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 1997  agosto 03 Domenica calendario

Il giovane Totò a teatro: la biografia di Orio Caldiron

 Totò non sarebbe mai diventato Totò se non si fosse imbattuto sin dall’inizio nella povertà e nella fame. E se tutto non fosse cominciato a Napoli...
Antonio Vincenzo Stefano Clemente nasce a Napoli il 15 febbraio 1898 alle 7.30. L’appartamento dove abita sua madre Anna Clemente si trova al secondo piano di un palazzotto al numero civico 109 di via Santa Maria Antesaecula nel rione Stella, soprannominato Sanità per la sua aria, a quei tempi, particolarmente salubre. Il quartiere, vicino alla stazione ferroviaria, è considerato il cuore della «guapparia» napoletana. Anna, una sedicenne molto bella, orfana di padre, vive in famiglia con la madre Teresa e quattro fratelli. Sarà uno di loro, lo zio Vincenzo, che fa il meccanico, ad andare in municipio, per denunciare la nascita del piccolo Antonio. In quanto al padre, il marchese Giuseppe De Curtis, uno scapolo di 33 anni, nobile anche se decaduto, pur amando Anna, come nobiluomo che obbedisce alle regole del tempo e soprattutto a quelle di un padre irascibile non convive con la sua amante, che è un popolana e, anzi, deve tenere nascosta la relazione come vergognosa. titolare di una sartoria ambulante che, senza una sede fissa, porta i suoi servigi a casa dei clienti.
 
• Nel periodo di massimo splendore l’atelier ha pure una sede in via Roma, vicino ai locali dell’attuale Rinascente. Negli anni successivi la sartoria si trasforma in agenzia teatrale con l’ufficio in via Corrieri a Santa Brigida, ma non diventerà mai una fonte di grandi guadagni. Anna, chiamata in famiglia Nannina, tanto giovane da essere sfrontata, non fa mistero né del suo legame, né della sua gravidanza e vive, quasi esibendola, la sua condizione di mantenuta anche se il fidanzato è più generoso in bei regali che in aiuti concreti. Più amante che madre, preferirà lasciare il bambino alle cure della nonna per dedicarsi all’amato con il quale si incontra tutte le sere. Saranno il bacio che gli dà prima di uscire e il profumo della cipria con cui si è fatta bella i primi ricordi del piccolissimo Antonio che la madre ha soprannominato da sempre con il vezzeggiativo affettuoso di Totò.
 
• Essere figlio di una nubile o, come si diceva allora, di N.N., gli pesa sempre di più a mano a mano che cresce perché vive l’emarginazione del comportamento scostante dei compagni di giochi. Tanto più che è povero e viene spesso vestito con pantaloni ricavati dalle gonne smesse di sua madre. Una volta, addirittura, questi indumenti di fortuna sono a fiori e agli amici non par vero di potergli dare del «femminiello» e del «ricchione». Il piccolo Totò si ribella. Se li toglie e così, in mutande, improvvisa delle smorfie accompagnate da movimenti di tutto il corpo. Questi si zittiscono e finiscono con il divertirsi moltissimo alla sua esibizione tanto che alla fine lo applaudono. La sua infanzia trascorre per lo più solitaria. i suoi giochi sono quelli dei bambini poveri costretti a trovare modo di divertirsi per la strada tirando calci a un barattolo, in mancanza di un pallone, o saltando in una «campana» disegnata per terra con il gesso. Ma c’è un gioco che ama fare da solo a casa, ed è fingersi prete. Forse perché per lui il prete rappresenta un’autorità bonaria che ha un suo spazio autonomo in cui dominare ed è rispettato dalla madre, dalla nonna e soprattutto dai compagni di strada. Prepara così degli altarini con immagini di santi e lumini e si mette a officiare davanti inventando filastrocche strampalate.
 
• Ma il prete fa pure i funerali. Totò raccoglie gli animali morti che incontra e dopo averli deposti in scatole di fortuna li tira con uno spago fingendo di portarli al camposanto. Questi giochi un po’ inquietanti non sono ben visti da sua madre: Anna lo prende spesso a ceffoni. Del resto il padre non c’è quasi mai e lei si sente l’unica responsabile.
 
• Anche a scuola Totò non dà molte soddisfazioni. Non ama studiare e, come usa ormai fare in tutte le circostanze, si diverte piuttosto a osservare, a «spiare» secondo la dizione dei vicini di casa che si sentono osservati in modo inequivocabile dal bambino appostato là dove meno vorrebbero trovarlo. così che tanti anni dopo si ricorderà con precisione il modo di leggere del suo maestro delle elementari quando, dovendo inventare il personaggio di un miope, finge di leggere un foglio scorrendolo dall’alto in basso con l’occhio destro appiccicato alla carta. Ma i suoi grossolani errori di ortografia lo porteranno addirittura, in IV elementare, non solo a essere bocciato ma a essere retrocesso in III. Lui non se ne dà troppo pensiero e continua a divertire i compagni più piccoli con le sue smorfie e le sue battute. Finalmente però è promosso e finisce le elementari.
 
• A questo punto, la mamma con l’aiuto del padre decide di iscriverlo, proprio perché entrambi preoccupati degli atteggiamenti di «spione» che va sempre più acquistando, al Collegio Cimino nel palazzo del Principe di Santobuono in via San Giovanni a Carbonara, dove dovrebbe ottenere la licenza ginnasiale.
C’è un’immagine di Totò a 8 anni che lo raffigura vestito alla marinaretta, i capelli lisci divisi nel mezzo del capo da una larga discriminatura, i grandi occhi neri dallo sguardo intenso, il viso di un ovale perfetto solo allargato da una mandibola già ben disegnata, le orecchie leggermente a sventola. Non c’è ancora nulla che ricordi la sua celebre maschera.
 
• Sarà proprio al collegio Cimino, per un banale incidente, che il suo viso si deformerà per quella che allora sembra una disgrazia ma che poi, proprio Totò per primo riconoscerà come la sua fortuna. Un giorno, durante la ricreazione, Totò sta tirando scherzosamente di boxe con uno dei precettori. Per scansare un suo pugno, il precettore gliene dà uno in pieno volto. Il naso gli si mette a sanguinare copiosamente e anche la mascella gli fa molto male. Al momento l’incidente non sembra così serio, ma poi con il passare dei giorni, si vedrà che il setto nasale è deviato e che una mascella è più rientrata dell’altra.
 
• In collegio Totò non fa grandi progressi e a tredici anni decide di smettere di studiare. Confessa ai genitori che vuol fare l’attore anche perché ha già partecipato a qualche «periodica», quelle riunioni familiari in cui, alla presenza di mamma, papà, zie e zii, i più giovani si esibivano cantando e recitando versi. Ma per i suoi parenti la professione di attore è solo sinonimo di miseria e di vita sregolata. Così ha per un breve periodo la tentazione di farsi prete, cosa per niente gradita alla madre. Ma la prima volta che, dopo lunghe prove, si esibisce come chierichetto, mentre sull’altare maggiore la musica dell’organo, i fumi dell’incenso, i parametri sacri sta servendo messa, si dimentica per l’emozione le frasi che deve rispondere al prete. Sua madre lo rimprovera furibonda: non sa fare nemmeno il prete.
 
• Totò non se la prende, anche perché ha scoperto da poco il sesso grazie a Carmela, una prostituta dalla quale lo conducono i suoi compagni e pensa che è troppo bella per poterne fare a meno. Si è preso, è vero, lo scolo che curerà, solo dopo aver molto tergiversato per la vergogna, con la complicità di zio Federico, il fratello prediletto di sua madre. Nonostante le mille precauzioni, Anna lo scopre e decide con Giuseppe di farlo lavorare in sartoria per impedirgli di bighellonare con le cattive compagnie. Ma Totò preferisce andare a fare l’imbianchino da mastro Alfonso, il pittore che cerca un aiutante.
 
• Con i pochi soldi che guadagna, Totò può frequentare i teatrini dove si esibisce il fantasista Gustavo De Marco e nelle periodiche ne fa l’imitazione, ricevendo applausi a non finire. Davanti allo specchio prova le varie espressioni e si accorge che la sua faccia sembra di gomma, può assumere qualsiasi deformazione. Anche il corpo, braccia, gambe, collo sono come disarticolati e lui è il primo a divertirsi delle sue invenzioni.
 
• Nel 1915, allo scoppio della prima guerra mondiale, decide di arruolarsi come volontario nonostante la veemente disapprovazione di sua madre preoccupata per le sue sorti. Al distretto militare lo assegnano prima al 22° Reggimento dislocato a Pisa e poi al 182° Battaglione destinato ad andare in Francia. Prima della partenza il colonnello raduna i soldati e li mette al corrente che in Francia coabiteranno con un reparto di marocchini, suggerendo degli accorgimenti come il portarsi appresso un coltello per difendersi eventualmente dalle loro abitudini «diverse». Totò è spaventatissimo e alla stazione di Alessandria finge un attacco epilettico così ben riuscito che lo ricoverano all’ospedale militare in osservazione e da lì passerà a Livorno. Durante il servizio militare che farà tutto nel porto toscano, si esibisce su improvvisati palcoscenici davanti ai commilitoni e conia l’espressione: «siamo uomini o caporali?», destinata a diventare famosa. In questa frase è concentrata tutta la filosofia che ha sperimentato sulla sua pelle sotto le armi. Tra i superiori c’è un caporale che l’ha preso in antipatia e lo massacra di corvée. Nonostante il soldato Totò esegua alla perfezione, il caporale trova sempre il modo di punirlo.
 
• Tornato a casa, Totò annuncia ai genitori che ha deciso di seguire la sua vocazione. La disapprovazione è generale. Anche suo padre, che dopo la morte del vecchio marchese si è riavvicinato ad Anna che sposerà il 24 febbraio 1921, si dichiara ferocemente contrario. Totò segue la sua strada da solo e per non gravare sul bilancio familiare si unisce a compagnie di second’ordine. Si presenta all’impresario Eduardo D’Acierno e comincia a lavorare in piccoli teatri periferici imitando le macchiette di De Marco. Ma le sue esibizioni sono spesso accolte con fischi e Totò, già di carattere triste e malinconico, viene preso da crisi depressive. Con lui si aggirano allora per gli stessi teatri altri attori e musicisti che diventarono famosi come Eduardo e Peppino De Filippo, Armando Fragna, Cesare Bixio. Le recite «staccate» si tengono nei teatrini di Aversa, Torre del Greco e Castellammare il sabato e la domenica. Sono due sole rappresentazioni in cui ognuno si esibisce a modo suo. Chi fa la prosa, chi il varietà, chi suona in orchestra.
 
Fonte: Orio Caldiron, Il Mattino, 06/08/1997
 
La prima affermazione di Totò avviene quando, cambiato il repertorio, imbocca la strada maestra della parodia. Nel 1919 lo troviamo alla «Sala Napoli», un teatro di piazza Carità di proprietà del ragionier Occhiuti, dove fa la parodia di Vipera, la celebre canzone di E. A Mario portata al successo dalla chanteuse Anna Fougez. Riscritta da Totò, Vipera diventa Vicoli e racconta in chiave autobiografica la storia di un giovane che avendo frequentato una prostituta si è preso una malattia venerea. Totò, come sarà poi tradizione del miglior avanspettacolo, la canta inalberando un grosso catenaccio all’abbottonatura dei pantaloni. La caricatura grossolana diverte il pubblico ma non può essere replicata all’infinito. Così il giovane attore la riscrive ancora una volta chiamandola Biscia, e per interpretarla comincia a muovere il corpo in quei movimenti da contorsionista che diventeranno una delle sue caratteristiche.
 
• L’anno successivo continua le sue esibizioni al”Trianon” e poi nei teatrini intorno alla Ferrovia dove si intrattengono i viaggiatori fra un treno e l’altro. Riprova con il suo repertorio alla De Marco, ma di nuovo il pubblico decreta il suo insuccesso. E dopo un ennesimo uragano di fischi al «Della Valle» di Aversa Totò decide di trasferirsi a Roma dove vanno ad abitare i suoi genitori finalmente sposi.
 
• Totò è più che mai deciso a proseguire nella sua vocazione e, appena approdato a Roma, si va a presentare ai più noti impresari teatrali millantando i grandi successi ottenuti a Napoli. Ma la risposta è sempre la stessa: il personale artistico è al completo. Per sua fortuna vive con i genitori che hanno affittato un appartamento in via Villafranca vicino a piazza dei Cinquecento: almeno ha un tetto sotto cui dormire. Finalmente trova una scrittura come”Straordinario”, naturalmente senza paga, nella compagnia dell’impresario Umberto Capece. Il teatro si chiama pomposamente «Teatro Salone S. Elena» e si trova in piazza Risorgimento. In realtà è un baraccone di legno dove si cambia spettacolo ogni giorno alternando drammoni a forti tinte come La cieca di Sorrento, La sepolta viva, Le due orfanelle, con le farse di ambiente napoletano.
 
• Il nuovo praticante Totò ha modo di imparare proprio seguendo il metodo di Capece che si basa tutto sull’improvvisazione. Ogni giorno si fanno le prove due ore prima di andare in scena sulla base di un canovaccio che gli attori arricchiscono di battute e di lazzi. Totò abita vicino alla stazione Termini. Per arrivare al teatro che si trova, invece, nei pressi delle mura vaticane deve attraversare tutta Roma. Una sera di pioggia arriva in ritardo, e quando l’impresario lo rimprovera, si fa forza e gli chiede almeno i soldi del tram. Ma invece di dargli le poche monete, Capece lo caccia in malo modo. Toto se ne va infagottato nel vecchio cappotto militare. Arrivato in piazza Cavour, sente il bisogno di fermasi per scaldarsi le mani davanti al braciere di una venditrice di castagne. La vecchia lo riconosce perché è stata al baraccone di piazza Risorgimento e gli regala una manciata di castagne.
 
• Si mette subito a cercare un nuovo lavoro. Ha fortuna perché viene scritturato nella compagnia di Francesco De Marco che si esibisce al «Teatro Diocleziano». Ma purtroppo, solo dopo qualche settimana, viene licenziato per l’invidia di un attore già noto che vede di malocchio il suo successo. Frequenta il «Caffè Canavera» in piazza San Silvestro e il «Caffè Vesuvio» in piazza San Claudio dove sono soliti riunirsi gli attori, soprattutto quelli disoccupati. Il «Canavera» è soprannominato La riva dei bruti da un film con James Cagney, perché gli attori che lo frequentano formano un manipolo di disperati in attesa di una scrittura che si adattano a qualsiasi lavoro. Al caffè consumano solo acqua minerale o un caffè allungato.
 
• Esasperato dall’inattività e sfiduciato nell’avvenire, Totò sembra faccia addirittura un tentativo di suicidio con l’etere. Ma per fortuna non è solo in casa. Sua madre, accorgendosi della puzza di medicinale, lo trova sul letto incosciente e riesce a rianimarlo mettendogli la testa sotto il rubinetto. Il giovane tocca il punto più basso della sua depressione che non è dovuta soltanto alla mancanza di lavoro, ma a una serie di circostanza sfortunate come l’incontro con una attricetta calabrese che si fa passare per indiana perché esegue un numero esotico. Con i capelli lisci e bruni raccolti sulla nuca, gli occhi bistrati, vestita in maniera eccentrica colpisce Totò anche perché ha fama di cocotte. Infatti non ci mette molto a farsi invitare nella sua camera. Ma quando sono già in intimità, lei si alza di scatto dicendo che deve dare da mangiare a Bimbo. Totò si meraviglia che abbia un figlio. Invece lei toglie da una cesta un grosso pitone che le si attorciglia al collo. Spaventatissimo, Toto raccoglie i vestiti e scappa. Ma lei, per vendicarsi di questa fuga, mette in giro la diceria che il giovane sia impotente, cosa che gli dà enormemente fastidio dal momento che, dopo il teatro, le donne sono la sua maggiore passione.
 
• Forse sono proprio i primi insuccessi a dargli la carica necessaria per decidere di lasciare il teatro dialettale e di tentare con il varietà. Una mattina si presenta a Giuseppe Jovinelli, proprietario dell’omonimo teatro in piazza Guglielmo Pepe. Dallo «Jovinelli» sono passati attori celebri come Raffaele Viviani, Ettore Petrolini, Armando Gill, Alfredo Bambi, Pasquariello, Gustavo De Marco. Totò si dice disposto a fare di tutto, ma intanto gli rifà una imitazione di De Marco che diverte molto Jovinelli. Viene scritturato per una settimana. Ma il sucesso che ottiene presso il pubblico spinge il proprietario a rinnovargli il contratto per qualche mese. Per la prima volta ha un camerino dove può depositare il costume e la scatola di latta che contiene le matite la cipria per il trucco. Il pubblico che lo applaude ogni sera è decisamente diverso. Non più ragazzi schiamazzanti, madri che allattano coprendo la mammella con un fazzoletto, soldati che mangiano fusaglie e sputano le bucce sulla testa dei vicini. Nonostante lo «Jovinelli» sia frequentato anche da bulli impomatati e da contegnosi bottegai, le reazioni del pubblico sono spesso burrascose, non si contano i commenti a alta voce, gli sfottò e le pernacchie. Ma il giovane De Curtis si sente arrivato, anche perché Jovinelli non ha esitato a mettere il suo nome in grande sui manifesti. Non va più al caffè degli attori ma ispeziona i numeri alla ricerca dei manifesti. Quando ne trova uno si ferma, lo legge, torna indietro e lo rimira da lontano. Se trova altre persone si mescola a loro per sentire i commenti e magari per elogiarsi senza essere riconosciuto.
 
• Un episodio curioso contribuisce ad aumentare la sua popolarità. Per sfruttare la sua prodigiosa agilità da scimmia, Jovinelli scrittura Oddo Ferretti, campione dei pesi medi, perché ingaggi un finto incontro di boxe con Totò. Ma questi, trasportato dall’entusiasmo, si mette a tirare pugni pesanti, ai quali innervosito il campione risponde con micidiali diretti che spaventano l’attore fino a farlo scappare in platea. Il pubblico pensa che sia una scena preparata e applaude.
 
• Anche se il suo successo cresce, Totò non guadagna ancora abbastanza per mettersi dei vestiti nuovi. costretto a girare sempre con il cappotto addosso per nascondere le toppe dei pantaloni. Finalmente un giorno si presenta senza cappotto al barbiere Pasqualino che è diventato suo amico. Quando lo vede venirgli incontro con uno striminzito abito da cerimonia con i pantaloni a righe, la giacca nera, la cravatta grigia, il colletto inamidato e la bombetta, gli chiede se va a cantare a un matrimonio. Totò gli confessa che ha dovuto aspettare la scadenza del contratto con Jovinelli per avere la liquidazione e fare così cambio con un conoscente che gli ha dato quel vestito in cambio del cappotto e l’aggiunta di ventitré lire. Prima non aveva neppure i soldi per comperarsi un paio di pantaloni nuovi. Impietosito dalle sue ristrettezze economiche, Pasqualino, parrucchiere di via Fratina, amico di attori e impresari, riesce a far scritturare Totò da Salvatore Catadi e Wolfango Cavaniglia proprietari del teatro «Sala Umberto I» in via della Mercede. Fino ad allora il suo corredo teatrale era composto da un solo abito di scena. L’attore si costruisce così un vestito dettato dall’estro e dalla povertà che diventerà per anni il corredo inscindibile della sua maschera. Una logora bombetta, un night troppo largo, una camicia liscia con il colletto basso, una stringa di scarpe per cravatta, un paio di pantaloni corti e larghi a saltafosso, calze colorate, comuni scarpe nere basse.
 
• Già la prima sera alla «Sala Umberto I» segna per Totò la sua definitiva affermazione nel varietà.
Anche perché, come drogato dalla bellezza del teatro, dal pubblico educato ma più che mai entusiasta di fronte alle sue macchiette Il bel Ciccillo, Vicoli, Il Paraguay, Totò supera se stesso. Si lascia andare a una girandola di piroette, contorce la faccia in una mimica irresistibile, inventa continui doppi sensi e sberleffi surreali che lo fanno ricoprire di applusi e di richieste di bis. la consacrazione. Dal 1923 al 1927 si esibisce nei principali caffè-concerto italiani, dal «Trianon» e dal «San Martino» di Milano, al «Maffai» di Torino. Il repertorio è quello ormai collaudato di macchiette e di parodie in cui si afferma il tipo della marionetta disarticolata, che comincia a essere nota come «L’uomo di gomma». Finalmente i maggiori guadagni gli permettono di essere sempre elegante, con i capelli impomatati e le basette lunghe alla Rodolfo Valentino. Si sente bello e le donne lo trovano irresistibile. Colleziona avventure a non finire con quelle che sua madre Nannina definisce lapidariamente «’e signorine puttane».
 
• Gli piacciono brune, formose, con biancheria intima di seta. Lui è generoso in regali e attenzioni, ma non vuole legami. Adesso tutti gli si rivolgono come grandi amici anche se lui non ricorda di averli mai visti. E ripete che l’unico vantaggio della miseria è che ti fa capire chi davvero ti vuole bene. Totò ama molto lavorare, però il piacere più raffinato per lui è quello di non far niente. Per tutti gli anni in cui lavorerà nel varietà si sposta per l’Italia portando con sé una valigetta di cartone in cui raccoglie i suoi risparmi. Accumula i biglietti da cento lire, allora molto grandi, finché non riempie la valigetta. Allora, finita una scrittura sparisce per andarsi a rifugiare in una casetta a Rapallo dove resta finché non sia finito il danaro.
 
Fonte: Orio Caldiron, Il Mattino, 10/08/1997
 
Nel 1927 Totò è scritturato da Achille Maresca, titolare di due compagnie di rivista e di operetta per sostituire Eugenio Testa che si è ammalato. Nel giro di pochi anni si impone accanto alla frizzante Isa Bluette e alla giunonica Angela Ippaviz in un repertorio che non esita a ripescare le operette più collaudate, ma punta soprattutto sui nuovi testi di Rip e Bel Ami, una prolifica coppia di autori formata da Luigi Miaglia e Anacleto Francini che tende a privilegiare l’elemento spettacolare e coreografico.
 
• Nelle numerose tournée del ’28 e ’29, il primo comico-grottesco della storia contemporanea – così comincia a definirlo la critica – sembra già trovare la sua piena consacrazione come risulta dalle cronache ora anonimamente documentarie, ora umorosamente partecipi di”La Tribuna”, di”L’Impero”, del”Corriere della Sera”, del”Corriere di Napoli” e degli altri quotidiani che non disertano lo spettacolo minore e arrischiano i primi, incerti tentativi di definizione del comico di domani.
Totò entra dunque a far parte della Compagnia Maresca n. 1 al fianco di Isa Bluette con la quale si esibisce fino all’estate del 1928 e poi passa alla Compagnia Maresca n. 2 con la soubrette Angela Ippaviz e vi recita per un anno fino all’estate 1929.
 
• Il repertorio delle due compagnie comprende tra l’altro Madama Follia, Mille e una donna, Girotondo, Baraonda. Si, si, Susette di Rip e Bel Ami. Totò debutta a Padova in Madama Follia ma i suoi primi numeri passano inosservati perché il pubblico delle riviste non è abituato a vedere i contorcimenti che sono il pezzo forte di Totò. Ma appena arriva il brano musicale, in cui fa la parte di un gelataio e comincia a scatenarsi come morso da una tarantola adattando i suoi passi da marionetta al ritmo dell’orchestra, il pubblico si lascia andare a un lunghissimo applauso.
Nella compagnia incontra per la prima volta Mario Castellani che diventerà una delle sue spalle più fedeli e sintonizzate fino alla fine della sua carriera. Come non ricordarlo nello sketch del vagone letto in cui era l’onorevole Trombetta seviziato da Totò?
 
• Nel 1928, già appagato dal successo viene rallegrato da un altro avvenimento della sua vita privata. Il padre naturale, il barone Giuseppe De Curtis, lo riconosce legalmente come figlio attribuendogli oltre al titolo di barone anche quello di principe come discendente dell’imperatore di Bisanzio. Totò terrà sempre moltissimo alle sue nobili origini tanto da finanziare negli anni successivi lunghe e complesse ricerche araldiche per avere la conferma dei titoli a cui ritiene di aver diritto.
Si viene così a trovare nella fortunata circostanza di continuare ad essere sul palcoscenico e con gli amici il pagliaccio Totò ma a rientrare nel conforto borghese quando va a casa, dove, come nuovo nobile e ora anche benestante, vive insieme con i genitori e frequenta bene.
 
• Nel suo girovagare per l’Italia con la compagnia gli capita di fare a volte curiose ricerche genealogiche. Si reca nei cimiteri per scoprire sulle lapidi suoi omonimi. A Torino ha la fortuna di trovare la tomba di un nobile Antonio De Curtis vissuto qualche secolo prima. Convinto che si tratti di un suo parente, invita tutti gli attori ad andare con lui al cimitero dove porta i fiori e accende ceri davanti alla lapide dell’illustre antenato. Si immedesima talmente nella parte che finisce con il commuoversi per davvero e col far piangere anche i compagni.
Allo stesso periodo risale un episodio poco conosciuto della biografia dell’attore. Se l’ossessione araldica è l’esplicita nobilitazone di un figlio naturale, il comico applaudito in tutti i teatri d’Italia sembra avere bisogno anche di un attestato culturale, di quel pezzo di carta a cui non è mai approdata la sua irregolare carriera scolastica. Nel ’28-’29 il trentunenne Antonio avrebbe frequentato la terza liceo classico nella scuola privata Celentano di Napoli. Ne fa fede un bel diploma con stemmi, foglie di alloro e timbri di vario tipo che non riescono a sminuire l’incongruità dell’avvenimento. Nella formazione del comico manca ancora il momento, importante anche se breve, del”Nuovo” di Napoli. L’improvvisa decisione di un impresario estroso fa di Totò il successore di Gennaro di Napoli, prestigioso animatore della compagnia Molinari che agiva stabilmente al”Teatro Nuovo”, consentendogli di riprendere il filo della sua originaria napoletanità e di provarsi in un genere di rivista parodistica e caricaturale che sembra sfruttare con singolare efficacia le risorse comiche dell’attore.
 
• Nel marzo del 1929, mentre si trova a La Spezia con la compagnia Maresca, viene cercato dal barone Vincenzo Scala, titolare del botteghino del”Teatro Nuovo” di Napoli. Vincenzo Scalea è stato mandato dall’impresario Eugenio Aulicino per scritturarlo come nuova vedette dopo la morte di Di Napoli. Totò ci riflette un po’, ma poi per la cifra, allora astronomica, di trecento lire al giorno che chiede e ottiene, accetta.
Il debutto avviene in settembre. Il primo spettacolo musicale che viene messo in scena è Messalina di Kokasse e cioè Mario Mangini e di sua moglie Maria Scarpetta. Accanto a Totò recitano Titina De Filippo, Antonio Schioppa, Lia Thomas. Il personaggio di Totò è quello di Cajo Silio, il favorito dell’imperatrice. Verso la fine dello spettacolo, inseguito da un pretoriano, si arrampica su per il sipario e da lì comincia a fare smorfie, mossette e sberleffi al pubblico come se fosse una scimmia allo zoo. L’improvvisazione manda in visibilio gli spettatori che, presi alla sprovvista dalla inattesa esibizione, si spellano le mani dagli applausi.
Per Totò d’ora in poi sarà quasi un punto d’onore lasciarsi andare al suo estro che gli permette di creare un feeling con il pubblico di cui pare colga sempre le particolari vibrazioni e tutte le richieste. Il repertorio della compagnia include anche I Tre moschettieri di Kokasse e Scarpetta, in cui Totò impersona uno straordinario D’Artagnan che brandisce come spada una stampella d’armadio.
Dopo le macchiette degli esordi, a Cajo Silio e a D’Artagnan si deve attribuire il valore di altrettante, strepitose identificazioni, di vistosi segnali di riconoscimento. Non è solo un’altra tappa importante nel cammino dell’attore, ma sottolinea anche il ruolo di primo piano che lo stravolgimento parodistico di testi oppure situazioni preesistenti ha sempre avuto, e continuerà ad avere, in quel processo di appropriazione di elementi disparati, talora anche eterogenei, che è al fondo della sua comicità.
 
• Quando nella seconda metà degli anni Quaranta comincerà la sua grande fortuna cinematografica, la comicità di Totò attingerà a piene mani proprio dalla miniera inesauribile della parodia.
Totò è dunque tornato come trionfatore a Napoli. Abita in un grande albergo, arriva in teatro in taxi e spende cifre inaudite per mandare fiori alla fortunata del momento. Il suo successo con le donne è enorme. Se lo contendono e implorano la complicità del barone Scala per avere un appuntamento.
 
• In dicembre arriva in città Liliana Castagnola, una delle più celebri chanteuse del caffè-concerto per esibirsi al”Teatro Santa Lucia”. Liliana Castagnola è molto bella, statuaria, raffinata di modi. Si dice di lei che abbia rovinato più di un amante e che altri si siano battuti in duello per contendersela. Sembra che a lei si sia ispirato Guido Da Verna per Mimì Bluette, la scandalosa protagonista di uno dei suoi romanzi di successo.
Una sera fa il suo ingresso in un palco del”Nuovo” per assistere a uno spettacolo di cui è protagonista Totò. Lui non si lascia scappare l’occasione e comincia subito il corteggiamento mandandole un enorme mazzo di rose rosse alla”Pensione degli Artisti” dove lei abita.
Vi aggiunge un bigliettino: « con il profumo di questi fiori che vi esprimo tutta la mia ammirazione». Lei gli risponde subito invitandolo al”Santa Lucia”. Nasce tra i due un grande amore. Finito il contratto con il teatro, Liliana rifiuta altre scritture per restare a Napoli vicino a Totò. Ama Antonio di un amore esclusivo e travolgente. Quando lo conosce ha già trentaquattro anni e le sembra di aver trovato per la prima volta la persona da amare per tutta la vita anche se, com’è nel suo temperamento, in modo morboso, malsano. Totò la ricambia ma non con altrettanta dedizione. La loro relazione prosegue fino all’inizio di marzo del 1930.
 
• La Castagnola vuole farsi scritturare al”Teatro Nuovo” per restargli accanto, ma Totò ha deciso di accettare il contratto che gli offre la soubrette Cabiria e di cominciare subito la nuova tournée. Nella notte del 3 marzo, ritenutasi ormai abbandonata, Liliana Castagnola si suicida con un tubetto di sonniferi nella stanza della pensione in cui abita. Sarà sepolta, per desiderio di Totò, nella cappella dei De Curtis nel cimitero del Pianto a Napoli. Per Totò la sua morte segna la fine di un periodo di maturazione. Si rende conto per la prima volta di cosa significhino i sentimenti e sarà meno dedito ad avventure passeggere. Per tutta la vita ricorderà con affetto la donna che ha compiuto il gesto definitivo spinta più dal suo ennesimo fallimento sentimentale che dall’abbandono di Totò che è stato solo l’occasione che probabilmente cercava. Ma per lui in quel momento ha pesato con un enorme senso di colpa.
 
• In onore della Castagnola chiamerà Liliana la figlia che gli nascerà dal matrimonio con Diana Rogliani. Dopo la tournée con Cabiria, alla fine di giugno del 1930 è di nuovo a Roma alla”Sala Umberto I” dove ripropone, in numerosi spettacoli di varietà, il suo repertorio di macchiette e di nuove creazioni. Nello sketch Totò Charlot per amore mostra di avere capito perfettamente l’amara ironia e la profonda malinconia del suo grande collega dello schermo. Totò rifà Charlot in modo particolarmente efficace, riproponendone la truccatura e i gesti in uno spettacolo che è soprattutto un omaggio.
 
Liliana De Curtis è nata nel 1933
 
Nel 1931 è di nuovo con l’impresario Maresca che gli intitola la compagnia con la quale inizia una nuova tournée e che porterà in giro per l’Italia molte novità dai titoli più strani: Il Vergine folle ovvero Trik-Trak, La vile seduttrice, Colori nuovi, Ridi che ti passa e numerosi successi degli anni precedenti.
Accanto agli autori collaudati appare sempre più spesso il nome di Antonio De Curtis con cui l’attore firma molte riviste, talora assieme alla sua spalla Guglielmo Inglese. Come ogni grande comico, Totò sente il bisogno di aggiustare su se stesso, sulle sue specifiche risorse interpretative, il canovaccio di situazioni e di battute su cui intervenire poi direttamente con l’estro del momento.
 
Fonte: Orio Caldiron, il Mattino, 14/08/1997
 
• Totò in tournée alle”Follie Estive” di Firenze conosce una ragazza giovanissima, bionda, dolce che diventerà sua moglie. Diana Bandini Rogliani Serena di Santa Croce. Napoletana, si trova in città ospite di amici. Il trentatreenne Totò comincia a corteggiarla, ma quando viene a sapere che ha appena sedici anni si tira indietro. Senonché Diana si è innamorata di lui. Al debutto nella città successiva, Totò se la ritrova in teatro, ma la persuade a tornare in famiglia. Si rivedono a Napoli e si accorgono di essere molto innamorati. Totò va a parlare con il padre di lei, un generale che pensa a ben altri partiti. Ma quando vede che Diana è inamovibile dà il suo consenso. Si sposarono con il rito civile a Roma nella primavera del 1932.
 
• Totò continua le tournées con la sua compagnia di riviste di cui è anche capocomico. Ne fanno parte Adriana Edelweiss, Gemmy Morroni, Dea Bella, Steffy O’Ville, Guido Tei, Armando Furlai, Maria Braccari, il tenore Mario Panchetti, le girls del”Klariston Ballet”. Il repertorio comprende le novità Fradive, stelle e un pazzo, Stasera vedrai, Al Pappagallo (ovvero peripezie di un cameriere in un locale alla moda), Era lei? Sì... Sì... tutte e tre di Antonio De Curtis e Il mondo è tuo, scritto da Totò con Cliquette, pseudonimo dietro cui si nasconde Diana. Vengono ripresi anche successi precedenti come La vile seduttrice che va in scena al teatro”Eliseo” di Roma il 2 gennaio 1932. La rivista, come molte altre del periodo fino al 1939, è messa in scena con mezzi modesti e in edizione ridotta perché è un completamento dello spettacolo cinematografico che prende il nome di avanspettacolo.
 
• L’avanspettacolo, nato in America e diffusosi in Francia, dove si chiama avant-cinéma, trionfa nei cinematografi”Ciel”,”Paramount” e”Gaumont” di Parigi. In Italia si diffonde all’inizio degli anni Trenta e continua fino al 1940 quando, con autori come Galdieri, confluisce nella grande rivista. Le compagnie danno due rappresentazioni al giorno (i festivi tre), che durano al massimo cinquanta minuti. C’è uno sketch centrale con battute molto pesanti infarcite di doppi sensi, esibizioni di ballerine, siparietti canori. Sull’esile traccia di copioni improvvisati, il comico principale ha modo di mostrare tutta la sua bravura facendo sfoggio delle sue doti naturali e delle risorse della sua comicità.
 
• Totò è uno dei protagonisti della grande stagione dell’avanspettacolo che ha agito profondamente sulla memoria di più di una generazione di spettatori per i quali le «luci del varietà» hanno coinciso con questo mondo sgangherato e un po’ guitto, punteggiato di golose apparizioni carnali e di risate irrefrenabili. Fellini ha dato di quelle sale fumose e gremite una raffigurazione proverbiale con un’adesione tanto più partecipe quanto più ironicamente distaccata. I rapporti tra cinema italiano del dopoguerra e avanspettacolo, lo scambio di attori principali e di numerosi caratteristi, al di là del «documentarismo fantastico» del regista di Roma, andrebbero ripensati non tanto nelle zone della reminiscenza autobiografica, quanto piuttosto in quella più intrinseche dei motivi strutturali e delle pratiche rappresentative.
 
• Se Totò non è certo solo nella grande esperienza collettiva dell’avanspettacolo – che ha visto impegnati, accanto alle ex-formazioni di operetta come la Bluette-Navarrini, e la Riccioli-Primavera, attori come Macario, Taranto, i De Rege. Dapporto, Rascel, Scotti – resta in qualche modo, se non il più rappresentativo di una fase di transizione dello spettacolo minore che forse esige interpreti meno esuberantemente egocentrici, il più geniale. Totò, infatti, non si risolve con il momento dell’avanspettacolo, non coincide con il tratto di strada che fa con gli altri, viene piuttosto tesaurizzando anche questa esperienza che si stratificherà con le altre nella composita archeologia del personaggio, costruito a misura della sua irriducibile eccezionalità. Negli anni Trenta ad accorgersene sono anzitutto due personalità d’eccezione, Umberto Barbaro e Cesare Zavattini, che tra gli intellettuali intuiscono per primi le straordinarie possibilità dell’attore e si accostano senza pregiudizi al grande mimo, cercando di rendersi ragione del suo enorme successo popolare.
 
• Ormai Totò è entrato pienamente nella simpatia del pubblico e si avvia decisamente a conquistare una sua originale personalità artistica. Prima da solo e poi accompagnato da Diana, il comico si trasforma in un girovago a pieno ritmo percorrendo la penisola da nord a sud. Un giorno è a Milano, uno a Bergamo, un giorno a Caserta, uno a Campobasso, un giorno a Messina, uno a Palermo. Il 14 gennaio 1933, la compagnia Totò è a Napoli con la rivista Era lei? Sì... Sì... suddivisa in due tempi e otto quadri, che già dal titolo suggeriscono le possibili trasformazioni dell’attore. Tentazione, Seduzione, Serafino bambino lattante. Nel piccolo caffé, La trovata, L’educandato, Tra i selvaggi, Tempio di Budda sono altrettanti spunti per Totò. Il 22 gennaio nell’intervallo dello spettacolo si elegge la reginetta della serata tra le 20 girls del corpo di ballo. Il pubblico, composto nella maggior parte di maschi, deve esprimersi con un voto segreto dopo aver ammirato l’oggetto del desiderio.
 
• La compagnia si esibisce anche in provincia a Salerno, Battipaglia, Potenza per spostarsi dalla metà di aprile a Roma. Naturalmente l’abitazione di Totò sono gli alberghi, le pensioni, le camere d’affitto. così che sua figlia Liliana nasce il 10 maggio 1933 in una stanza dell’albergo Ginevra di Roma. Suo padre è al teatro Eliseo dove sta recitando nella rivista Al Pappagallo. Quando gli viene annunciato il lieto evento, lascia il palcoscenico scusandosi con il pubblico e annunciando che va a conoscere sua figlia ma che sarà di ritorno tra pochi minuti.
 
• Al Pappagallo segna un nuovo grande successo della compagnia Totò e richiama ogni giorno una folla imponente di spettatori che non si stancano di applaudire l’irresistibile attore che profonde comicità a piene mani e suscita ininterrottamente le più schiette risate. Il 2 giugno la compagnia del teatro «Eliseo» passa al «Principe» alternandosi nella stessa giornata con le commedie dialettali di Checco Durante.
 
• Nel 1934 Totò realizza finalmente una sua grande aspirazione mettendo su casa a Roma in via Tibullo 10. Ormai si sente arrivato. Ha una famiglia, un appartamento in cui rifugiarsi, un lavoro che gli dà molte soddisfazioni anche se i guadagni non sono sempre all’altezza delle aspettative. Ma lo tormenta per la giovane moglie una gelosia ossessiva e immotivata, che comincerà fin dall’inizio a minare la loro unione. Anche perché Totò, tipico maschio latino usa invece verso se stesso molta indulgenza quando si tratta di concedersi breve avventure con compagne di lavoro o ammiratrici. Gli basta uno sguardo di un pompiere di servizio rivolto a Diana che lo aspetta tra le quinte per decidere di relegarla in camerino chiudendola dentro a chiave. Arriva persino a mettere del borotalco sulla soglia di casa per controllare al suo ritorno che non ci siano impronte di sconosciuti.
 
• Nella nuova stagione gli sono al fianco come soubrette Gioconda De Vinci e come spalla Guglielmo Inglese. Caratterista tra i più dotati della ribalta minore d’anteguerra, Inglese firma con Totò alcune riviste d’avanspettacolo e negli anni Cinquanta arriverà al cinema tratteggiando numerosi tipi di meridionali. Il nuovo repertorio comprende La banda delle gialle, Questo non è sonoro, Dalla calza al dollaro di Paolo Tramonti (Paolo Rampezzotti), La vergine indiana firmata da Tramonti e Totò, Se quell’evaso io fossi di Bel Amy. Vengono riprese Messalina e I tre moschettieri, spettacoli cult per i fans dell’attore.
 
 
• Dopo la nascita della figlia, Totò cerca di restare di più a Roma. Gli piace trascorrere i periodi liberi con lei. Acquistata una Balilla di seconda mano, scorazza la neonata per le strade mostrandole Roma. Dall’«Eliseo» passa all’«Excelsior» e al «Principe». Solo in aprile lo troviamo al teatro «Augusteo» di Napoli. Nel 1934-’35 è accanto a Clely Fiamma, Guglielmo Sinaz, e ha sempre Guglielmo Inglese come spalla. I balletti sono quelli di Fiammetta Hildegarde e Vicki Meran. Numerose le novità in cartellone. Tra queste Belle o brutte mi piaccion tutte di Paolo Tramonti e Italo Inglese.
 
• Il 18 gennaio 1935 al teatro «Eliseo», Totò interpreta per la prima volta il memorabile sketch del manichino. un continuo scroscio di risate da parte del pubblico. Totò impersona un innamorato che ne combina di tutti i colori pur di avvicinare la donna amata. L’oggetto del suo desiderio è la moglie di un sarto, così lui si improvvisa manichino per nascondersi al marito geloso, e, finto manichino tra i manichini veri, riesce a liberarsi dalla pericolosa situazione. Sempre seguendo la donna amata, deve poi improvvisarsi dentista ai danni di un malcapitato che di notte ha bussato alla casa di un odontoiatra assente.
 
• Il 1 febbraio presenta “Una terribile notte”, una divertente parodia gialla di Mario Mangini. Durante una seduta spiritica, approfittando del buio, qualcuno uccide la moglie del padrone di casa. A rendere ancora più misteriosa la faccenda, il cadavere non si trova. Per venire a capo dell’enigma si offrono come poliziotti improvvisati Totò e Guglielmo Inglese. La storia assume subito un andamento grottesco con un susseguirsi di scene divertentissime, di equivoci, di misteriosi trabocchetti che inghiottono persone per restituire cadaveri, con danze di scheletri e fantasmi che vagano sul palcoscenico.
 
• Il 15 febbraio va in scena Don Chisciotte, ambiziosa parodia del capolavoro di Cervantes. Totò è naturalmente Don Chisciotte e mai parte si è adattata meglio al comico. Come cavaliere dalla triste figura sempre in cerca di avventure per mettere in mostra il suo valore agli occhi dell’amata Dulcinea deve combattere con i mulini a vento, misurarsi in un’osteria con i briganti, affrontare due sanguigni cavadenti. Il 15 aprile 1935 sposa Diana con la cerimonia religiosa nella chiesa romana di San Lorenzo in Lucina. Con loro c’è Liliana in braccio alla bambinaia.
 
Totò continua con successo il suo lavoro con la compagnia di avanspettacolo, ma, molto scrupoloso nei rapporti economici con gli attori, spesso guadagna meno di loro e deve accontentarsi di mangiare un panino quando loro vanno al ristorante. All’inizio del 1936 al teatro «Principe» di Roma presenta 50 milioni: c’è da impazzire di Paolo Tramonti e Guglielmo Inglese. In settembre all’«Olimpia» di Milano ottiene un successo ancora maggiore in Don Giovanni sono io... di Regoli. Totò, che è l’usciere Tobia, spacciandosi per Don Giovanni deve difendersi dalla foga delle sue ammiratrici inventando ogni volta uno stratagemma diverso. Naturalmente mette a frutto le sue migliori capacità comiche, le invenzioni linguistiche e la mimica grottesca.
 
Fonte: Orio Caldiron, Il Mattino 17/08/1997
 
• Il 1937 è per Totò un anno denso di avvenimenti. Non tutti felici. Nei primi mesi fa il suo debutto nel cinema con “Fermo con le mani!” diretto da Gero Zambuto su un soggetto di Guglielmo Giannini. Giornalista e commediografo napoletano, Giannini diventerà celebre nel 1945 come direttore del settimanale «L’Uomo Qualunque» che sfocerà anche in un partito politico. Non è la prima volta che a Totò viene proposto di passare al cinema. Già alla fine del 1930 Stefano Pittalunga, che ha prodotto con la Cines “La canzone dell’amore”, il primo film sonoro italiano, pensa di trovare dei volti nuovi da portare sullo schermo. Non gli sfuggono le doti comiche di Totò che vorrebbe utilizzare in un film dal titolo “Il ladro disgraziato”. Gli fa fare un provino in cui l’attore, con un cerone nasconde il pallore del viso, si esibisce nell’imitazione della gallina e nella parte di un bambino che dice «Embé, e vabbé, quando c’è la salute» e, poi si interrompe e si chiede «C’aggi’a fa’ mò?», rifacendo frammenti dei suoi sketch più celebri. Ma un regista ha malaguratamente idea di suggerirgli di imitare Buster Keaton. Al che Totò risponde che lui è Totò e non Buster Keaton.
 
• Qualche anno più tardi avrebbe potuto essere Blim, il mendicante suicida che all’inizio di “Darò un milione” di Mario Camerini viene salvato dal milionario Gold-Vittorio De Sica. Ma mentre Cesare Zavattini autore del soggetto e della sceneggiatura tifa per lui, il produttore gli preferisce Luigi Almirante, un caratterista già molto noto.
Questa volta a proporgli di passare al cinema è nientemeno che Gustavo Lombardo, il padrone della Titanus. Napoletano, marito della celebre attrice «muta» Leda Gys, ha cominciato la sua attività come distributore di pellicole altrui. Inizia poi a produrre per la Lombardo Film che, nel 1928, diventa la Titanus, destinatå a essere una delle case di produzione cinematografica più importanti d’Europa. L’incontro in un ristorante di Roma, dove l’attore sta cenando in compagnia di un gruppo di amici. A un tavolo vicino c’è un signore che fissa Totò con insistenza. L’attore, dapprima lusingato, vista la tenacia dell’ammiratore che lo guarda e ride, si scoccia e gli chiede perché non gli tolga gli occhi di dosso. L’altro risponde che sta pensando di fargli interpretare un film. Fatte le presentazioni si passa addirittura, alla fine della cena, alla firma del contratto.
 
• “Fermo con le mani!” prende il titolo da una frase che Totò, povero vagabondo, ripete a tutti quelli che lo maltrattano. Più che una storia, il film è una serie di situazioni che danno modo al comico di utilizzare il vasto repertorio di sketch inventati sul palcoscenico. Se il vagabondo sempre perseguitato dalla fame è ispirato senza dubbio a Charlot, gli episodi, le gag e le battute derivano direttamente dal teatro. Tra le varie vicissitudini, Totò finisce in un istituto di bellezza dove, travestitosi da massaggiatrice, presta le sue cure a una cantante. La scenetta tipica del suo repertorio sarà ripresa in “Fifa e arena” e in “Il più comico spettacolo del mondo” e sempre con nuove varianti. Come l’imitazione della gallina, i giochi di parole «les chauffeurs cont le chauffeurs» e la ripetizione di «bazzecole, quisquiglie, pinzellacchere». Per non parlare poi del numero del direttore d’orchestra che mima i fuochi d’artificio e che è spesso il gran finale delle sue esibizioni teatrali.
Il film da modo a Totò di essere conosciuto da un pubblico più vasto di quello dell’avanspettacolo, anche se la riproduzione meccanica tarpa un po’ le ali alla sua improvvisatrice. Sul set manca la vicinanza del pubblico, gli mancano gli applausi che concorrono ad aumentare la sua creatività. La straordinaria ricchezza del Totò nella memoria per non suggerire un termine di paragone con il primo, incerto tentativo di ambientazione cinematografica di una comicità per molti versi legata al palcoscenico.
 
• Intanto il suo matrimonio entra in crisi e alla prima separazione tra il comico e la moglie, la piccola Liliana viene ospitata per un breve periodo nel collegio dell’Assunzione. Ma la bambina soffre e Totò non lo sopporta. Si rappacifica con Diana e trasferisce la famiglia, a cui si aggiungono anche i suoi genitori, in un appartamento più grande in viale Parioli. Poi riprende la via dell’avanspettacolo cambiando primadonna che sarà adesso Clary Sand e spalla che sarà Eduardo Passarellli. Fratellastro di Eduardo, Titina e Peppino De Filippo, Passarelli ha svolto un’intensa attività nel teatro dialettale napoletano prima di esordire nel cinema. Spesso accanto a Totò, interpreta dal ’37 in poi numerosi film. Il repertorio della nuova Compagnia Totò prosegue senza grandi cambiamenti anche nella stagione successiva.
 
• Il pubblico non si stanca di applaudire Totò e i suoi compagni in “Uomini a nolo” di Totò e Bel Amy, “L’ultimo Tarzan”, una fantasia grottesca, “Fra moglie e marito, la suocera e il dito”, “Novanta fa la paura” di Antonio De Curtis, “L’uomo del diamante” di Mario Mangini. Ma l’epoca gloriosa dell’avanspettacolo volge al termine e Totò sa ritirarsi a tempo. Le tournée nei maggiori cinema-teatri della penisola gli hanno assicurato una grande popolarità e hanno fatto di lui una delle figure più amate dai pubblici ppopolari.
 
• Fra Totò e la moglie, anche se vivono sotto lo stesso tetto, qualcosa s’è incrinato. Lui è deciso a ritornare scapolo e si accorda con Diana per chiedere l’annullamento del matrimonio. Ma in Italia si è ancora ben lontani dalla possibilità di un divorzio, è cosi che i coniugi De Curtis riescono a chiedere lo scioglimento del loro vincolo solo a Bruenn, in Ungheria. La notizia che la loro richiesta ha avuto esito positivo li raggiunge a Massaua, in Etiopia, dove sono in tournée con la compagnia con
 
• Cinquanta milioni c’è da impazzire e altre riviste. Il 27 dicembre 1939 l’annullamento è dichiarato esecutivo anche in Italia dalla Corte d’appello di Perugia. Ma in realtà Totò e la moglie restano assieme fino al 1950. A Totò il vincolo del matrimonio è sempre stato stretto più per l’ufficialità del rapporto che per i doveri che possono conseguire. Geloso in modo patologico, teme più di ogni altra cosa le cosiddette corna. Con una donna vicino che diventa solo un’amante il tradimento, sempre deprecato, gli sembra meno incombente. Da parte sua la libertà sessuale è una caratteristica che entra nella norma del costume nazionale. Cosi come si è sempre sdoppiato in Totò e nel principe De Curtis, nella marionetta che fa ridere e che si può permettere qualsiasi libertà, e nel serio gentiluomo, triste e perbenista, ora ha la libertà, come ex-marito, di avere comunque una donna vicino, come Antonio De Curtis, ma di essere libero come Totò.
 
• Dopo il primo film Totò, anche se il risultato non l’ha soddisfatto, si dice pronto a ritentare la prova. Lombardo crede ancora in lui e lo affida all’umorista Achille Campanile che, con il regista Carlo Ludovico Bragaglia, darà vita a Animali pazzi. Sceneggiatore e regista sembrano più che mai adatti a far risaltare sullo schermo le qualità comiche dell’attore. Campanile è già allora una della firme più riconoscibili dell’umorismo italiano che si è venuto affermando nel «Marc’Aurelio» e nel «Bertoldo», attraverso cui passeranno intere generazioni di scrittori e di futuri cineasti da Steno a Fellini, da Scarpelli a Scola. Le sue prime commedie assurde e imprevedibili sono state messe in scena dai fratelli Anton Giulio e Carlo Ludovico Bragaglia al Teatro degli Indipendenti dove è approdato il meglio dell’avanguardia, compresa una mitica messa in scena dell’Opera da tre soldi di Brecht. Se i rapporti di Anton Giulio con il cinema, avviati in pieno futurismo, non sono mai stati particolarmente fortunati, Carlo Ludovico, dopo un lungo tirocinio teatrale a fianco del fratello maggiore, si è rivelato nel 1933 un regista più che promettente con O la borsa o la vita, avviando una frenetica attività di regista velocista capace di fare in venti giorni un fílm intero e di girare in un anno sette film, con la puntualità del cineasta che non teme le scene di massa e i capricci degli attori. Sensibile alle esigenze della macchina-cinema, non solo economizza pellicola in un mondo di cinematografari spreconi, ma accetta la sfida delle novità tecnologiche e sperimenta tra i primi il colore. Si mette al servizio di uno stuolo di attori tra cui Vittorio De Sica, Sergio. Tofano, Nino Besozzi, Armando Falconi, i De Filippo e Totò, con cui farà nel dopoguerra alcuni film fondamentali.
• Animali pazzi subisce molte vicissitudini tanto che, iniziato nel 1938, uscirà nelle sale solo nell’aprile dell’anno dopo. Prima di tutto c’è il problema dei costi che il produttore vuole tenere contenuti costringendo Bragaglia a escogitare laboriosi trucchi per poter girare alcune scene. Come quella finale del matrimonio che si svolge in un grande salone. Il regista aveva chiesto cinquecento comparse ma il produttore gli risponde che non ha i soldi per pagare. Ne patteggiano cinquanta. Dal momento che il film è tutto basato sul doppio – Totò interpreta due ruoli, quello di un poveraccio e quello del barone Tolomeo de’ Tolomei – si usa l’espediente tecnico dei mascherini. Così la sala viene riempita con le poche comparse che, con l’aiuto di quattro mascherini, modificando le posizioni delle persone, cambiando dettagli dei costumi, mettendo il cappello di uno a un altro, pare la riempiano come una folla. Il film nasce da un’idea fantasiosa e surreale di Campanile, che immagina una clinica per animali pazzi. L’attore ha appena interpretato la rivista Dei due chi sarà? sfruttando proprio la comicità che nasceva dal suo doppio personaggio. Il gioco del doppio verrà riproposto negli anni successivi in moltissimi film, dando vita a una galleria di «doppi Totò» da L’allegro fantasma a Le sei mogli di Barbablù, da Totò terzo uomo a Totò Diabolicus. Ma sia perché molte trovate devono essere cancellate per mancanza di mezzi, sia perché il tentativo è più ambizioso delle effettive capacità del regista, nemmeno Animali pazzi è un film del tutto riuscito. Anche se Totò, quando fa il burattino sulla terrazza della villa, o tenta di darsi all’ippica a cavallo di una scopa, o finge di essere preso da un attacco di pazzia con la mano che sparisce nella manica, il braccio che gira vorticosamente, o sobbalza alle scariche elettriche dei medici esprime comunque al massimo la sua vulcanica comicità.
 
Fonte: Orio Caldiron, Il Mattino 20/8/1997
 
• Chiusa definitivamente la stagione dell’avanspettacolo, Totò si trova ad una svolta importante. I suoi due primi film potrebbero suggerirgli di farsi autore di se stesso per cercare un’altra strada, oltre al palcoscenico, dove esprimere al massimo la sua verve comica. Ma se questo non avviene, sono due autori importanti come Michele Galdieri per la rivista e Cesare Zavattini per il cinema che decidono di toglierlo dall’impasse.
Lo scrittore romagnolo Zavattini ha scoperto Totò negli anni Trenta a Milano mentre si esibiva al teatro Trianon. In più di un’occasione aveva costretto ad accompagnarlo altri amici intellettuali che si mostravano inizialmente particolarmente riottosi e diffidenti.
Quando sul settimanale”Tempo” gli viene affidata una rubrica di critica sul teatro di varietà, lo scrittore romagnolo la inaugura proprio con la recensione di uno spettacolo di Totò, segnalando a tutta Italia i suoi grandi meriti. E Totò diventa ormai un acquisto che il cinema non si vuole certo lasciar sfuggire.
Zavattini ha addirittura scritto per lui un soggetto Totò il buono che non diventerà mai un film di Totò, ma sarà lo spunto di Miracolo a Milano realizzato molti anni più tardi in pieno neorealismo dal binomio De Sica-Zavattini.
 
• “Totò il buono” è pubblicato sulla rivista”Cinema” come un soggetto di Zavattini e Totò. Il nome di Totò è stato usato con l’accordo di entrambi perché lo scrittore spera che questo faciliti una sua eventuale realizzazione cinematografica, e l’attore si augura che così sia più facile per lui interpretarlo, invece che venga affidato ad un altro. Il protagonista è ovviamente Totò, l’uomo più buono del mondo nato sotto un cavolo.
A trent’anni va nella città di Aaa per cercare fortuna ma incontra solo tristezza e scortesia. Quando trova un lavoro da uno scultore si innamora della statua di una ninfa. La baraccopoli in cui abita è minacciata da un Plutocrate deciso a distruggerla per estrarre il petrolio che vi scorre sotto. Totò si mette a capo della resistenza con le armi della gentilezza e della fantasia. Arrivano in suo aiuto anche due angeli che gli danno la facoltà di compiere miracoli per ventiquattro ore. Così riesce a far fuggire gli invasori e a dare vita alla statua.
Ucciso da una trave che gli cade sulla testa, risorge durante il suo funerale. Intanto il Plutocrate si è impadronito della baraccopoli e insegue Totò e gli altri poveracci. Ma Totò compie l’ultimo miracolo. Sale e fa salire i suoi amici a cavallo delle scope e vola via verso un mondo più umano dove tutti dicono buon giorno volendo veramente dire buon giorno.
 
• L’idea di un nuovo film per Totò prende forma in San Giovanni decollato prodotto da Liborio Capitani e diretto da Amleto Palermi. Zavattini ne scrive sceneggiatura e dialoghi traendolo da un a commedia del siciliano Nino Martoglio, ma non se la sente di dirigerlo come gli propone il produttore, anche se è diventato molto amico di Totò. Lo va a trovare spesso in viale Parioli 41 dove l’attore vive con Diana, Liliana, il padre e la madre che lo hanno raggiunto accompagnati da una gabbia con due canarini chiamati Gennarino e Rosa e da un grosso gatto d’angora, Bianco, considerato un secondo figlio.
Totò è molto ospitale e offre lui stesso a Cesare vino o caffè su un grande vassoio d’argento con lo stemma che, prima di riporre nella credenza, pulisce con il gomito. Ma non è altrettanto avveduto quando gli propongono un lavoro e rischia di accettare qualsiasi copione e soprattutto non contratta mai per i suoi compensi rischiando spesso di essere sottopagato mentre arricchisce, soprattutto negli anni successivi, tutti i produttori che hanno la fortuna di lavorare con lui.
Zavattini scrive una lettera a Capitani per chiarirgli come deve essere fatto secondo lui il film di Totò. Deve essere prima di tutto paradossale e moderno perché solo così esprimerà la mimica e il carattere dell’attore. Tutto quello che c’è attorno a Totò deve servire la sua comicità, deve aiutare a far «scoppiare» le invenzioni e le situazioni che inventa l’attore. Totò deve essere continuamente alla ribalta, continuamente presente agli occhi e all’attenzione dello spettatore, proprio come avviene in tutti i film comici dove il protagonista si assenta solo per pochi metri di pellicola.
 
• Le riprese del film cominciano a Cinecittà il 16 settembre 1940. Totò è Agostino, un portinaio napoletano che fa anche il ciabattino, particolarmente devoto del santo del titolo. ancora filiforme, il volto magro e scavato, l’aria svagata e apparentemente innocente, ma lancia già le sue sguardate oblique e maliziose, sfoga una cattiveria sadicamente persecutoria sulla moglie bisbetica e sugli inquilini sospettati di succhiarsi l’olio santo.
Quando mangia si esibisce nello spettacolo della fame insaziabile che cerca di battere sul tempo la consuocera e la fantesca decise a sparecchiare. Zittisce il calzolaio sicuro demolendogli sistematicamente il paio di scarpe che è venuto a consegnare. Si capisce subito che Totò non è affatto buono. Anche se ha la lacrima facile, è prevaricatore, prepotente, vendicativo. Può fare il succube, il poveraccio tutto frustrazione e rassegnazione, ma si ha sempre il sospetto della presa in giro, della finzione compiaciuta. Basta leggere i suoi diari per rendersene conto appieno.
 
• Il giorno di Natale, pochi giorni dopo l’uscita del film, Totò debutta al fianco di Anna Magnani al teatro Quattro Fontane di Roma nella rivista Quando meno te l’aspetti di Michele Galdieri. Anna è già famosa come Totò più per le sue interpretazioni teatrali che per quelle cinematografiche. Roma città aperta, il film che per primo rivela tutte le sue doti drammatiche, vedrà la luce solo cinque anni più tardi. Il clima politico è pesante.
L’Italia è appena entrata in guerra e la censura del regime fascista è più che mai attenta a qualsiasi accenno negativo sull’operato. La rivista, ricca in scenografie e in costumi, prodotta da una vecchia conoscenza dell’attore, quell’Eugenio Aulicino che lo aveva scritturato tanti anni prima per il Nuovo di Napoli, ha in organico ben sessanta persone.
Se il titolo della rivista può già far sospettare qualche allusione a un auspicabile cambiamento di cose, le strofette della canzoncina iniziale tranquillizzano subito il censore:”Quando meno te l’aspetti la sorte muta fa più dolce dei confetti la tua cicuta... la strega arcigna che sogghigna, si trasforma nella fata più benigna... E quando meno te lo sogni, ti sorride, provvedendo ai tuoi bisogni”.
In realtà, la satira pungente di Galdieri si appunta soprattutto, e per forza, sui fatti di costume, aiutata brillantemente in questo dai due eccezionali interpreti quali sono Totò e Anna Magnani, la mitica «Nannarella».
 
• Il napoletano Michele Galdieri è allora già molto noto nel mondo del teatro, dove ha cominciato giovanissimo. Nel 1924, a ventidue anni, ha rimaneggiato una rivista lasciata incompiuta dal padre Rocco.
L’anno successivo scrive il suo primo copione, L’Italia senza sole, di cui si occupa la censura perché vi si fa chiaramente allusione al delitto Matteotti. Molto amico dei fratelli De Filippo, scrive per loro uno spettacolo che ha successo e che lo porterà ben presto a essere conosciuto in tutta l’Italia. Il suo stile subito riconoscibile, è basato su un’armonica fusione di satira, comicità e coreografia, che cura personalmente insieme con la regia dei suoi spettacoli. La satira preoccupa spesso Leopoldo Zurlo, il revisore dei testi teatrali di quello che sarà il Minculpop, e cioè il ministero della Cultura Popolare.
Galdieri gli porta la prima rivista nell’agosto del 1931. Si presenta con un viso da adolescente sveglio e non si vedono né le sue ali di pelle, né la coda da diavoletto, ma le grinfie sì, e quelle Zurlo giele arrotonda qua e là. Sin dal titolo si intuisce quello che sarà sempre il segreto di Galdieri e cioè non dire nulla e suggerire tutto. Ed è proprio tra le maglie di questo suggerire che riesce a far passare molte cose.
Uno dei suoi bersagli in Quando meno te l’aspetti è il cinema. uscito da poco il film che si è fatto notare per la sua ingenuità: Sempre cielo di Alfredo Guarini con un’Isa Miranda che, appena ritornata dall’America, ha assunto pose da diva hollywoodiana. Nella rivista Anna rifà il verso alla Miranda presentandosi a Totò-ciabattino in una ricostruzione del cortile di San Giovanni decollato.
 
• Ma la scena per cui la rivista è rimasta famosa nella storia del teatro leggero è quella del Gagà, interpretato da Totò, che in una sgangherata camera ammobiliata svolge l’opera di seduzione nei confronti di Anna Magnani, moglie in cerca di svago. I due fanno la caricatura dei Gagà e delle Gagarelle che affollano i bar di via Veneto usando il loro linguaggio contratto in cui bici vuol dire bicicletta, tele telefono, occupato.
Totò sfoggia la sua straordinaria caratterizzazione del Gagà che gli è stata ispirata da un anonimo giovanotto che ha incontrato per strada. Costui calzava scarpe mal connesse ma lucidate, indossava un abito liso ma stirato, mentre una sciarpa sfrangiata di coloro giallo avvoltolata alla gola e un cappello serrato sotto l’ascella sinistra completavano l’abbigliamento. Tra tanta dichiarata manifestazione di diligenza, risaltava la folta capigliatura corvina, riccamente spalmata di uno spesso strato di brillantina. La massa dei capelli si prolungava oltre il collo, sbriciolandosi in riccioli e ciuffetti che si adagiavano sul bavero della giacca. Come sempre Totò, che tiene in modo particolare al suo abbigliamento tanto da essere sempre elegantissimo, è molto attento all’aspetto delle persone che cerca di imitare molto dettagliatamente nelle sue caratterizzazioni; nello spettacolo impersona anche uno sfortunato signor Bonaventura che invece di guadagnare il famoso milione come nelle sue avventure sul”Corriere dei piccoli”, è sempre al verde e inguaiato nelle difficoltà di tutti i giorni.
 
• Totò è quasi sempre in frac e, forse, ha accettato di partecipare allo spettacolo proprio per il vestito particolarmente elegante. Tutta la sera è brillante e leggero, non sa la parte come il suo solito, ma è contento di ritrovarsi sul palcoscenico dopo la lunga cattività del cinema, come un’anitra nell’acqua e inventa a ruota libera molte cose curiose. Ad un certo punto si fa dare il copione dal suggeritore per ricordarsi una battuta.
Nel pre-finale Anna interpreta la «fioraia del Pincio» una canzone particolarmente bella, piena di nostalgia per i tempi tranquilli e felici della pace. Ma non le sembra che il pubblico l’ascolti come dovrebbe perché è distratta dalle moine e mossette di Totò che è dall’altra parte del palcoscenico.
Così, nella successiva rappresentazione, chiede e ottiene dal comico – che si dimostra particolarmente generoso, contrariamente a molte primedonne che abitualmente calcano narcisisticamente le scene – di poter avere le luci tutte su di sè, mentre lui resta in ombra.
Ma il cambiamento non produce assolutamente l’effetto desiderato. Anzi: questa volta gli spettatori sono ancora più disattenti perché, mentre lei canta, cercano con gli occhi Totò che così poco illuminato è molto meno facile da localizzare. E si ritorna così, gioco, all’illuminazione precedente, non senza che tra Totò e Anna si crei un momento di inevitabile malumore se non proprio di screzio.
 
• Prima di debuttare nella rivista di Galdieri, Totò interpreta al cinema L’allegro fantasma con la regia di Amleto Palermi, in cui gli vengono affidati addirittura tre personaggi tre gemelli che si ritrovano coinvolti nelle vicende di una eredità contesa. Nicolino, Gelsomino e Slim sono diversi solo per il ciuffo dei capelli. Uno li porta a virgola sulla fronte, uno a punto interrogativo sulla testa, il terzo li ha lisci all’indietro lucidi di brillantina.
La farsa costellata di equivoci permette a Totò di esibirsi nelle sue irresistibili corsette, nei suoi frenetici movimenti oculari, in muti e fervidi discorsetti fatti solo muovendo le labbra in scatti della sua silenziosa e aerea follia. Il film, girato nell’autunno del ’40, esce sugli schermi solo all’inzio di ottobre del 1941, proprio mentre Totò recita nelle repliche di Quando meno te l’aspetti. Il teatro e il cinema continuano nella sua intensa carriera di attore
 
Fonte: Orio Caldiron, Il Mattino 25/8/1997
 
• In una parodia della Figlia di Jorio che si chiama Il figlio di Jorio, Totò è il pastore Aligi che dopo aver dormito settecento anni si sveglia nel nuovo mondo ignaro di tutto. Ma se continua a ripetere: «Io sono ignaro!», poi accenna ai rastrellamenti, «Ho fatto un nascondiglio dietro lo scaldabagno... ma dice che hanno i cani poliziotto!?». Alla pazzia dei governanti, «Forse è meglio fare il pazzo... entrare in un manicomio... Ma come fai a distinguere?». E intanto recita: «Io penso alle mie pecore che tirano a campar!». Iniziata al Teatro «Valle» il 5 febbraio, la rivista passa alla metà di marzo alla «Sala Umberto I» e quindi al Teatro «Brancaccio». Mancano i mezzi di comunicazione, la benzina è razionata, le automobili private non possono circolare.
Totò va a teatro in bicicletta, mentre Anna ha acquistato un calessino tirato da Banana, un pony che mangia erba invece della biada introvabile, ma rifiuta di assaggiare i fiori che la sua padrona butta via perché glieli hanno regalati i gerarchi tedeschi. Lo spettacolo deve andare in scena tutte le sere e Totò, fedele alla tradizione, recita anche la sera della morte di suo padre e, nel tentativo di non lasciar trapelare il suo dolore, riesce a far ridere il pubblico più del solito.
 
• Che ti sei messo in testa? Avrebbe dovuto chiamarsi in realtà”Che si son messi in testa?”, con chiara allusione ai tedeschi occupanti. Ma la censura sempre solerte le cambia titolo. La rivista è in realtà piena di espliciti accenni alla situazione politica. Scherza sul ritorno alle scene, come amici, di Totò e della Magnani, di questi tempi chiamata Digiunani, sull’andata in vacanza della Ragione, che, come tutti gli altri divi, pare abbia lasciato Roma per Venezia, tanto che non si riesce a mettere insieme uno spettacolo. Tra i divieti e le paure, la gente non sa più cosa fare e cosa dire. Anna e Totò rifanno la scena del gagà e della gagarella, richiamano il motivo della fioraia, ricordano Pinocchio, e, rivangando il passato, accennano alla loro separazione teatrale. Anna dice: «La ragione... è che se recitate, divertendo gli anziani e i ragazzi... il mio dialogo a mezzo lasciate per far mille bellissimi lazzi... Divertite così mezza Europa... ma io qua... fo la mazza di scopa...».
 
• Nell’autunno del 1943 lo troviamo impegnato nello spettacolo Aria nuova che debutta al Teatro «Galleria» di Roma il 9 ottobre. Con lui ci sono vecchi e nuovi artisti come in una squadra di transizione racimolata in tempo di guerra che, mentre lancia il Quartetto Cetra, Elena Giusti, Mario Riva, accanto a Totò ripropone Eduardo Passarelli. Che ti sei messo in testa?, la nuova rivista di Galdieri che vede di nuovo Totò in coppia con Anna Magnani, debutta a Venezia nel gennaio 1944, per poi trasferirsi a Roma al Teatro «Valle» dove è molto modificata per il diverso clima politico. Gli ultimi mesi dell’occupazione tedesca di Roma sono anche i peggiori. Forse proprio per questo la gente va di più a teatro e predilige la rivista.
 
• Totò, innamorato della figlia di uno scienziato disperso in Africa, si trova coinvolto in una spedizione alla sua ricerca, e arriva quasi a servire da pasto ai cannibali. Ma tutto si risolve per il meglio. Il film è girato a Cinecittà nel teatro n.10 dove verdeggia una giungla finta. Sono veri invece i leoni, le iene, le scimmie, gli avvoltoi, i gufi reali e i serpenti tenuti a bada da Angelo Lombardi che diventerà più tardi il televisivo amico degli animali. Totò si deve destreggiare tra Cinecittà dove ogni giorno si sottopone a un lungo trucco, e sopporta le attese tra un’inquadratura e l’altra, e il Teatro «Valle» dove la sera, dopo un altro laborioso trucco, continua le repliche di Orlando curioso.
C’è una foto di Totò scattata dal tedesco Eugenio Haas sul set di Due cuori tra le belve in cui il comico in giacca e cravatta tiene la testa leggermente piegata all’ingiù e lancia con i suoi grandi e allungati occhi da pupo una sguardata obliqua come potrebbe fare nel pronunciare la surreale espressione «a prescindere». All’occhiello della giacca porta il distintivo del partito fascista, la cosiddetta cimice. Ma questo non deve fare equivocare sulla sua fede politica. Il principe De Curtis, se è conservatore per blasone, non potrà mai andare d’accordo con l’arroganza del potere, con i «caporali», combattuti da lui per tutta la vita e soprattutto in questo periodo di occupazione nazista. Dal palcoscenico, complice Galdieri, lancia appena può chiari segnali di insubordinazione, ma è costretto, per il quieto vivere a cui tiene tanto, ad adeguarsi al costume del tempo.
 
• Gli spettacoli si svolgono in una situazione di enorme disagio. Assieme alla precarietà, coesiste il freddo dei teatri non riscaldati e, a volte, la fame per il cibo che scarseggia. Anche a Roma la situazione si fa sempre più grave. Totò pensa di portare la famiglia al sicuro facendola sfollare a Valmontone, un paese a sud della capitale. Ma scopre ben presto che è ancora meno sicuro della città perché si trova a pochi chilometri da una polveriera e viene tartassato dai bombardamenti. Ma forse perché c’è poco da godere nella vita di tutti i giorni, la gente va più a teatro e al cinema, soprattutto se lo spettacolo promette delle risate. Totò viene scritturato dalla Bassoli Film per interpretare una nuova pellicola. Due cuori fra le belve, che dopo la guerra verrà ridistribuito con i titolo Totò nella fossa dei leoni, è diretto dal regista romano Giorgio Simonelli e si basa sul racconto Ventimila leghe sopra i mari, scritto dal direttore di produzione Goffredo D’Andrea.
 
• Anche in questa rivista sono continui i riferimenti alla realtà del momento. Orlando, in un siparietto che si svolge a Carbonia, con una gustosa trasformazione gagarellistica della sua armatura, portando alcuni pezzi di carbone sulle spalle, canta: «È meglio pigliarsela allegramente / se porti carboni... fa finta di niente. / meglio sorridere giocondamente... / La faccia è fetente... Ma tira a campà!». Orlando debutta a Roma al teatro «Valle» il 31 ottobre e continua le repliche andando in tournée. A Milano lo spettacolo è spesso interrotto dai bombardamenti che costringono gli attori, appena suona l’allarme, a correre come si trovano con i vestiti di scena, verso il più vicino rifugio. così che Totò nelle vesti di Orlando, con la corazza, il pennacchio in testa, la rigidità che gli impone il costume da pupo siciliano, corre per la strada a gambe levate spinto dalla paura che lo accomuna a tutti gli altri compagni. Un’attrice della sua compagnia, Clelia Matania, preoccupata che così bardato si renda ridicolo, una sera gli chiede perché non si è levato almeno il pennacchio. Totò pronto le risponde: «E secondo voi i’songo accussì fesso da finì acciso sott’ ’e bombe pe’ colpa ’e nu pennacchio?».Il suo modo di dire la battuta è così comico da far ridere e applaudire tutti gli altri rifugiati che dimenticano per un attimo la loro paura.
 
• Nell’ottobre dello stesso anno Totò recita in una nuova rivista di Galdieri, Orlando Curioso. Questa volta al suo fianco c’è Lucy D’Albert, italianizzato per l’epoca in Lucia D’Alberti, nome d’arte di Elena Lucy Johnson, figlia dell’attrice Lydia Johnson. Lucy, emigrata dalla Russia con la madre nel 1917, vive in Turchia e in Francia prima di stabilirsi in Italia.
È una soubrette elegante e vivace che sarà al fianco di Totò in altre riviste prima di sposare il calciatore napoletano Attila Sallustro. Totò impersona Orlando, l’eroe ariostesco che è tornato nel mondo moderno per dirimere un equivoco. «Io non fui mai furioso! Lo sbaglio è d’una lettera! Perché io son... curioso!».
 
• Totò diventa di volta in volta Pinocchio, una delle sue caratterizzazioni più celebri, Alessio Wronsky di Anna Karenina, Policarpo De Tappeti, il lupo di Cappuccetto Rosso. Anna Magnani è Malombra, Anna Karenina, Cappuccetto Rosso, Carolina in una scena del Galateo di Monsignor Della Casa. Naturalmente i personaggi dei romanzi si mescolano tra di loro dando luogo a degli incontri inconsueti. Così ritroviamo Totò a colloquio con Malombra, e poi con Lucignolo-Mario Castellani al quale canta: «Nel paese dei balocchi / siamo tutti un poco sciocchi / ma importanza ciò non ha / siamo sciocchi / siamo allocchi / siam farlocchi / ma che fa? / Qui sia grandi che piccini / siamo tutti burattini, / senza limiti di età. / Burattini burattini burattini in libertà. / Qui le teste son di legno, ch’è proibito avere ingegno / chi ragiona in questo regno / non è degno di campà». I riferimenti all’attualità vengono subito colti dalla censura che cancella alcune battute, riinserite spesso dagli interpreti anche a costo di rischiare in proprio. Galdieri ironizza anche su se stesso. Dal volume Enciclopedia e vita moderna escono infatti due celebri personaggi di”Quando meno te l’aspetti”, il Gagà e la Gagarella. Non mancano altri accenni di satira politica. Nell’episodio di Anna Karenina la protagonista pretende che il marito e l’amante si diano una stretta di mano. Ma Totò-Alessio esclama: «È abolita!» Quello che si ammira in Galdieri sono il buon gusto e la misura, due doti che spesso erano mancate nello spettacolo di rivista, ma che con lui ritornano in auge, soprattutto quando gli attori principali sono Totò e Anna.
 
Il 3 febbraio 1942 l’attore debutta al teatro Lirico di Milano in un’altra rivista che Galdieri ha scritto per Totò e Anna Magnani. Volumineide, il cui primo titolo era Questi nostri amici, censurato da Zurlo perché pensa giustamente che faccia riferimento agli scomodi alleati tedeschi e non agli eroi dei romanzi messi in scena, prende lo spunto per i singoli quadri da un motivo molto indovinato ed elegante, tanto che la rivista si stacca dagli schemi consueti. Tre ladri credono di penetrare di notte in un negozio di gioielliere, e entrano invece in una libreria. E qui, sfogliando i volumi, si perdono in un sogno dove rivivono le figure più note della letteratura e del teatro.