Corriere della Sera, 26 luglio 2007
Breve scheda sulle Guardie svizzere del Papa
Caro Romano, il 22 gennaio 1506 è la data di nascita ufficiale della Guardia Svizzera Pontificia, perché in questo giorno, sull’imbrunire, un gruppo di centocinquanta svizzeri, al comando del capitano Kaspar von Silenen, del Cantone di Uri, attraverso Porta del Popolo entrò per la prima volta in Vaticano, dove furono benedetti da Papa Giulio II. Così il sito della Curia Romana sull’origine della centenaria storia del corpo delle guardie svizzere. Lo stesso sito alla voce «requisiti per l’ammissione» come primo requisito recita «cittadino svizzero». Sa dirmi quale funzione ha oggi la guardia svizzera del Papa e per quale motivo risulta armata seppur di alabarde? Perché il Papa ha bisogno di un corpo di pretoriani?
Giannandrea Dagnino
giannandreadagnino @libero.it
• Le guardie svizzere del Vaticano sono l’ultimo esempio di una tradizione che risale al Cinquecento. Per più di tre secoli non vi fu sovrano importante in Europa che non avesse uno o più reggimenti di soldati reclutati nei cantoni elvetici. Le ricordo che seicento svizzeri morirono alle Tuileries il 10 agosto 1792 per difendere la famiglia reale dalla folla che fece irruzione nel palazzo. E le ricordo infine che Ferdinando II di Borbone si servì dei suoi svizzeri per reprimere i moti risorgimentali del 1848 e del 1849. Altri combatterono a Gaeta nel 1860 e nel 1861, e alcuni di essi accompagnarono l’ultimo Borbone in esilio.
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Caro Romano, come ulteriore elemento sulla Guardia Svizzera Pontificia, vorrei ricordare che il 9 maggio 1527, nel corso del Sacco di Roma, 147 Guardie Svizzere, che si battevano a difesa del Papa, furono trucidate dai Lanzichenecchi presso l’obelisco di piazza San Pietro. Il 9 maggio è da allora il giorno della loro festa in cui le reclute fanno il loro giuramento. Infine oggi, dietro le pittoresche uniformi che si vuole disegnate da Michelangelo, vi sono degli specialisti di difesa personale e antiterrorismo equipaggiati con le armi individuali più moderne.
Patrizio Giangreco