti erano suoi amici; dava del tu a tutti, l’avvocato Ringa.
E il signor Enea Grualdi ringraziò, tranquillamente, contento; rammaricandosi solo d’aver sofferto per una causa che adesso gli sembrava quasi lieve.
– Addio, caro! arrivederci! Sta di buon animo! – ripeteva l’avvocato.
Ma quando il Grualdi fu uscito, si fregò le mani più contento di lui.
II
Poiché il restauratore di carte l’ebbe assicurato che l’opera sua sarebbe riuscita a perfezione, il signor Enea Grualdi nei soliloqui domestici e nei discorsi al Caffè divenne fautore convinto della neutralità. Qualche giornale sosteneva che la neutralità armata costava forse non meno della guerra; né egli aveva da desiderare spargimento di sangue fraterno per far fruttare la somma della figlia approfittando dell’altrui disagio.
E bisognava vederlo e udirlo al Caffè Grande, quando, appoggiato allo schienale del divano, una gamba a cavallo dell’altra, si accarezzava il petto con le mani trattenute dai pollici entro gl’incavi del gilet; e affermava:
Io non so nulla di nulla; io non sono che un povero pensionato del Catasto; ma penso che la guerra sia il più gran flagello per una nazione, e che l’interesse della patria deva star al disopra di tutti gl’interessi. No?
E qual era l’interesse dell’Italia? Non tradire l’alleanza né difenderla.
Dico male?
– Bene! benissimo! – rispondevano gli amici, a cui piaceva esser assicurati nell’egoismo di proprietari o benestanti.
Mentre il pensionato del Catasto conversava in tal modo, tre giorni dopo quello della maggior passione che avesse provata in vita sua (e il sorcio?), venne a cercarlo un messo del municipio insieme con un ufficiale di fanteria. Questi chiedeva ospitalità al signor Grualdi per alcuni dì. Vicino – nel borgo – alloggerebbe la mezza compagnia di soldati giunta allora allora per mantener l’ordine, che minacciavan di turbare i richiamati socialisti.
– Oh volentieri! Si figuri! Fortunatissimo! – esclamò il signor Enea alzandosi pettoruto, d’improvviso, distolto dalla sua modestia.
E come, strada facendo, il tenente l’informò che era stato richiamato anche lui, e con grave danno (era ragioniere), l’ospite credé opportuno tornare su la sua opinione; sui vantaggi della neutralità e della pace.
Via via, arrivò sino alla pace universale. Alla fine, l’ufficiale proruppe:
– Ma che pace d’Egitto! La guerra, signor....
– Grualdi, per servirla.
– La guerra, signor Grualdi, è la vita. Uno le dà fastidio? E lei cerca di liberarsene.
Uno tenta di assassinarla? E lei tenta di accopparlo.
Il signor Enea si ricordò del topo.
Entravano in casa.
Aure1ia! Aurelia!
L’Aurelia, che li aveva visti arrivare, non rispose. Affrettava la toilette.
– Ecco la camera dei forestieri – disse l’ospite introducendo l’ufficiale nella camera di rimpetto a quella della figlia, il tenente, ringraziando, chiuse l’uscio. E per riposare, si levò la giubba. Ma affacciatosi alla finestra vi ristette ammirato.
Eran pur belli quei luoghi! Nell’aria serena vibrava la luce, l’anima della vita universa; e, diffusa per la valle verde e lieta, una tentazione d’amore fulgeva sui prossimi colli, e superava i monti lontani assorgenti al cielo senza limitar l’infinito.
Amare riamati! e viver là, in cospetto alla divina natura e nella tranquillità famigliare, lontani dalle cattiverie del mondo!
Quand’ecco uno strido. – Aiuto!
Fu un grido quale di donna ferita a tradimento. L’ufficiale balzò fuori, in manica di camicia, con la sciabola.
Babbo! aiuto! Un topo! Corri!
Volgendo il dorso la giovane teneva chiuso
l’uscio come temesse che il sorcio per scappare potesse sforzarlo.
Mi aspettavo di peggio – disse il tenente arrestandosi nel vedere arrivare il genitore. Furioso, brandiva alta la scopa, strabuzzava, urlava: – L’ammazzo io! Voglio ammazzarlo io! Infame! assassino!
Per lasciarlo entrare nella camera l’Aurelia aperse l’uscio; si voltò, e dovette sorridere poiché il giovane rideva a quell’ impeto micidiale e armato di scopa.
Bella ragazza! Nella vestaglia la persona si atteggiava scultoria. E gli occhi !
Se sapesse che ribrezzo mi fanno i sorci!
Queste parole ella pronunziò non a modo di scusa, ma di difesa. Aggiunse :
Mi è saltato contro mentre aprivo il comò – e rabbrividì tutta. Il visibile contrasto del carattere fiero con la sensibilità femminile la rendeva singolare.
Io invece lo benedico quel topo ! – esclamò il tenente.
Quasi tornasse d’un tratto nello stato normale, l’Aurelia chiese: – Perché?
Perché mi ha consentito di conoscerla così, signorina: con la confidenza d’una vecchia amicizia.
Ella divenne rossa, un poco. Piegando il capo disse:
C’è, babbo? Spicciati!
Si udiva di dentro un tramestìo di mobili; un fustigare e frugare e borbottare.
E l’ufficiale, forte:
L’ammazzi, signor Grualdi! E la guerra! – Poi all’Aurelia, che voltandosi di nuovo lo fissò
un istante: – Amabilissima !
Seguì nella camera il silenzio trepido che precede le catastrofi, e, fuori, il silenzio di chi ha già troppe cose da dire e di chi già bramerebbe ascoltarle.
Ed ecco: paf!, il colpo di scopa in terra, e l’esclamazione della vittoria: – Ci sei rimasto!
Con un altro, sebbene tenue strido, l’Aurelia si ritrasse mentre il padre usciva sorreggendo il morto per la coda. Com’ era piccolo! E come pallido il signor Enea, anzi che glorioso e trionfante!
L’ufficiale non parlò; non rise più. S’inchinò a un tacito saluto; al quale la ragazza rispose con un sorriso degli occhi: un lampo. E si ritirarono l’una e l’altro nella propria camera.
– Quanto mi hai fatto soffrire! – disse il signor Enea, gettando, con rabbia non ancor soddisfatta, il topolino dalla ringhiera.
(Il fine al prossimo numero)