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 2011  aprile 24 Domenica calendario


Nascita della Camera del Lavoro di Ferrara e la svolta del 1907

I1 9 giugno 1901 viene costituita a Ferrara la Camera del Lavoro, preceduta il 19 maggio dalla Federazione Provinciale delle Leghe di Miglioramento (1): due grossi successi del movimento operaio Ferrarese dopo una travagliata fase di maturazione, direttamente connessa con gli avvenimenti politici e i mutamenti economici e sociali conseguenti alla trasformazione capitalistica delle campagne.
La fase che precede la nascita del Movimento Sindacale organizzato è caratterizzata dal sorgere e dallo svilupparsi delle Società di Mutuo Soccorso, “prima forma di organizzazione operaia moderna” come afferma il Manacorda (2), sorte quali organismi di carattere assistenziale e solidaristico, di cui facevano parte operai, artigiani ed elementi della borghesia.
La prima Società di Mutuo Soccorso Ferrarese si costituisce ufficialmente il primo gennaio 1861 chiamata “Società degli operai di Ferrara” avente per”.... scopo la fratellanza con il mutuo soccorso promuovere l’istruzione, la moralità, il benessere, affinché possano cooperare efficacemente al bene politico” (3).
Questo movimento raggiunge in pochissimi anni un notevole sviluppo organizzativo ed economico. La sua funzione assistenziale viene incoraggiata anche da una parte del padronato che vede nel Mutuo Soccorso uno strumento paternalistico, un non pericoloso correttivo delle tendenze rinnovatrici sorte dopo l’unificazione territoriale. E proprio questo carattere paternalistico impedì al Mutuo Soccorso Ferrarese quell’evoluzione che in altre parti lo portò ad affrancarsi dalla tutela borghese e a proseguire la lotta di classe.
” I1 paternalismo borghese – afferma Roveri – poté resistere qui assai più a lungo che altrove, utilizzando abilmente ove il suo volto moderato, ove, e segnatamente nel capoluogo più ricco di piccola borghesia burocratica impiegatizia, artigianale e commerciale, il suo volto democratico radicale, sostanzialmente coincidente con il primo nella misura in cui anch’esso si opponeva ad un autonomo orientamento politico dei lavoratori ed ad ogni idea di “resistenza"(4).
Lo stesso si può affermare per la Cooperazione che fu promossa dalla stessa classe dirigente locale: “otto cooperative di produzione e lavoro esistevano già nel 1888 e il loro numero risultò salito a poco più di una ventina nel 1894” (5), Cooperazione che in qualche modo doveva arginare la crescente disoccupazione provocata dalla fine della maggior parte dei lavori di bonifica e quindi avere come scopo la prevenzione di turbamenti sociali.
La provincia di Ferrara era costituita, infatti, in gran parte da terre di recente bonificazione. Le grandi opere di bonifica che risalivano alla seconda metà del secolo, avevano visto l’investimento di somme ingenti di capitale finanziario, straniero e italiano, ma sempre extra ferrarese (6). Le società di bonifica erano diventate proprietarie di enormi estensioni di terra, in cui si era instaurato un rapporto tipico del ferrarese: il rapporto di compartecipazione, basato su una divisione in percentuale del prodotto, su un lavoro che non occupa tutto l’arco dell’anno, e sull’impiego di tutto il nucleo familiare, con varie mansioni. Nel ferrarese si trovano tre figure di lavoratore agricolo: il compartecipante, il bracciante o lavoratore giornaliero, il salariato fisso o obbligato, rappresentato prevalentemente dalla figura del boaro e della sua famiglia, addetto alla cura del bestiame da lavoro, e con la garanzia del posto di lavoro per tutto l’anno.
La conclusione dei lavori di bonifica, l’avvento dell’agricoltura meccanizzata cambiarono radicalmente i rapporti di lavoro e le condizioni di vita nelle campagne. I1 fattore politicamente più importante fu senza dubbio la tendenza dei grandi proprietari a sbarazzarsi, sull’esempio delle società capitalistiche, dei loro lavoratori dipendenti. Gente che aveva tradizionalmente servito una famiglia per decenni, o addirittura per secoli, che era stata – come riporta il Niccolini – una “ramificazione inferiore della famiglia del padrone” (7), si trovò licenziata e costretta a vendere il proprio lavoro in piazza.
Questi ex “obbligati” non erano soli nella sventura. La bonifica aveva innanzitutto distrutto i mezzi di sussistenza di quanti, – pescatori e cacciatori – s’erano da sempre guadagnati la vita nelle paludi della regione costiera. Costoro andarono anch’essi ad ingrossare le file dei braccianti senza terra insieme alle moltitudini di lavoratori immigrati, arrivati dalle province limitrofe (Rovigo e Ravenna ), spinti dalla promessa di trovare lavoro nell’opera di trasformazione delle nuove terre.
Quando, alla fine del secolo, alla diminuzione dei lavori corrispose un aumento dei braccianti, la disoccupazione divenne dilagarne. Si trattava del tipico andamento dei lavori di bonifica: la massa dei lavoratori richiesti dalle operazioni di prosciugamento diminuisce quando si passa alla coltivazione di nuove superfici (8).
Ferraresi ed immigrati si congiunsero così nel dar vita a quell’enorme esercito di braccianti senza terra che sarebbe diventato in quegli anni l’elemento dominante della provincia. Provincia che non offriva la possibilità a questo surplus di manodopera bracciantile di venir assorbito dall’industria, in quanto nel ferrarese, prima della fine del secolo erano pochissime le attività industriali che potessero considerarsi tali.
Le possibilità di cavarsela per gli operai agricoli erano quindi molto scarse, perciò non ci si può meravigliare se la rabbia e la disperazione sfociarono nei primi movimenti di protesta contro i proprietari terrieri: in genere manifestazioni spontanee contro le inumane condizioni di vita degli spaventosi agglomerati delle zone di bonifica, dove imperversavano pellagra e malaria.
Dimostrazioni, scioperi, arresti si susseguirono dalla fine del 1892 al 1897. Lo sciopero del ’97, iniziato dai braccianti di Portomaggiore ed Argenta per ottenere miglioramenti salariali, fu presto imitato da altri comuni. L’agitazione raggiunse una tale intensità (particolarmente in risposta ai tentativi di utilizzare manodopera crumira) che per sedare i tumulti fu chiamata la truppa, e furono arrestati circa trecento lavoratori agricoli.
Con tutta la sua confusione, la sua mancanza di disciplina e la sua spontaneità, lo sciopero del 1897 costituì una pietra miliare nello sviluppo del movimento operaio a Ferrara. Per la prima volta era stata attuata un’azione di sciopero di dimensioni quasi provinciali.
I braccianti, non soltanto delle terre di bonifica, ma anche di altre zone, avevano marciato insieme, dimostrando che d’allora in avanti ci sì poteva aspettare nelle agitazioni un elemento di unità. L’avvenimento servì inoltre da monito per la borghesia ferrarese, non abituata a pensare in termini dell’intera provincia anziché puramente comunali. E soprattutto servi da monito per la città di Ferrara.
Sino a questo momento gli sconvolgimenti provocati dall’enorme trasformazione in corso nelle campagne avevano in larga parte risparmiato il capoluogo. Ferrara era rimasta ciò che era da lunghissimo tempo: il centro amministrativo e commerciale di una provincia agricola, che forniva i servizi richiesti dall’entroterra rurale. L’assenza di attività industriali di qualche rilievo l’aveva salvata dalle agitazioni che possono derivare dall’esistenza di un proletariato industriale. I lavoratori delle poche fabbriche e dell’officina del gas costituivano qualcosa di molto simile ad una aristocrazia operaia. Il loro atteggiamento, così come quello dei commercianti e di quanti lavoravano nei piccoli laboratori artigiani, si manteneva moderato, e non vi si rivelava la rabbia che montava nell’animo dei braccianti. (9).
I ceti medi professionali ed intellettuali erano uniti agli agrari e avevano fatto propri quegli atteggiamenti ed opinioni che caratterizzavano appunto il ceto fondiario ferrarese. Certo, sarebbe poco ragionevole attendersi da un proprietario terriero orientamenti particolarmente progressisti; ma sembra che gli agrari di Ferrara si segnalassero in modo speciale per le loro tendenze reazionarie. Abituati da lungo tempo a trattare i loro contadini come servi, e in qualche caso praticamente come schiavi, si adoperarono scarsamente a modificare la loro prospettiva in funzione di una situazione che mutava. Mentre da un lato, quando le ragioni del profitto lo esigevano, i vincoli con i lavoratori dipendenti furono spezzati, dall’altro la stragrande maggioranza degli agrari rimase in larga misura cieca dinnanzi alle conseguenze sociali del fenomeno.
Come ha scritto Roveri “nella maggior parte degli agrari, infatti, si combinavano la spietata esosità dell’imprenditore moderno – appresa alla scuola del capitalismo finanziario delle grandi società – e l’ancestrale istinto reazionario del proprietario terriero!” (10).
Almeno negli anni iniziali dello sviluppo capitalistico, questi uomini non si resero conto che portando avanti il processo di modernizzazione stavano distruggendo l’antico ordine sociale che avevano sempre dato per scontato.
Lo sciopero del 1897 fu quindi per la borghesia cittadina come per quella provinciale, un avvenimento da prendere sul serio; si trattava in effetti di un primo segno della nascita di un proletariato agricolo come forza politica. La repressione su scala nazionale e un periodo di calma relativa incoraggiarono, forse, ancora qualche speranza nei borghesi che lo sciopero potesse rimanere un’isolata esplosione di malcontento; ma quando i lavoratori delle campagne passarono dall’azione spontanea alla preparazione e all’organizzazione di nuove controversie con i proprietari, non fu più possibile mantenere simili speranze.
A partire dal 1901, il movimento operaio si organizza e la sua storia si intreccia con quella del Partito Socialista.
Il 1901 fu senz’altro l’anno più significativo di questo inizio di secolo: si costituisce, come sopraddetto, la Camera del Lavoro e dall’altra parte il primo nucleo dell’Associazione Agraria padronale.
È da questo momento in pratica che si sancisce il passaggio del movimento bracciantile dallo spontaneismo all’organizzazione a livello provinciale. In precedenza le varie Leghe avevano operato localmente e senza una direzione generale organizzata.
L’elenco delle Leghe che parteciparono al primo Congresso costitutivo della Federazione, ci presenta il quadro della situazione al maggio 1901, e mostra chiaramente come l’organizzazione si rafforzò nel giro di due o tre mesi. Le Leghe presenti erano 56, con 10.834 uomini iscritti e 5.178 donne iscritte (11). Nel mese di giugno se ne costituirono altre che raccolsero ancora centinaia di iscritti.
Nello stesso mese di giugno nasce la Camera del Lavoro: ai lavori dell’assemblea parteciparono 150 rappresentanti di Leghe e società operaie; intervennero un membro del Comitato Federale delle Camere del Lavoro, il milanese Croce, il deputato radicale Ruffoni, i socialisti Castelfranchi e Maranini. Il maestro Zanzi fu eletto segretario (12). Zanzi era stato un organizzatore delle Leghe contadine Copparesi, le sole che aderirono subito alla Camera del Lavoro, mentre in forze entrarono Leghe cittadine. “Nell’elenco delle prime adesioni pubblicato dal primo numero del bollettino mensile della Camera del Lavoro di Ferrara – vi figuravano (1) gli spazzini comunali; (2) la Lega dei barbieri; (3) le Leghe muratori di Ferrara e provincia; (4) gli sparuti gruppi operai delle industrie di Pontelagoscuro; (5) i gasisti; (6) le Leghe contadine nel: Copparese, ispirate dallo Zanzi; (7) le Leghe dei biroccíanti Copparesi; (8) la Lega pastai, mugnai e fornai; (9) la Lega ammarratori di canapa; (10) la Lega dei pescatori di Goro; (11) la Lega dei cuochi e camerieri di Ferrara; (12) le Leghe sarti di Ferrara e Bondeno; (13) le Leghe calzolai di Ferrara e Bondeno; (14) le Leghe verniciatori di Ferrara e Bondeno; (15) le Leghe falegnami di Ferrara e Bondeno; (16) le Leghe fornaciai di Ferrara e Bondeno; (17) la Lega facchini “. (13)
Un notevole spazio occupano i ceti medi cittadini, La piccola borghesia radicale e repubblicana del capoluogo era entrata in forze nella Camera del Lavoro con la speranza di trasformarla in < cuscinetto > nella lotta di classe e servirsene per imbrigliare lo slancio delle forze sindacali più avanzate (14). Tanto che fu rifiutata l’adesione delle Leghe contadine, salvo quelle Copparesi, dal Comitato Esecutivo provvisorio della Federazione delle Leghe, il segretario Zanzi si adoperò in ogni modo per ottenere l’ingresso della Federazione dei Contadini nella Camera del Lavoro di Ferrara,” pena” – scriveva egli stesso –” la morte della nostra Camera” (15). E poco dopo, sotto la spinta di una crisi interna e la necessità di trovare una più grande coesistenza proletaria, la Federazione delle Leghe Contadine decise di aderire alla C.d.l. e venne proposta la costituzione di un segretariato unico.
Una unità di intenti si era avuta nel grande sciopero del 1901, durante i lavori di mietitura. Di fronte all’intransigenza padronale, che rifiutava un aumento del cottimo in natura, lo sciopero fu inevitabile: imponente fu lo scontro, basti pensare che vi parteciparono 30.000 avventizi e obbligati (16.)
Lo sciopero ebbe una sua tragica eco anche al Parlamento per l’eccidio di Ponte Albersano (27 giugno 1901) dove l’intervento dei soldati provocò la morte del capolega Calisto Desuò e di Cesira Nicchio. Altri braccianti furono feriti più o meno gravemente, mentre tentavano di parlare con i crumiri reclutati dalla società di bonifica. Lo sciopero si concluse con un accordo con cui venivano concessi gli aumenti retributivi richiesti.
Anche se alcune delle conquiste verranno frustrate nel 1902 dalla dura reazione padronale, con il 1901 si apre un nuovo periodo per il movimento operaio, quello della organizzazione della coscienza di classe.
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(1) “La Rivista” 10 giugno 1901, 20 maggio 1901. “Avanti"  11 giugno 1901
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 (2) G. Manacorda, I1 movimento operaio Italiano attraverso i suoi congressi (1853?1892} Roma 1953
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 (3) R. Sitti, I. Marighelli, Un secolo di storia del movimento cooperativo ferrarese 1860 ? 1960, Roma 1960
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 (4) A. Roveri, Dal sindacalismo rivoluzionario al fascismo, Firenze 1972.
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(5) Ibidem.
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(6) “Nel 1872 veniva costituita  a Londra  la società di bonifica del basso ferrarese con la partecipazione di un solo sottoscrittore italiano, il banchiere fiorentino Giuseppe Ro.
"il 5 maggio 1872 nasceva la Società Anonima per la Bonifica dei Terreni Ferraresi (SBTF) la maggior proprietaria delle terre bonificate.” A. Roveri – op. cit. p5.
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(7) T. Isenburg, Investimenti di capitale e organizzazione di classe nelle Bonifiche Ferraresi (1872- 1901), Firenze 1971.
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(8) Cfr T. Isenburg, op cit.
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(9) Cfr Roveri op cit.
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(10) Roveri, op cit.
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(11) “La rivista”, 29 luglio 1901
A. Roveri, op cit., pag. 118.
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(12) A. Roveri, op cit., pag. 119.
Bollettino mensile Camera del Lavoro primo numero, 18 agosto 1901.
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(13) A. Roveri, op. cit., pag. 119.
Cfr “La Rivista” 8 febbraio, 10 e 31 luglio.
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(14) Roveri op. cit., pag. 110-111
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(15) ibidem
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(16) Il momento più tragico dello sciopero fu quello che vide coinvolti la Società Lodigiana e 1’S.B.T.F. (Società per la Bonifica dei Terreni Ferraresi) da una parte, e i lavoratori delle bonifiche dall’altra. Nonostante i ripetuti inviti del Ministro dell’Interno Giovanni Giolitti, a evitare occasioni di sanguinosi incidenti, la Lodigiana e 1’S.B.T.F. non esitarono a reclutare centinaia di crumiri, soprattutto Piemontesi, per coprire i vuoti lasciati dagli scioperanti. Novecento di questi crumiri pernottarono, nella notte tra il 24 e il 25 giugno, a Tresigallo, dove però gli uomini e le donne del luogo riuscirono a convincerli a desistere dalla loro odiosa funzione. Altri invece arrivarono a destinazione e cominciarono subito a lavorare sui fondi, dove trovarono anche crumiri veneti e romagnoli. Uno dei fondi assegnati ai piemontesi fu la tenuta Albersano di Berra. Qui la mattina del 27 giugno, un gruppo di lavoratori e di lavoratrici guidato dal capolega di Villanova, Calisto Desuò, si recò per parlamentare e cercare di trattare sia con i crumiri che con i rappresentanti della Società. Giunti al Ponte Albersano, sul Canal Bianco, presso Berra trovarono un contingente di soldati a cavallo che, di fronte al rifiuto del tenente De Benedetti di parlare con gli operai che pure si presentavano con atteggiamenti pacifici, fece fuoco sugli scioperanti. Due di essi furono colpiti a morte: il Desuò ed una donna di 34 anni, Cesira Nicchio; molti altri braccianti furono feriti più o meno gravemente.
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(17) P. Corner, I1 fascismo a Ferrara, Bari 1974.
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(18) ibidem
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(19) A. Roveri, op cit.
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(20) “Rivista di Ferrara”, maggio 1935
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(21) L. Preti, Le lotte agrarie nella Valle Padana, Torino 1955
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(22) A. Roveri, op cit.
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(23) La Scintilla 23,30 marzo 1907 – 23,30 aprile 1907
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(24) A. Roveri, op. cit.
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(25) P. Corner, op. cit.
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(26) P. Corner, op cit.
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(27) A. Quarzi, D. Tromboni, La Resistenza a Ferrara, Lineamenti storici
e documenti, Bologna 1980.
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(28) La compartecipazione e i collettivi Agricoli nella Valle Padana, in,
Trent’anni di storia Italiana attraverso le lotte nelle campane,
a cura della Federbraccianti, Roma 1978.
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(29) A. Roveri, op cit.
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(30) R. Sitti, La Capillare, Ferrara 1983.
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(31) Documento edito dalla Camera del Lavoro, La disoccupazione nel settore
industriale, 1953 Archivio PDS
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(32) Ibidem
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(33) Ibidem
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(34) Ibidem
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