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 1861  ottobre 10 calendario

Pantaleoni: «I siciliani non credono alla giustizia e si vendicano da sé»

«La piaga ancora più acerba in Sicilia è la mancanza della pubblica sicurezza. Non parlo delle pubbliche vie e del brigantaggio, perché vero brigantaggio non esiste e la circolazione del paese, per quanto lo stato delle pubbliche vie il consente, è libera; ma l’assassinio o il tentativo di quello è comune e direi quasi cosa di tutti i dì, e meglio anco nelle grandi che nelle piccole città. L’assassinio è quasi ognora o personale vendetta, la quale importa un eguale ritorno di vendetta per la parte offesa, o tale che di assassinio in assassinio si funestano le città e le contrade, ed in Palermo si registravano nel diario ufficiale 29 attentati in 27 giorni nel mese di luglio, né la giustizia ripara a ciò, imperocché il terrore della pubblica vendetta è tale che non si trovano testimoni a deporre, sindaci o questori di pubblica sicurezza per decretare gli arresti, e, quando pure abbiano luogo per l’azione di benemeriti carabinieri reali, non giudici per procedere e condannare. Non si stimi esagerazione quanto io espongo, e se meno acuti se ne sentono i lamenti di quelle popolazioni, gli è che esse stesse preferiscono la personale vendetta all’azione della legge. Così Diomede Pantaleoni nel rapporto destinato a Minghetti. L’inviato governativo non crede più alla dimensione politica dei delitti siciliani (dove comunque prevale il partito di Garibaldi sul partito dei governativi): «Che poi sia male ristretto fra loro e non cosa politica si può vedere da ciò che non un solo ufficiale o un non siciliano è stato tocco da questi assassinamenti, che anzi di preferenza colpirebbero questi, ove la politica passione smuovessero». Soluzioni, secondo lui: «rompere con qualsiasi legame antecedente, offrire egualmente la mano agli uomini onesti ed abili che si dicano o del partito d’azione o del Nazionale, curare la fusione di tutti gli uomini, che ugualmente convengono nei princìpi fondamentali, e finirla una volta sempre con una lotta vera o pretesa con un uomo e con un partito il quale certo rese all’Italia servigi importantissimi ed al quale si deve l’avere conquistato l’unità italiana» (Tessitore, cit.).