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 1915  febbraio 14 Domenica calendario

CORRIERE. Il cattivo tempo. – Carnevale. – La bandiera dei neutri e la guerra. – Le preghiere per la pace. – Il principe di Bülow. – Il grano e il pane. – Commedie nuove. – Libri nuovi. – I Pensieri di Cesare Correnti

Voi, probabilmente, gentili lettrici e lettori, ne avete abbastanza dei miei Corrieri sulla guerra e sulla pace, sulla neutralità e sull’intervento, e, in cuor mio, non so darvi torto. Ma dovete averne anche abbastanza di questo tempo detestabile che tutti i giorni ci regala una pioggia granulosa che non ha il coraggio di essere neve, ed una neve floscia e squagliaticcia che bagna più dell’acqua; e nel bel mezzo di febbraio ci dà giornate grigie e fosche come a metà dicembre, e non lascia nemmeno accorgersi che le giornate sono allungate di un paio d’ore, e che la primavera – la così detta primavera meteorologica – non è, o, per meglio dire, non dovrebbe essere lontana che un venti giorni.
Si direbbe che tutte le pazzie guerresche alle quali gli uomini del secolo XX si abbandonano sfrenatamente dal mare del Nord alle rive dell’Eufrate e del Tigri, dalle acque della Patagonia alle rive del Canale di Suez, influiscano sugli elementi naturali. Certo, alle pazzie degli uomini si aggiungono con una insistenza disperante le pazzie della natura, che dal terribile terremoto del l3 gennaio in poi si è data a martoriare l’umanità con fenomeni d’ogni peggior specie – l’abbassamento del lago di Paterno, la frana di Savoia Lucana, la frana sull’acquedotto del Serino, un’altra frana sulla ferrovia vicino a Recco, le inondazioni nella Campagna di Roma, le impetuose mareggiate sul Mediterraneo e sul Tirreno, le nevicate mai più vedute in Toscana, i terremoti persino nelle Alpi Bernesi, e dall’alto Cadore alle vallate Piemontesi I0 e fino a 20 gradi sotto zero!...
Così, fra l’uggia fosca, passa il carnevale, che a Milano è stato contrassegnato, pubblicamente, dal consueto mirabolante avvenimento dell’inaugurazione della fiera di Porta Genova – un’invenzione filantropica che ha, costantemente, questo effetto immancabile, di far piovere, nevicare, tempestare anche quando, per la vicenda meteorologica delle correnti atmosferiche, sarebbe ora che il sole tornasse a dimostrare ai miseri mortali che la sua energia ravvivatrice non è, non dirò spenta, ma nemmeno addormentata come quella donna di Correzzo Veronese che, coricatasi, due settimane fa, in ottime condizioni di salute ed all’ora consueta, dorme da quindici giorni profondamente e nessuno riesce a svegliarla.
Io mi permetto di invidiarla, e se un sonno simile potesse durare, con la vita, un sei mesi, ne vorrei avere il dono, la consolazione anch’io, per svegliarmi soltanto fra sei mesi, e vedere se la guerra è finita... e se piove ancora!...
Il carnevale però ha l’aria di esercitare anch’esso sulla guerra una specie d’influenza.
È quasi crudele, cattivo, ciò che dico, ma  pure è così. Almeno sul mare è ammessa la truccatura – le navi commerciali inglesi sono autorizzate a battere bandiera neutrale per sfuggire, possibilmente, alle insidie siluratrici degli audacissimi sottomarini germanici. La Germania va su tutte le furie, risponde annunziando inesorabilmente il blocco marittimo antibritanno a cominciare dal 18 febbraio, e alle navi che – come la Lusitania – cuoprono la loro nazionalità inglese con la bandiera nord-americana dalle stelle e dalle striscie, grida fortemente: «giù la maschera!».
È un aspetto nuovo e più tragico di questa gran guerra; e mette sossopra anche i nord-americani, i quali si interessano assai più a ciò che succede di eccezionale, di quasi inconcepibile nella Vecchia Europa esasperata, che nel paese loro vicino, il Messico, dove tutti i giorni c’è un generale che ammazza o il presidente del momento, o i fratelli o i figli del presidente nuovo; salta fuori un altro generale che ammazza con una revolverata un collega che sta per arrivare alla presidenza; la capitale è trasportata ogni otto giorni da una località all’altra per salvare possibilmente un presidente qualsiasi, ed i telegrammi che recano notizie di questo genere, finiscono con una dolce frase stereotipata: «Tutto è tranquillo al Messico!...».
Domenica scorsa, come già accennai nel Corriere passato, i fedeli cattolici, in tutta Europa, hanno pregato il Signore Iddio per la pace. E vero che a Parma i sindacalisti, cioè i socialisti-rivoluzionari, incuorati anche da alcuni «compagni» venuti di Francia, hanno dichiarato con circa 11.000 voti contro meno di 3.000 il loro fervore perché l’Italia scenda anch’essa in guerra; ma non è meno vero che a Roma, in San Pietro, venticinquemila fedeli almeno, rispondendo alla voce orante di Benedetto XV, hanno invocata con solenne preghiera la pace. E l’hanno invocata – proveniente dalla vittoria – i cattolici di Parigi in Notre-Dame raccolti attorno al cardinale- arcivescovo Amette: mentre fuori i profani, auspice il Touring-Club di Francia, festeggiavano il cannone da 75 che fa 23 colpi al minuto (8 più che il suo rivale tedesco!) – e l’hanno ugualmente invocata, insieme al ritorno dell’indipendenza e della libertà, gl’infelicissimi belgi, raccolti nella cattedrale di Malines attorno al loro primate, il cardinale Mercier, la cui commovente pastorale è una pagina luminosa, che rimarrà nella storia di questi due anni terribili!...
Io dico «due anni» – ma chi lo sa se saranno due solamente, se non diventeranno tre?... Il primo ministro inglese Asquith, alla Camera dei Comuni, ha detto ieri che gl’inglesi, fino al 2 febbraio, avevano avuti fuori di combattimento, sulla linea franco-belga, centoquattromila uomini; ma il sottosegretario parlamentare per la guerra, ha subito dopo soggiunto di non poter fare alcuna previsione circa la durata della guerra, alla quale gl’inglesi, concordemente, non prefiggono che una meta : «un esito per il quale gli alleati debbano dettare essi le condizioni della pace».
È chiaro dunque che anche in Inghilterra, dove sono così mirabilmente risoluti, tranquillamente sereni, flemmaticamente decisi; in Inghilterra dove si stanno raccogliendo ancora un tre milioni di soldati, e dove il personale della marina si sta elevando da 200 mila a dugentocinquantamila uomini, e dove è, in sostanza, il vero e maggior tesoro di guerra, aperto agli alleati – cominciando dalla Russia, il cui ministro delle finanze, Barck, è ora a Londra, dopo essersi trovato coi suoi colleghi di Francia (Ribot) e d’Inghilterra (Lloyd George) a Parigi – in Inghilterra continuano a preparare tenacemente la guerra, perché, non c’è versi, quando si è nel ballo bisogna ballare; ma pensano alla pace.
E vi pensano a Vienna, dove alle preghiere di domenica scorsa nella cattedrale di Santo Stefano intervenne una folla immensa, in mezzo alla quale figuravano arciduchi ed arciduchesse.
E la pace la desiderano indubbiamente anche i tedeschi, – che con uno sforzo, che non ha, credo, confronti nella storia – tengono tenacemente – da quasi sette mesi la guerra in casa altrui, in Francia, nel Belgio, in Polonia – facendo fronte ad una coalizione assai più formidabile di quella che, cento anni fa, schiacciò Napoleone.
Una lettera da Berlino alla Zürcher Post, giornale che per le forti simpatie sue per la Germania non può, in questo caso, apparire sospetto, contiene, infatti, un passo interessante sui desideri di pace che incominciano a manifestarsi negli strati profondi della popolazione tedesca.
«Alla superficie – è detto nella lettera – c’è la fiducia, la certezza nella vittoria..., ma se si leva il velo che la ragione di Stato ha intessuto alla superficie, troviamo dovunque un desiderio doloroso e appassionato della pace».
La lettera parla anche delle voci che sono corse in questi ultimi tempi su trattative di pace, e conferma vagamente che «a lato della grandiosa azione militare, continua un incessante lavoro diplomatico» – e ciò è ben naturale; è sempre stato così durante tutte le guerre. Poi più avanti aggiunge che «aumentano i sintomi i quali provano che i voti per la pace cominciano a parlare più forte del cannone».
Accanto a queste voci germaniche trova posto – per quel che può valere – ciò che è riferito in una intervista che una collaboratrice del giornale ungherese Az-Est, dice di avere avuta a Roma col principe di Bülow. L’ex-cancelliere germanico, interrogato circa i pretesi appetiti tedeschi a spese dell’Austria- Ungheria, avrebbe detto:
«Noi che conosciamo la fedele concordia degli alleati, possiamo ridere di cuore di tali stupide insinuazioni. Noi sappiamo che la Germania non pianterà in asso la Monarchia austro-ungarica. Anche le storielle assurde di una pace separata che verrebbe chiesta dalla Monarchia sono invenzioni da non prendersi sul serio».
Quanto alla politica dell’ Italia – stando sempre alla intervistatrice ungherese – il principe di Bülow avrebbe detto:
«lo ho fiducia nella saggezza politica e nella assennatezza dei circoli dirigenti in Italia. Spero che essi troveranno anche nell’avvenire il giusto cammino e lo seguiranno. Non dubito neppure che l’Austria faciliterà al Governo e al popolo italiano i modi per vivere in pace e in accordo con le Potenze centrali».
Questo è un poco diverso dalle insolenze che oratori e giornali francesi regalano ora all’ Italia – e persino a spiriti sereni come il maestro Puccini – dopo tanta commovente ed eterna gratitudine dichiarata solennemente in agosto, quando 1’Italia si proclamò neutrale.... Ma passiamo oltre su tutto questo. Ci sarà tempo a parlare dell’Italia e di ciò che essa farà… Tanto, fra otto giorni si riapre la Camera, davanti alla quale stanno, sullo scottante tema, interrogazioni e interpellanze d’ogni genere compresa una per sapere: «cosa fa a Roma il principe di Bülow?!...».
Che bella cosa se noi, che abbiamo tanto ingegno, tanto spirito, tanta forza di assimilazione avessimo anche la calma dell’attesa, la disciplina dell’ intelligenza, la riflessione serena che vede tutti gli aspetti delle cose, e che – senza essere abnegazione ultra cristiana come quella di Silvio Pellico che, davanti ai suoi processanti spietati arrivava a chiedersi «e se avessero ragione loro?!...» – sa rendersi conto di tutto il complesso di fatti che una guerra come quella quasi universale nella quale dieci Stati sono direttamente  impegnati – non può fare a meno di produrre gravi oneri anche a carico dei popoli che non vi partecipano. Il caro vivere!... Ma, santo Cielo, il caro vivere che, d’anno in anno, scema o cresce a seconda che oscilli il raccolto del grano in Italia o in Russia o nell’Argentina, volete che non aumenti in un periodo nel quale tutti i mercati sono sospesi ed inceppati, tutti i traffici marittimi attraversati, se non definitivamente impediti, tutti i rifornimenti difficoltati, e in un’annata nella quale, se le statistiche che vengono alla luce dicono il vero, ben 97 milioni di quintali di grano sono mancati alla produzione?...
Quei socialisti che si dicono neutralisti – e che ieri a Milano hanno fatto prevalere un voto di resistenza alla guerra – dovrebbero tener conto della complessità inevitabile dei fenomeni economici, e non dare inutilmente l’allarme per le infime, irragionevoli impetuosità della impressionabilità popolare ingnara, che qua assalta un municipio e là invade i magazzini di un grossista, o saccheggia un treno di granaglie in partenza, sperando di semplificare così il problema del rincaro del pane. Il grano rincara, non per l’avidità degli speculatori, ma perché tutti da ogni parte ne domandano; il costo del pane cresce perché il grano, che sei mesi fa era, poniamo, venti lire al quintale, oggi per la sempre maggiore richiesta, è salito a trenta, e non ce n’è che basti a soddisfare le domande; e aumenta il pane perché, per il sempre più restringentesi cerchio della circolazione del denaro, se sei mesi fa i fornai pagavano a tre mesi, a sei mesi, oggi tocca loro pagare a contanti o, tutt’al più, a trenta giorni. Dunque debbono essere questi tempi di ragionamento non di sovraeccitazioni, tempi di civile virtù, non di appassionata impetuosità, tempi di solidarietà fraterna, non di ire degli uni contro gli altri. Si sta male tutti, e chi non ne ha mai avuti, sta forse meno peggio di chi ne ha e vede valerseli meno di giorno in giorno. I fenomeni di una gran guerra non sono la colpa né di Tizio né di Caio, né di questa o di quella classe; e quando un governo abolisce i dazi d’entrata, decreta tutti i necessari divieti di esportazione, organizza un largo sistema di sovvenzioni agli enti locali, facilita il credito, procura di mantenere la pace sociale e la pace esterna, non bisogna accrescergli le difficoltà, accumulate dalle passioni degli uomini, come dai furori della natura.
Un bollettino ufficiale precisava ieri che lo scellerato terremoto del 13 gennaio ha percossi inesorabilmente ben centotrentaquattro comuni: le vittime – per quanto il censimento ne sia difficile – non paiono, definitivamente, meno di ventiseimila; e forzando il cuore a rassegnarsi alla pace delle misere vittime, resta quasi mezzo milione di sopravissuti ai quali provvedere, onde la guerra di mezzo minuto del terremoto costerà a conti fatti, almeno cento milioni – cioè quanto costa una settimana di guerra a cannonate!...
Pure, anche la sciagura offre aspetti che commuovono e riconfortano alla fiducia nell’umana creatura e nelle forze della natura. Quel Michele Cajolo di trentatré anni estratto vivo a Paterno di sotto le macerie, dopo ventisei giorni di seppellimento sotto un’architrave, e nutritosi soltanto di acqua fornitagli da uno stillicidio accidentale, è un vero miracolo della resistenza umana alla vita!... Conservò la nozione del tempo per dodici giorni, poi la perdette, ed anche questo può essere stato un conforto – non sapeva più contare i giorni della propria sepoltura!... Ora è libero, e risanato! Egli ringrazierà con fede la Provvidenza che lo ha così miracolosamente assistito; ma la scienza deve ben soffermarsi su questo mirabile esempio di resistenza vitale, da additarsi ai milioni e milioni di profani che hanno paura, tra colazione e pranzo, di poter magari morire di fame!... La natura ci ha fatti per vivere, per resistere, nella più pura e frugale semplicità: la natura ci ha forniti elementi di vita, che solo a coloro che sanno apprezzarli dànno tutto il rendimento meraviglioso di cui sono suscettibili. Era additato appunto come esempio di frugalità, in Ungheria, quel deputato Giuseppe Madarasz, che ivi ora è morto a cento e uno anni compiti. Sedeva alla Camera dal 1848, e sì che il mestiere di deputato non è propriamente igienico né confortante !...
E lasciatemi finire con più spirituali compiacenze, attinte anche alla stagione teatrale che rapida volge. Quante novità sui nostri teatri di prosa: Le due virtù, di Alfredo Sutro; L’artiglio spezzato, di Borella e Tirabassi; Bona Gente, di Cardaropoli; Il fanciullo che cadde, di Fausto Maria Martini; Li pezziente sagliute, di Pignarosa.... e poi dove mettete il teatro sintetico dei futuristi, di E. T. Marinetti e compagni, salutato da Ancona a Bologna dalle solite tempeste che formano la caratteristica dei successi marinettiani ?... Dieci, dodici produzioni in due ore: due minuti di spettacolo,venti minuti di intermezzo… con un finale di urli e magari di buccie d’arancio! Anche qui à la guerre comme à la guerre, senza disperare del successo finale!...
Poi ci sono anche i libri nuovi: ho qui sul tavolo il 1° vol. della Storia della letteratura inglese del secolo XIX. di quell’acuto implacabile critico sulla Tribuna) che è Emilio Cecchi: egli penetra e sviscera in questa sua opera veramente notevole il pensiero e l’anima di quegli scrittori inglesi nei cui volumi bisogna trovare le fonti di quella adamantina coscienza britannica che oggi sorprende il mondo coi suoi aspetti guerreschi. Ed ecco un bel volume nostro, italianissimo, che ci voleva: i Pensieri di Cesare Correnti. Nella ricorrenza centenaria dalla nascita dell’operoso segretario del governo provvisorio del 1848, dell’uomo che con la memoria sull’Austria in Lombardia e con gli almanacchi del Nipote del Vesta Verde preparò la cacciata degli austriaci dal suolo lombardo, e, al momento difficile, vi partecipò, ben giunge questa luminosa riapparizione completa della sua figura, resa mirabilmente da una cultrice devota delle memorie patriottiche e delle bellezze letterarie nostre, che è la signora Eugenia Levi, coadiuvata dalla devozione filiale di Adelaide Correnti. Se fosse qui ora, fra noi, il fecondo e pensoso ingegno che ebbe tanta nobile parte nella rinnovazione dell’anima, della coscienza italiana tra il 1840 ed il 1870 – quali consigli darebbe, quali incuoramenti?... Eccone qua uno, che tolgo dalla pagina 184 dell’elegante volume:
«Né l’Italia, se anco il volesse, può morire. I suoi confini non sono come quelli che i despoti tracciano colla punta della spada, e che la spada può cancellare; né il suo genio è nutrito da quella nobile prosperità mercantile che va e viene come la marea. Le sue tradizioni sono le tradizioni della civiltà, le sue memorie sono scritte nella storia di tutti i popoli. Gl’italiani sono condannati a non poter morire!...».