Domenic del Corriere, 7 febbraio 1904
Il macchinista di Stephenson
A Londra, negli ultimi giorni di gennaio testè trascorso, è morto l’operaio M. Marshall. Egli aveva più di 100 anni di età. Abitava una linda casetta, che gli era stata donata 76 anni fa da uno che gli voleva bene come un fratello e che morì tanto prima di lui (1848). Il donatore era Giorgio Stephenson. Questo nome, che balza d’improvviso dall’abisso del passato, è quello di un uomo che fece progredire la civiltà quanto niuno altro mai prima di lui; d’un uomo che diede alla razza umana il mezzo di muoversi rapidamente, di correre il pianeta che ella abita, di avvicinare i popoli più lontani, affratellandoli, stringendoli in vincoli di operosità e di solidarietà. Egli vinse il tempo e lo spazio, egli abbattè le barriere innalzate fra le genti, moltiplicò il fervore della vita ed il movimento dei commerci, aperse nuovi orizzonti all’umanità, che solo per suo merito può dirsi ora veramente padrona della terra…
Il suo nome sta accanto quello di Colombo, di Volta, di Jenner, di Marconi, nelle conquiste buone e sante in pro della felicità umana.
Chi non conosce l’aneddoto di Watt: la padella che bolle scuotendo il coperchio, i pensieri di Watt e di Stephenson alla vista di quel fenomeno così semplice e comune? Fenomeni semplici e comuni furono anche la lampada dondolante del Duomo di Pisa e il pomo caduto sul naso di Newton in una notte di luna; ma dal moto isocrono della lampada Galileo trae l’idea del pendolo, e Newton, preso il pomo in mano, senza curarsi di sapere se esso fosse o maturo o acerbo, scopre la legge della gravitazione dei corpi. Così la pentola ribollente fa nascere dei singolari pensieri nella mente dei due uomini: – Se un po’ di vapore acqueo imprime così vive scosse ad un piccolo recipiente, non si potrebbe governare questa forza e renderla docile e utile per svariati servigi? – Che idea stravagante! – dissero i positivi…
Ed ecco la macchina a vapore è trovata!
Ma che macchina, nei primordi! Una semplice caldaia, due stantuffi deboli deboli, quattro ruote e un fumaiuolo sbilenco! Eppure, questo abbozzo informe si muove senza bisogno di cavalli; cammina su due rotaie, traballando, ma da sé; spinge un vagoncino carico di gente e ne tira un altro pieno di carbone… Stregonerie! invenzione del diavolo! grida la plebe. E tosto i positivi, passato il primo stupore, si mettono ad abbaiare alle calcagna di Giorgio Stephenson. – Sì, l’invenzione è buona, la macchina si muove; ma poi a che serve? Per dieci passi, via, cammina; ma provate in una tappa più lunga… provate!... –
Stephenson prova, costruisce un binario notevolmente lungo a Stockton, invita le autorità ad assistere all’esperimento ed egli stesso sale sulla macchina con a fianco un giovane meccanico, uno dei pochi che abbiano capito l’importanza della meravigliosa scoperta, col primo macchinista che sia esistito, con Marshall. Il 27 settembre del 1825 è scritto a lettere d’oro nella storia della civiltà: in quel giorno Stephenson e Marshall, con la loro traballante macchinetta, inaugurarono un nuovo e glorioso ciclo storico: quello delle industrie e della meccanica.
*
Pur tuttavia, anche dopo di allora, le ostilità contro gli inventori della macchina a vapore non cessarono: i soliti increduli, i soliti oppositori, continuarono quasi deridere l’invenzione e gli inventori. Quando Stephenson annunziò che la sua macchina, perfezionata, avrebbe percorso trenta chilometri all’ora, vi fu una esplosione di indignazione generale. E tosto i dotti mostrarono come quattro e quattro fanno otto che quella vertiginosa rapidità avrebbe danneggiato la solute degli uomini e li avrebbe condotti alla demenza, se avessero dato retta ai quei bei tomi di Stephenson e Marshall.
Trenta chilometri all’ora! Oggi noi ci lagnamo perché i treni non ne fanno più di ottanta, e non ci stupiamo più se in America i treni divorano cento e centoventi chilometri all’ora, e sulla breve linea di Zossen-Berlino un treno elettrico, in parecchi esperimenti, ha superato i duecento; e nessuno, o dotti di settanta anni fa, nessuno è diventato perciò pazzo o si appresta a diventarlo!
La rivoluzione compiuta con la perseveranza del genio, da Giorgio Stephenson e dal suo umile collaboratore, fu veramente inaudita. Metà delle abitudini della società furono rovesciate; la classica quiete dei popoli e delle nazioni fu turbata; sorsero le officine, si scavarono con avidità le miniere di carbone e di ferro: un vento di alacrità soffiò sulla terra, scuotendola tutta.
Noi giovani non possiamo farci un’idea di quel che fu quella rivoluzione; ma molti se ne ricordano, molti che vi hanno assistito e che ancora parlano di quegli antichi tempi, quando il vapore e l’elettricità non esistevano, e tutti trovavano naturale che per andare da Milano a Roma s’impiegassero venti, trenta e quaranta giornate, e che prima di mettersi in viaggio si dovesse far testamento e mettersi l’anima in pace con Dio!
*
Oh, come doveva essere delizioso viaggiare in quel tempo! Che bellezze dovevano nascondere quelle enormi diligenze, quei pesanti omnibus, quelle sgangherate berline, dove si stava stretti come acciughe e d’estate si sudava a goccioloni e d’inverno si moriva di freddo, senza contare le tappe che si dovevano fare a piedi, nelle salite, per dar agio ai magri ronzini di andare avanti! E un viaggio in mare, tra i cordami e il catrame di quei bastimenti che impiegavano un mese e più da Genova a Civitavecchia, e ogni tanto, per mancanza di carte o per fragilità di costruzione, andavano a battere contro uno scoglio e si screpolavano come noci tarlate! E la rapidità degli affari, se una lettera da Torino a Milano o da Napoli a Roma impiegava due settimane ad arrivare?
Se il macchinista di Stephenson, avanti di morire, ricordò i primi giorni della giovinezza e rivide la prima macchina a vapore e poi volse lo sguardo intorno e guardò la meravigliosa opera compiuta, le migliaia di chilometri di strade ferrate che coprono la terra, le stazioni enormi e tumultuose, i tunnel arditi, i viadotti temerari, e le centinaia di migliaia di macchinisti, operai, impiegati che vivono sui treni e corrono incessantemente sulla faccia del globo trasportando viaggiatori e merci; che sorriso di soddisfazione e di orgoglio non avrà illuminato la sua faccia rugosa! Tutta l’opera della modernità è anche opera sua, ed egli, l’umile macchinista inglese, il collaboratore di Stephenson, che scoperse la forza del vapore, e di Fulton, che l’applicò ai battelli, ben merita di essere ricordato con affetto e con ammirazione da quanti apprezzano gli immensi benefizi scaturiti dalla scoperta della macchina a vapore.
Sia all’anima del modesto Marshall!