Corriere della Sera, 15 settembre 2011
Marx e il Risorgimento
Le invio il testo di un articolo di Karl Marx, pubblicato sulla Neue Rheinische Zeitung dell’1 aprile 1849 con il titolo «La sconfitta dei piemontesi», dove l’autore lamenta la mancata organizzazione della guerriglia e del rapporto tra lo Stato e la popolazione piemontese. In qualche modo fotografa la mancata partecipazione delle masse popolari al Risorgimento e preannuncia, con oltre cento anni di anticipo, la guerriglia vietnamita e ora irachena che tanto filo da torcere ha dato e dà agli americani.
Pietro Ancona
Caro Ancona, l’articolo è doppiamente interessante: concerne una brutta pagina della storia nazionale italiana ed è un documento del pensiero rivoluzionario del giovane Marx. L’autore ha 31 anni, ma è già noto in Europa per le sue idee e la veemenza delle sue battaglie polemiche. Nel 1842 ha accettato la direzione di un settimanale liberale, la Rheinische Zeitung, ma si è trasferito nel 1843 a Parigi e, dopo l’espulsione dalla Francia, in Belgio. L’adesione al socialismo e la forte amicizia con Friedrich Engels lo spingono ad approfondire gli studi di filosofia e politica economica. Nel «Manifesto del Partito comunista», pubblicato a Londra nel febbraio del 1848, disegna la storia dell’umanità come una lunga lotta di classe e preannuncia la morte della borghesia, distrutta da una crisi di sovrapproduzione e, quindi, dalle conseguenze della sua irresistibile ascesa. I moti europei del 1848 accendono le sue speranze e risvegliano la sua vena rivoluzionaria. Quando le forze della conservazione cominciano a riconquistare il terreno perduto, tra la fine del 1848 e gli inizi del 1849, Marx è ancora convinto che uno scatto di volontà popolare possa riaprire la stagione rivoluzionaria. L’articolo con cui commenta la sconfitta dei piemontesi a Novara riflette questi sentimenti e queste speranze. La battaglia concluse la breve guerra che Carlo Alberto, dopo la scadenza dell’armistizio con l’Austria, riprese nel marzo 1849. Il generale polacco Chrzanowski, comandante delle truppe piemontesi, aveva chiesto alla V Divisione del generale Ramorino di presidiare la Lomellina, di fronte a Pavia. Ma non appena apprese che gli austriaci erano a Voghera, Ramorino abbandonò la posizione per andare incontro al nemico e lasciò sguarnito un varco che permise alle truppe del maresciallo Radetzky di investire il grosso delle forze piemontesi a Novara. Si parlò allora di tradimento (Ramorino venne fucilato il 22 maggio 1849) e Marx sembra condividere questa tesi. Ma rifiuta di credere che una battaglia perduta segni la fine delle speranze rivoluzionarie del 1848. La vera responsabilità, per l’autore del «Manifesto», non è di un generale imprudente o fellone, ma di una monarchia moderata e pavida che teme di servirsi del popolo e pretende di battere la potenza austriaca con un esercito regolare. «Se il Piemonte fosse una repubblica», scrive Marx, «se il governo di Torino fosse rivoluzionario e avesse il coraggio di usare i mezzi rivoluzionari, nulla sarebbe perduto (...). Sollevazione in massa, guerra rivoluzionaria, guerriglia dappertutto, ecco l’unico mezzo con cui un piccolo popolo può vincere uno grande, e un esercito meno forte resistere contro un esercito più forte e meglio organizzato». L’autore pensa alla «levée en masse» della Francia rivoluzionaria che permise la vittoria di Valmy nel 1792, e alla guerriglia spagnola contro i francesi fra il 1807 e il 1812. Ma avrebbe potuto ricordare altri due episodi di storia napoleonica: le continue incursioni ai fianchi che accompagnarono la ritirata della Grande Armée dalla Russia nel 1812 e la insurrezione tedesca del 1813. L’analisi di Marx è giusta. La monarchia non aveva dimenticato i «perniciosi» effetti della rivoluzione francese e non aveva alcuna intenzione di lasciare al popolo la condotta delle operazioni militari. Dopo la sconfitta di Novara, Carlo Alberto abdicò e lasciò il trono a Vittorio Emanuele II perché le sorti della dinastia ebbero il sopravvento su qualsiasi altra preoccupazione e ambizione. Ma l’autore del «Manifesto» commise un errore quando ritenne che il popolo avrebbe sempre combattuto per la rivoluzione e il progresso. L’unica guerra di popolo del Risorgimento italiano fu quella contro i «piemontesi» nel Sud fra il 1861 e il 1865. E fu guerra di lealisti, ultracattolici e briganti, non guerra rivoluzionaria.