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 2015  settembre 04 Venerdì calendario


«Quello della Cina è solo un atterraggio accidentato, il Paese crescerà del 6,5%. La Germania si è convinta della necessità di politiche espansive e il piano Juncker è una buona iniziativa. Resta qualche apprensione per la Grecia, ma Bce e Fed si stanno muovendo bene”». Parla Nouriel Roubini, il docente della New York University ottimista sulle prospettive dell’economia globale

«Sindrome maniaco-depressiva, altro che sindrome cinese». Nouriel Roubini come al solito non usa mezzi termini. Per l’economista della New York University, che pure ha una solida fama di pessimista, la reazione delle Borse mondiali al crollo di quella di Shanghai è stata «eccessiva, irrazionale e irragionevole». Roubini, accompagnato dal capo economista per l’Europa del suo think-tank Rge, Brunello Rosa, è arrivato ieri sera a Cernobbio dove da oggi prenderà parte al forum “The European house-Ambrosetti”, edizione numero 50.
Non sarà che la reazione alla crisi cinese è stata amplificata dai timori latenti per la scarsa solidità della ripresa sia in Europa che in America? Anche Draghi in queste ore ha messo in guardia contro possibili ulteriori shock in arrivo da oriente.
«Intendiamoci, gli shock finanziari ci sono. Dico solo che la reazione è eccessiva, considerando i fondamentali europei e americani che tendono a rafforzarsi, ma bisogna prenderne atto. Bene ha fatto Draghi ad annunciare l’estensione del quantitative easing, per ora solo con riferimento all’ampliamento dei titoli acquistabili. A questa misura si dovrebbe aggiungere l’estensione temporale e anche dei volumi, andare oltre i 60 miliardi al mese e al di là del settembre 2016, insomma. Sulla stessa linea di attenzione è la Fed, che infatti credo che rinvierà l’aumento dei tassi: appunto, non per sostanziali pericoli di contagio cinese ma perché i mercati stanno reagendo così nevroticamente e non è il caso di introdurre ulteriori turbative. Però sia l’economia americana che quella europea sono sulla strada giusta per una solida ripresa, grazie innanzitutto alle politiche monetarie prudenti delle banche centrali. In particolare la Bce sta, oltre al Qe, intraprendendo una serie di misure di “credit easing” che avranno sicuri effetti benefici sul medio termine».
Quanto alla Fed, rinvierà l’aumento, diceva, ma fino a quando?
«La decisione finale dipenderà dai dati sull’occupazione (in calendario per oggi, ndr ) ma probabilmente il rialzo verrà posticipato da settembre a dicembre, e non sarà superiore ai 25 punti base, per poi aggiungere ulteriori graduali rialzi nel corso del 2016. Sono tre gli elementi che guidano l’azione della Federal Reserve: 1) la volatilità dei mercati, considerando anche lo sbandamento in corso in tutti i Paesi emergenti nonché sui valori delle commodity; 2) l’inflazione che continua tenacemente a essere bassissima guidata soprattutto dalle quotazioni del petrolio; 3) le conseguenze dirette e indirette del rallentamento cinese. Va considerato che la Cina è un importante mercato per Paesi come la Germania che sono primari partner degli Stati Uniti».
Quindi un rallentamento cinese c’è. È un vero crollo o anche qui c’è un caso di reazione isterica?
«Sento sempre più spesso parlare di un aumento del Pil del 3 per cento o addirittura di crescita zero. Niente di tutto questo. Quello cinese non è un atterraggio morbido, come in parecchi speravano, ma neanche un hard landing. Diciamo che è un atterraggio “accidentato” ( bumpy ). Poteva essere gestito meglio, ma la crescita del Pil non dovrebbe essere peggiore del 6,5% quest’anno e del 6 l’anno prossimo. Ora le autorità cinesi stanno facendo del loro meglio, con qualche passo falso ma una sostanziale coerenza di fondo, per risolvere la crisi finanziaria. Anche la svalutazione dello yuan è stata accolta in modo sbagliato qui in occidente: l’intenzione di Pechino era quella di pilotare la moneta a una graduale moderato ribasso, ma con la prospettiva di favorirne sul medio termine la libera contrattazione sui mercati come chiedeva il Fondo monetario. C’era chi già prevedeva una svalutazione del 10%, invece quando si è superato il 3-4% sono state le stesse autorità cinesi a contro-intervenire sui mercati per frenare la discesa».
Fra i fattori di incertezza globale possiamo considerare superato il pericolo Grexit?
«Beh, non del tutto. Gli ultimi sondaggi danno Syriza in ribasso e quindi sono a rischio le prospettive di un governo stabile che implementi le riforme ed eviti decisioni radicali come controlli di capitale, congelamento dei depositi, trasferimenti forzati di denaro, ricorso a una valuta parallela, tutte soluzioni che presentano pesanti effetti collaterali non solo da un punto di vista finanziario ma anche dell’economia reale. La possibilità di un’alleanza di Tsipras con il Pasok e To Potami è tutta da verificare. E l’eventuale Grexit resta una mina vagante potenzialmente devastante, malgrado le misure di sicurezza approntate, per l’economia europea e quella globale».
Però diceva che l’economia europea dà confortanti segnali di ripresa. È quindi d’accordo con il Fondo monetario che ha previsto un’accelerazione in Europa?
«Direi di sì. L’elemento confortante è che mi sembra che ci sia una presa d’atto da parte della Germania della necessità di politiche espansive. Il piano Juncker per gli investimenti in Europa è una buona iniziativa, anche se non credo che si arriverà ai 315 miliardi in tre anni di cui si parla, ma mi sembra più verosimile che ci si fermi intorno ai 50 miliardi l’anno, 150 in tutto. Ma è tutta la politica fiscale che va riorientata in senso espansionistico».
L’Italia è il Paese che più di ogni altro trarrebbe beneficio da questa inversione ti tendenza. Le ultime cifre sulla crescita le sembrano incoraggianti?
«Sono senz’altro da accogliere positivamente i dati Istat sul Pil e la disoccupazione, e anche l’intento del governo di procedere a una riduzione delle tasse. Qualche preoccupazione però suscita la cancellazione della tassa sulla casa e anche le moda-lità operative del taglio complessivo. Il problema sta nel convogliare efficacemente verso la domanda i benefici fiscali. Prendiamo gli 80 euro: noi come Rge abbiamo fatto una proposta, quella di inserirli in una sorta di carta prepagata che ne assicuri l’utilizzo per l’acquisto di beni e servizi anziché la semplice tesaurizzazione. Sarebbe un piccolo segnale incoraggiante».