Corriere della Sera, 8 novembre 2011
Una lettera molto democratica di Massimo d’Azeglio
Ho letto una sua appassionata esaltazione dei romanzi di Manzoni e di d’Azeglio, come romanzi patriottici. Eppure mi risulta che Massimo d’Azeglio scrivesse anche che «unirsi ai napoletani è come andare a letto con un lebbroso»; ovviamente il termine «napoletano» era riferito a ogni abitante della «Bassa Italia». È questa la nazione che difendeva? Anche per quanto concerne Manzoni, la inviterei a rileggere, senza pregiudizi, la parte finale del romanzo. Quando Renzo decide di emigrare nel Bergamasco, cioè all’estero nei tempi del romanzo, in difesa di questa scelta si legge che «la patria è dove si sta bene». Ebbene, le confesso che, da calabrese, nella patria costruita da d’Azeglio io non sto affatto bene.
Stella Fabiani
stellafabiani@tiscali.it
Cara signora, credo che la lettura di alcuni scritti di Massimo d’Azeglio la convincerebbe a pronunciare sull’uomo politico e scrittore piemontese un giudizio più benevolo. Non ho trovato la fonte delle parole citate nella sua lettera, ma è probabile che Napoli, il suo stile di vita, il suo clima sociale, i vizi e le virtù del suo popolo, gli fossero totalmente estranei. Questo non gli impedì tuttavia di avere posizioni politiche che non erano dettate da pregiudizi e preclusioni. Fu contrario alla politica meridionale di Cavour e alla conquista di Roma perché temeva che il primo ministro del Regno di Sardegna legittimasse in tal modo le ambizioni di Garibaldi e Mazzini, e favorisse la loro influenza nel Paese. Del primo era pronto a riconoscere il coraggio e l’onestà; «ma sarebbe ora di ammettere che, come intelligenza, è un’assoluta nullità». Del secondo pensava che fosse un pericoloso rivoluzionario. Sulla estensione del Regno d’Italia al Sud e in particolare a Napoli aveva una posizione impeccabilmente democratica. Gli lascio la parola, cara signora, e riproduco alcuni passaggi di una lettera che d’Azeglio indirizzò al senatore Matteucci il 2 agosto 1861. La lettera apparve su un giornale di lingua francese, La patrie, e fece molto rumore.
«La questione di Napoli – restarvi o non restarvi – mi sembra dipendere soprattutto dai napoletani; a meno che non si voglia, per la comodità delle circostanze, cambiare i principi che abbiamo sin qui proclamato. Ci siamo mossi dichiarando che i governi non approvati dai popoli erano illegittimi; e con questa massima, che io credo e crederò sempre vera, abbiamo mandato parecchi sovrani italiani a farsi benedire. (…) Anche a Napoli abbiamo cambiato il sovrano per instaurare un governo eletto dal suffragio universale; ma occorrono, e pare che non basti, 60 battaglioni per tenere il Regno; ed è noto che briganti e non briganti sarebbero d’accordo per non volere la nostra presenza. E il suffragio universale? Del suffragio non so niente, ma so che da questa parte del Tronto (il fiume che separava gli Stati del Papa dal Regno di Napoli, ndr) non occorrono battaglioni, mentre occorrono invece al di là. Dunque deve essere stato commesso un errore. Dunque bisogna cambiare le azioni o i principi e trovare il mezzo per sapere dai napoletani, una volta per tutte, se ci vogliono o non ci vogliono. (…) Agli italiani che, pur restando italiani, non intendono unirsi a noi, non abbiamo il diritto di rispondere con le archibugiate invece che con gli argomenti».