21 settembre 1861
Pantaleoni: «Tutti sanno chi ha ammazzato Guccione»
Diomede Pantaleoni continua a mandar lettere al capo del governo sullo stato della Sicilia. Egli sostiene che in Palermo tutti conoscono il nome del mandante e dell’assassino, ma i poliziotti non indagano per il “terrore”, a causa del quale si rifiutano «ad ogni constatazione del vero in giustizia». «L’uomo che il compì (il sanno tutti) è un tale De Marchis, è rifugiato ai Colli in una villetta d’un avvocato ed io straniero a Palermo il seppi il primo dì, e ho dovuto dire ciò al luogotenente Pettinengo. Il De Marchis non conosceva il Guccione ed avea due o tre complici, de’ quali uno certamente se non due nominati mozzi al Palazzo del Re a Palermo, un Breggio e un Valenza se non erro, e fu l’un di loro che in siciliano gli disse di colpire e di esser quegli la vittima». Pantaleoni trova ancora più grave che quel delitto sia maturato proprio nell’ambiente del partito governativo che, non avendo con sé il popolo, il quale seguiva invece quello di Garibaldi, se «per rafforzarsi» era andato «quasi ai borbonici o ex borbonici», in basso era sceso «fino agli accoltellatori» e di essi si valeva. Perciò aveva visto correre pure per la bocca di tutti, prima in modo sommesso, poi apertamente anche sulla stampa, il nome del presunto mandante che s’era ritenuto di trovare nella persona del deputato P. di tendenze governative, anzi ultragovernative, e avverso pertanto al Guccione. «È in casa sua che fu fermato il compierlo il sabato; è il lunedì ch’egli se ne partì, avendo venduto tutto il suo, per Torino; e questi sono gli uomini che ci rappresentano in Sicilia, che si dicono ministeriali, N. un ladro a Napoli, P. un assassino a Palermo». Ma si fa scrupolo d’aggiungere: «Badi bene che io non intendo d’avvalorare di mia autorità i sospetti più o meno fondati, o di aggiustar fede a voci che potrebbero anco provarsi calunniose, ma questo parmi indispensabile che i fatti siano chiariti ne’ modi i più positivi, onde la riputazione del Parlamento e del Governo ne rimanga intemerata come fu insino adesso; e mi consenta di aggiungerle che accuse di tal genere non sarebbonsi mai formulate né contro lei né contro me, né contro 430 su 440 deputati del Parlamento, e ciò sia scusa al mio dire perché la riputazione degli uomini che ho nominati anco prima di queste accuse era pessima».