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 2015  marzo 18 Mercoledì calendario


Menarini, cento anni d’Italia in pillole. Lucia Aleotti, con il fratello Alberto alla guida dell’azienda farmaceutica, racconta un secolo di attività a Firenze dai “rimedi e medicamenti” nella prima bottega di Campo di Marte, agli ultimi traguardi della ricerca sul cancro. «Per le medicine siamo il primo gruppo italiano nel mondo, ma tutto viene deciso qui, siamo radicati nella nostra città» Cent’anni d’Italia

Firenze 1915. L’Italia era divisa tra il dramma dell’entrata in guerra e l’orgoglio di dar vita ad imprese industriali. È in questo clima che il farmacista Archimede Menarini di Napoli decide di trasferire la sua attività al Nord. La preparazione di “rimedi e medicamenti” nel laboratorio dietro il bancone non gli basta più, vuole fare il grande passo: concentrarsi sulla ricerca e la produzione di farmaci. Per questo chiude a Napoli e sbarca a Firenze, in una zona periferica della città, Campo di Marte, per la sua vicinanza alle numerose vetrerie che assicuravano celeri forniture di flaconi e fiale.
GLI ESORDI
Facciata dello stabilimento sulla via principale, prima via San Gervasio poi, dal ’34, via Sette Santi 1/3. Lo stesso portone nel quale, dal 1964, ha iniziato ad entrare il cavaliere Alberto Sergio Aleotti che, in quell’anno, dopo aver lavorato prima come direttore generale, acquistò l’azienda. Allora, all’inizio del secolo, i prodotti fiore all’occhiello, erano il “Metarsile” (“Un ricostituente sicuro per adulti e bambini”)e “Euzymina” (“Fermenti digestivi con lecitina per la digestione dei bambini”) oggi, negli stessi laboratori versione anni Duemila, si lavora dalla molecola contro linfomi e tumori solidi come ad un test del sangue che, senza biopsie, rivelerà il ritratto del tumore.
Lucia e Alberto Giovanni Aleotti, dopo la morte del padre poco meno di un anno fa, sono alla guida di questa azienda tutta made in Italy che festeggia i cento anni di attività a Firenze. «Vogliamo festeggiare un secolo di “fiorentinità”. Non è un caso che abbiamo iniziato con una monografia d’arte sul Pontormo. Per continuare con focus sulla ricerca ma anche la disabilità, lo sport, una mostra sulla storia di Menarini a Firenze» precisa Lucia Aleotti.
È un caso che abbiate iniziato a festeggiare il centenario con l’omaggio a un genio cinquecentesco, il Pontormo, conosciuto per la sua ipocondria e l’ossessione verso le malattie?
«Un omaggio a un genio di questa terra. L’ipocondria si cura con la certezza di avere le terapie e, negli ultimi cinquanta anni, possiamo dire di aver lavorato in questa direzione. In Italia e nel resto del mondo».
Di “Italia farmaceutica” ce n’è poca nel mondo...
«Quando mio padre entrò in azienda nei primi anni Sessanta c’erano 188 dipendenti, oggi è una multinazionale con oltre sedicimila dipendenti. Mio fratello ed io vogliamo continuare ad avere radici solide nella nostra città pur continuando ad espanderci. Siamo presenti in più di cento Paesi. Il primo gruppo farmaceutico italiano nel mondo. Abbiamo anche deciso di chiudere con 8 mesi di anticipo i contratti di solidarietà per 1.290 dipendenti».
Ma è vero che tutto viene deciso dalla casa madre a Firenze anche per l’America Centrale, l’Asia e l’Australia?
«Certo, tutte le strategie rigorosamente da qui, lasciando giusta autonomia operativa alle filiali. Nel 1915 l’azienda produceva 60mila flaconi di farmaci al giorno, oggi negli stabilimenti Menarini nel mondo se ne contano 600milioni all’anno».
Il farmacista Menarini volle passare dalla preparazione galenica a quella industriale. Voi avete voluto aggiungere alla produzione industriale terapeutica anche la messa a punto di test diagnostici che “disegnano” il profilo di un tumore. Questa scelta ha portato l’Italia nei laboratori del mondo come quelli della città delle scienze a Singapore?
«La speranza concreta è quella di individuare nuovi strumenti nella lotta al cancro. Obiettivo mondiale. Dopo l’acquisizione di Silicon Biosystems lavoriamo sulla prima tecnologia in grado di isolare, in modo automatico, singole cellule tumorali rare presenti nel sangue. Le mantiene intatte, vive e capaci di riprodursi. Ciò consente di svelare caratteristiche finora mai rilevate».
Si riferisce all’analisi del sangue che mostra le caratteristiche del cancro che ha colpito un organismo?
«Guardiamo al futuro della ricerca con progetti nella medicina personalizzata e stiamo andando verso la direzione in cui per diagnosticare e fare l’identikit di un tumore basterà, appunto, una semplice analisi del sangue. Niente biopsie. Il risultato dell’esame dirà anche di che tipo di cancro si tratta dal punto di vista genetico e quale farmaco funziona per quel singolo caso. Ovviamente riducendo gli effetti tossici sui tessuti sani».