17 ottobre 1862
Il rapporto di don Zenner sulla Sicilia: «Non c’è un disegno politico dietro le inquietudini dell’isola»
Don Benedetto Zenner, il sacerdote veneto spedito in Sicilia al seguito delle truppe regie spedite nell’isola per fermare Garibaldi, viaggiava per conto del Comitato politico centrale veneto, diretto da don Alberto Cavalletto. Si sa la parte notevole che avevano avuto gli emigrati veneti nella liberazione della Sicilia (si fanno ascendere nel complesso a circa seimila quelli che avevano partecipato alle varie spedizioni seguite a quella dei Mille). Non sorprende perciò l’interesse che il Comitato di Torino continuò a prendere per i problemi della Sicilia anche per i riflessi che la soluzione di quei problemi avrebbe potuto avere per la questione veneta come per quella romana, di cui allora tanto si discuteva. Lo Zenner è un moderato filogovernativo. Nelle lettere che scrive a Cavalleto e in particolare nella lettera che porta la data di oggi egli nega assolutamente carattere politico ai moti e alle insurrezioni tanto frequenti nella storia della Sicilia prima dell’unità, a cui attribuisce invece un’origine eminentemente sociale, determinata dal bisogno del popolo di uscire dalla condizione avvilente e disumana in cui il Governo borbonico lo aveva per tanto tempo tenuto. Essi sarebbero stati perciò forme di «vendette» popolari che però non si sarebbero trasformati in concetti politici e, quindi, in un programma politico organico, tranne naturalmente che in pochissimi elementi rimasti però praticamente isolati, come isolati e «segregati» erano i comuni l’uno dall’altro, senza quasi «reciprocità di corrispondenza» e senza vie per incamminarla. Questo sarebbe avvenuto pure nel 1860, quando pochi patrioti avrebbero colorito i fatti di un’idea politica che non c’era, che non avrebbe potuto esserci in un paese in cui invece l’isolamento individuale costituiva ancora la norma comune di vita. Da qui l’opposizione all’autorità e alla legge, da qui il brigantaggio e la «camorra» (che lo Zenner non chiama naturalmente «màfia» non essendo ancora divulgato questo termine), da qui infine la difficoltà nel Governo di farsi un’idea esatta della vera situazione nell’isola. Gli organi stessi locali non avrebbero potuto non risentire del carattere individualistico della società in cui agivano e non rifletterne quindi tutte le tendenze e gli spiriti. Tutto si colorisce quindi ai suoi occhi degli stessi vizi del popolo e il camorrismo diventa la regola comune di vita, a tutti i livelli. «Il Governo centrale - scrive al Cavalletto - non sa quale piaga stia aperta quaggiù e come bisogni pensarci seriamente». La stessa questura gli appariva «mezzo involta nel camorrismo» (http://www.eleaml.org).