Corriere della Sera, 16 ottobre 2011
Le farfalline di Petruccelli
Chissà come racconteranno ai nostri posteri le complicate (e spesso melanconiche) vicende della politica italiana contemporanea?
Che fortuna sarebbe, se nascesse un nuovo Ferdinando Petruccelli della Gattina, capace di descrivere quanto sta succedendo adesso nelle stanze del potere, compreso Montecitorio e Palazzo Madama, con la stessa graffiante e irridente vis polemica, che accompagnava le sue pagine dedicate a I moribondi del Palazzo Carignano, opportunamente riproposto adesso da Beppe Benvenuto (Mursia). Petruccelli della Gattina era un geniale scrittore e politico d’origine lucana, vissuto fra il 1815 e il 1890, che nel 1862 ci ha lasciato uno straordinario ritratto-reportage (addirittura «una sorta di foto di gruppo», secondo Benvenuto) dei personaggi che animavano il primo parlamento italiano, quello aperto nel 1861. La parte più vivace – e anche quella più coinvolgente – riguarda una serie di ritratti di quanti allora dominavano la scena politica: o almeno, cercavano di riuscirvi. Su tutti spicca Cavour, indicato addirittura come il terzo statista europeo, dopo lord Palmerston e l’imperatore Napoleone; «non tollera eguali», tanto è deciso a raggiungere a ogni costo lo scopo «fisso, netto» di «formare un’Italia una
e indipendente». Al suo confronto, gli altri quasi scompaiono. Dominano «le farfalline», sempre pronte a seguire il padrone di turno.
La sinistra, per esempio, centocinquant’anni fa era «la sede degli uomini di Stato in abbozzo», cioè quelli che sarebbero emersi solo più tardi, perché allora Depretis appariva «un capo dubbioso ed indeciso nelle grandi battaglie». Non solo; all’estrema sinistra c’erano pochi «individui isolati, un po’ scoraggiati, un po’ stanchi», mentre, come «frazione della sinistra», non mancava persino «il terzo partito», suddiviso «in quattro gradazioni di colore diverso». Senza dimenticare – commenta gelido Petruccelli della Gattina – che «il centro non sa a qual santo votarsi, onde rivenire a galla». Sui singoli personaggi certi giudizi diventano implacabili: Rattazzi, per esempio, è «l’antitesi di Cavour», perché «conosce a fondo solo il Piemonte, un poco l’Italia, niente l’Europa». Il barone Ricasoli appare «sempre bottonato e inguantato»: eppure – è il commento icastico – «vi attira e respinge nel tempo stesso; e voi provate in faccia a lui un misto di trepidanza, di rispetto, di ammirazione e d’inquietudine». Il generale Lamarmora «non è
che un soldato, e niente più che un buon soldato». Minghetti è «il più elegante nella forma italiana», Brofferio «il più drammatico» e Boggio «il più bisbetico». Lanza, «senza averne ben l’aria, è intollerante come un cattolico». Chissà come saprà descriverli i nostri leader, il Petruccelli della Gattina del futuro, prossimo o venturo ?