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 1915  febbraio 14 Domenica calendario

Luiza Anzoletti, la poetessa trentina

Trieste, Trento!... Questi due nomi, congiunti per la prima volta nel ’48, oggi sorgono più che mai da spiriti irradiati dalla speranza. Ogni voce di quelle terre irredente, come, con parola entrata ormai in tutte le cancellerie diplomatiche e in tutte le lingue, le chiamò per primo Matteo Renato Imbriani, che ci par di sentire, veemente vindice, tuonare ancora per l’integrità dei confini italici – ogni voce di Trento e di Trieste ci arriva cara: ci giunge caro così il nuovo libro di poesie Canti dell’Ora d’ una poetessa trentina, Luisa Anzoletti, nota per la difesa di cause morali e per la versatilità dell’ingegno, spiccatamente italiano, poiché ella è poetessa, erudita, latinista, musicista, conferenziera, filosofessa, benefattrice: un complesso di forze, che non escludono l’operosità domestica di figlia affezionata e modesta.
Canti dell’Ora sì, anche se non echeggiano tutti gli squilli dell’ora che volge; canti dell’ora sì, perché hanno qualche cosa della trepida aspettazione comune.
Il Trentino diede alla letteratura nostra tre poeti principali: Giovanni Prati, il lirico sovrano, Andrea Maffei, traduttore di eleganze elette, e Antonio Gazzoletti, l’autore del dramma Paolo, che sovrasta alle stesse liriche e che, nella letteratura drammatica ignota o quasi ignota, dalla quale altri trasse rivoli d’ispirazione, rimane esempio di ardimento innovatore. Splendido di luce propria il Prati, bardo del Risorgimento; – splendido di luce riflessa il Maffei, interprete della voce di genii imperituri; – degno della fiducia di Camillo Cavour il Gazzoletti, che alla poesia univa l’azione di propaganda liberale, invocando fin dal 1848 l’annessione di Trento e di Trieste al Piemonte.
Il Trentino (l’abate Rosmini e i giuristi a parte) ebbe ingegni audaci e poeti ribelli. Quanti conoscono il poeta Girolamo Tarta- rotti di Rovereto, morto nel 1761, mentre il boia, per ordine del vescovo di Trento, ardeva nella pubblica piazza una sua lettera che negava la santità del beato Adalpreto vescovo e principe di Trento ucciso nel 1178 da un conte, i cui discendenti abitano ora a.Milano ?...
Non così ribelle, certo, Clementino Vannetti della stessa Rovereto, ma aperto assertore dell’italianità trentina in un sonetto famoso diretto al conte Antonio Marrocchesi che aveva scritto «Tirolo» invece di «Trentino» come del resto mille e mille altri a’ suoi giorni e dopo. Il Vannetti sparì nel 1790 dalla sua terra che aveva seminata di epigrammi.
Nessuna poetessa degna del nome diè il Trentino, tranne Luisa Anzoletti, che dalle austerità degli studii classici arriva alle moderne modulazioni dimostrando la duttilità del suo spirito indefesso. Chi leggeva un giorno i suoi esametri latini non si imaginava di ritrovare in questi Canti dell’Ora i soffii della vita a noi più vicina, e le raffinatezze della réverie.
Questa poetessa, nutrita del forte cibo dei maestri della latinità, liba ora nelle fiale dei poeti moderni raffinati; ma il «fren de l’arte» disciplina i voli.
Là, dove la poetessa tocca direttamente la vita palpitante nostra, riesce più nitida e più efficace. Ella è allora nel vero; il vero, questo grande ispiratore e maestro eterno. Dallo studio del vero ci siamo allontanati in letteratura, in pittura; e dobbiamo ritornarvi, senza il partito preso di prima, ma per attingervi ciò che più dura. Forse rimarrà fra le più alte liriche di questo tempo quella del- l’Anzoletti Dall’antico al nuovo ospizio. Son terzine di verità e di bellezza affettuosa.
Quando i vecchi di Milano lasciarono l’antico loro Pio Ospizio Trivulzio per la nuova sede fuori di Porta Magenta (e allora l’Illustrazione Italiana, con la matita del pittore Arnaldo Ferraguti presentò tutta una serie di scene caratteristiche), Luisa Anzoletti (che a quell’asilo dona parte della sua vigile assistenza sull’esempio di Maria Gaetana Agnesi da lei celebrata in un libro) cesellò una estesa poesia, che è uno sfilare di visioni di vite vissute e sofferte. I versi che parlano dell’uscita di quei vecchi dal luogo che per lunghi e lunghi anni accolse tanti naufraghi della vita, rimarranno nella mente, come il celebre quadro del Morbelli: sensazioni di addii desolati e d’un passato commosso. Quei vecchi cadenti partono da quelle stanze, da quei cameroni, dove furono accolti dalla carità cittadina; partono per sempre:
Muojono gli echi, e il brivido profondo
de’ luoghi abbandonati ampio e funesto
scorre il palazzo gentilizio. Al mondo
mai non si vide uno squallor più mesto.
La poesia e l’arte degli accenti umani sono  poesia e arte eterna : e torneranno a regnare quando sarà finito il predominio dei vaniloquii artificiati, dei vasi decorativi ma vuoti. Torneranno i gridi schietti e veritieri dell’anima, nella lirica e anche nella musica. Nelle opere musicali moderne, si mira alle sorprese armoniche e alle novità orchestrali, non a quelle voci vere, eternamente vere che vibrano nelle opere dei grandi, si chiamino Bellini, Verdi, Wagner. Nella lirica, si sono raggiunte squisitezze di ritmi, di tavolozza, di sfumature; ma ciò che di umano, profondamente umano parla nei versi della Vita nuova di Dante, del Canzoniere del Petrarca, delle rime del Tasso, e via via fino al Leopardi, abbonda forse?... Fra i nuovi poeti d’Italia, il caro nostro Bertacchi attinge al sentimento; e il sentimento spesso innalza il canto della poetessa trentina, come nell’Arancio : esso è anche il filo di luce che la guida nel dedalo delle sensazioni complicate e nebbiose, come in Anime lontane. Sembrano pur vicine le amanti cose belle! e sono tanto lontane!...
In simili poesie psicologiche, è facile cadere nelle astruserie: certe spirituali sottigliezze, come vetro filato, si rompono all’esame.... Ma quale contrasto fra queste evanescenze e l’aspro assalto satirico d’altra poesia di Luisa Anzoletti! Saettano le invettive di Orazio nell’ode saffica A una maligna. Satira personale, che ci avverte nitidamente della presenza d’una donna, anzi di due donne.... non amiche. Noi li vediamo quei
…guizzanti ne la picciola orbita
occhi sinistri
grigi, taglienti, senza lampi e lacrime;
del tristo cor ne’ malefìzii, vecchio.
Ma la satira si eleva per certe feste centenarie, nelle quali
una frotta d’oscuri pigmei
s’atteggia a grandezza.
Ben altro è l’ideale di patria, adorato da Luisa Anzoletti. È un ideale indomito d’irredenta:
Noi, pe’ i quali a la lotta, al lungo oltraggio,
il carattere fu pari a la fede;
Noi, su ’1 cui labbro è vindice il linguaggio
del buon diritto, che già mai non cede,
Indomito ideale!...
Se possono far ridere le ritinte settuagenarie Veneri d’ebano, che si cacciano nelle file guerriere degli «interventisti»; destano grande simpatia le voci d’una donna che parla per la sua terra natia; terra che ha tutto d’italiano tranne un barbaro destino.

*

Oltre che alla patria, all’umanità mirano talvolta I canti dell’Ora. La terzina, il glorioso metro italianissimo, già fulgore del Monti e rimesso alla moda, con atteggiamenti nuovi, da Gabriele d’Annunzio, che innova tutto ciò che tocca, presta alla poetessa trentina la gravità necessaria all’alto soggetto trattato ne L’oscuro sterminio. L’eloquenza poetica della scrittrice trentina qui spiega più larga la vena: questo canto, che parla dell’orrenda strage odierna, è un vero canto dell’ora, ed è il caposaldo del sognato e vissuto volume, nel quale la ricchezza della lingua presta energie e grazie efficaci ai pensieri.