Corriere della Sera, 12 ottobre 2015
Il mistero di Mario Bozzoli, l’imprenditore di Brescia sparito da giovedì scorso
Fuori è quasi buio quando Mario Bozzoli saluta uno dei suoi operai e si allontana. I due vanno in direzioni opposte, si perdono di vista dopo pochi secondi, nascosti, l’uno dall’altro, da un enorme cumulo di materiali ferrosi che si trova proprio in mezzo al padiglione produttivo della Bozzoli Srl.
È giovedì 8 ottobre. Sono passate da poco le sette del pomeriggio. Alle 19.15 Mario Bozzoli chiamerà sua moglie, Irene Zubani: «Sto uscendo adesso. Il tempo di cambiarmi e arrivo». È l’ultima cosa che fa prima di svanire nel nulla. Pochi minuti dopo quella chiamata il cellulare che portava sempre in tasca non è più raggiungibile. Lui sparisce, letteralmente.
È diventato un rompicapo il caso di questo imprenditore cinquantenne che non si trova ormai da quattro giorni. La sua auto è ancora parcheggiata nel cortile dell’azienda, una fonderia e raffineria di metalli nel Bresciano, a Marcheno. Nel suo ufficio sono ancora al loro posto i vestiti con i quali doveva cambiarsi, come aveva annunciato alla moglie. Nessuno dei tre lavoratori presenti in azienda quella sera l’ha visto uscire a piedi o l’ha notato in fonderia dopo il saluto a quell’operaio, intorno alle 19. Men che meno compare nei fotogrammi delle telecamere di sicurezza. Non c’è una sola immagine che possa spiegare qualcosa, essere in qualche modo d’aiuto.
«Tutto ciò che si vede rientra nelle normali attività dell’azienda e riguarda persone che hanno a che fare con la fonderia» dice uno degli inquirenti che sta seguendo il caso. Non sono entrati o usciti estranei, insomma, e lui non si vede in nessun fermo immagine in un orario a ridosso della scomparsa. Certo, potrebbe essersi allontanato nascondendosi sull’auto di qualcuno che usciva. Ma perché?
L’ipotesi della fuga volontaria è fra quelle prese in considerazione ma è da venerdì mattina che i carabinieri puntano soprattutto alla Bozzoli Srl, con sopralluoghi continui, con l’arrivo dei colleghi del Ris di Parma, con deposizioni (anche ripetute) dei lavoratori e con perlustrazioni dentro e attorno all’edificio. Non c’è tombino, cumulo di metalli, angolo dei 13 mila metri quadrati della fonderia che non sia stato controllato a fondo. «Non escludiamo nessuna pista» ripete fin dal primo giorno il colonnello Giuseppe Spina, comandante provinciale dei carabinieri. Nessuna, dunque neanche il sequestro di persona (è la pista più debole), il suicidio, l’omicidio o l’incidente, anche se chi conosce l’interno dello stabilimento ritiene «abbastanza improbabile» che l’imprenditore possa essere scivolato cadendo fra il materiale incandescente. Gli esperti del Ris hanno prelevato campioni da esaminare dall’auto, dagli uffici, dalla zona produttiva, perfino dai forni spenti.
Stamane è previsto un vertice in procura per provare a mettere assieme i tasselli di questo puzzle. Sono in corso controlli sui conti bancari, sul computer e sui tabulati telefonici, sul progetto di una nuova sede da aprire non lontano da Marcheno, è stato setacciato, anche con i cani, un tratto del vicino fiume Mella e una parte dei boschi a nord dei capannoni. Ma per ora il risultato è zero. Il giallo resta.
«Sono scioccata» dice di sé la moglie dell’imprenditore. Non riesce a credere che tutto questo stia accadendo davvero. E la cosa peggiore è non sapere nemmeno che cosa significhi esattamente «tutto questo».