Domenica del Corriere, 24 ottobre 1904
Tutto sul Don Chisciotte di Cervantes
Una grande rivista letteraria nordamericana fece, qualche anno fa, tra i suoi lettori, una cosiddetta «inchiesta»: rivolse loro, cioè, una di quelle domande che, provocando una risposta tra un pubblico numeroso, ne rivelano i gusti e le tendenze più di un intero trattato di psicologia.
La domanda era questa:
«Qual è il romanzo che vi ha in più dilettato e in pari tempo fatto pensare?»
Un simile referendum fu fatto una volta anche in Francia, e diede per risultato «i miserabili» di Victor Hugo; in Russia «Guerra e Pace» di Leone Tolstoi; in Inghilterra «Robinson Crosuè» di Daniele de Foe. Se in Italia si tentasse la prova, non v’ha dubbio che si avrebbe per risultato certo I promessi sposi di Alessandro Manzoni, perché per essi voterebbero anche coloro, e sono molti, i quali saltarono di piè pari gli episodi delle gride, della vita del cardinale Federigo, della biblioteca di don Ferrante e via dicendo. Così in Europa lo chauvinisme dei lettori è un fatto stabilito.
Nell’America si ebbe però un curioso risultato: i votanti erano oltre 10.000. Gli scrittori americani più quotati furono Edgardo Pöe e Mark Twain, che riportarono mille voti per ciascuno, mentre oltre 6.000 voti si riversarono sul… Don Quijotte di Michele Cervantes: l’indimenticabile romanzo comparso 300 anni addietro e che ora tutta la Spagna s’appresta a festeggiare. Anzi a Madrid è sorto all’uopo, la settimana scorsa, un Comitato nel quale entrano ministri, personaggi di Corte e i letterati più illustri.
È da notare poi che il referendum americano aveva luogo pochi mesi dopo la guerra tra gli Stati Uniti e la Spagna. L’odio politico non offuscò l’ammirazione letteraria.
Don Chisciotte, il libro più dilettevole e di tutti tempi di tutte le letterature, e così agile non ostante la sua grande mole; fresco ad onta dei tre secoli di esistenza che esso conta; vivo, quantunque i tempi della cavalleria burlona siano tramontati tirandosi dietro la causa principale del fascino che circondò tosto, tra i contemporanei dello scrittore, la lunga e allampanata figura del cavaliere della Mancha.
Il Don Chisciotte comparve in tempi di transizione e accompagnò con una formidabile risata la fuga delle ultime barbute cavalleresche, degli ultimi paladini erranti; fu il calcio della modernità agli avanzi del Medio Evo; l’epitaffio veritiero che seppellì la cavalleria e i cavalieri, per sempre.
L’opera di demolizione, incominciata da messer Ludovico Ariosto, fu compiuta da messer Miquel Cervantes; quegli in versi e questo in prosa; il poeta italiano ancora riguardoso, ancora tenero per i suoi eroi leggendari, il prosatore spagnolo addirittura feroce col suo protagonista immaginario; l’uno e l’altro insuperati e forse insuperabili.
Entrambi maestri di cavalleria, diplomatico o governatore l’italiano, soldato e avventuriero lo spagnuolo, risero e fecero ridere sulle istituzioni e le credenze che avevano formato il vangelo di molte generazioni; e dal riso nacquero due opere destinate all’immortalità.
Il cavaliere Chisciotte ebbe per biografo un sublime artista, come l’ebbero Orlando e Ruggero: solo che, mentre gli eroi dell’Ariosto combattono e muoiono in tempi loro propizi, il protagonista del Cervantes si trova fra i suoi contemporanei come un pesce fuor d’acqua.
Se Don Chisciotte fosse nato vari secoli prima, che fortuna per i cavalieri della Tavola Rotonda! Nulla avrebbe avuto da invidiare al più rinomati paladini di quella gloriosa età.
Infatti l’animo di Don Chisciotte è nobile e grande. Egli, chiuso nelle sue stanze tappezzate di loriche, di spade, di corazze e di lance, legge di continuo i più famosi libri di cavalleria. La lettura lo scuote, lo accende e la fantasia troppo ardente dell’eroe corre dietro a mille chimere di gloria e di amore. Don Chisciotte vede continuamente maghi malvagi, fate incantatrici, tiranni che angariano gl’innocenti; egli ode mille voci di oppressi che invocano il suo soccorso contro cavalieri prepotenti che corrono il mondo facendo del male.
– Marrano! – grida Don Chisciotte, e vibra di generosi sentimenti; cinge una spada arrugginita, una corazza fessa, una lancia tarlata; sella il suo cavallo Ronzinante e va a battagliare per la giustizia e la verità, in nome di Dios y de mi dama.
Ma i tempi. Ahimè! non sono più propizi. Davanti al fulminare delle spingarde e delle colubrine, la spada luccicante dei paladini non aveva più valore e non contava più se non nelle sfide a singolar tenzone, tanto facile a sorgere per piccoli puntigli fra la gente d’arme.
Dai castelli del feudalesimo trionfante, le mille eroine delle chanson de gestes che avevano pianto nell’ascoltare i lai dei menestrelli e dei trovatori) cantati sulle mandòle e foggiati sul modello della Rondinella pellegrina) erano irresistibilmente fuggite, e nelle torri cadenti non facevano più il nido se non i brigantelli armati di archibugio o i capitani di ventura, quando diventavano orbi o sciancati. I vecchi maghi e le belle fate battevano in ritirata; i mori più non venivano a rapire le vergini cristiane, nè esse più morivano per la fede. La Santa Inquisizione invece accendeva per ogni dove gli autos da fè e il dolce cielo di Spagna olezzava d’un odor di carne umana abbrustolita. Ohimè, la poesia era proprio finita, povero Don Chisciotte, ed egli si trovò a lottare contro gente che non capiva più il santo scopo che lo spingeva fuori dai confini della Mancha natale!
Strano e sfortunato eroe, comparso tre secoli in arretrato; ridicola e somma caricatura d’un tempo che fu; immortale addentellato tra gli antichi paladini che si sbudellavano allegramente per i begli occhi di una dama e i moderni duellisti, i quali credono di salvaguardare il proprio onore con un colpo di fioretto; tale fu Don Chisciotte della Mancha.
Unico difetto in lui, la soverchia eccitazione della fantasia che gli impediva di vedere il mondo come realmente era fatto; e dal contrasto fra la dura realtà dei tempi e la immaginosa fantasia del cavaliere nasce l’immortale bellezza del romanzo di Michele Cervantes.
Qual doloroso romanzo pel povero Don Chisciotte!
Egli, tutto pieno di rosee speranze e di generosi propositi, si fa creare cavaliere da un oste, si prende uno scudiero nella panciuta persona di Sancho Pancha e va. Un mulino a vento pare all’ardente fantasia dell’eroe un gigante malefico: Don Chisciotte non teme, non dà addietro, mette la lancia in resta, dà bravamente di sprone nei magri fianchi di Ronzinante e si scaglia sul mulino. Naturalmente cade di sella in malo modo; ma il coraggio del nobile hidalgo non ha limite. Avanti ancora! Un branco di pecore assume le grandiose parvenze di un esercito; e Don Chisciotte non esita a dar battaglia e si lancia con furore contro le orde nemiche… Ebbene, confessiamo francamente che Don Chisciotte è coraggiosissimo e valentissimo e ha un solo difetto, quello d’essere pazzo, press’a poco come Orlando paladino, che pure non faceva ridere nessuno.
Don Chisciotte fu un sognatore, un ribelle; forse, se è vero che genio e pazzia si toccano, fu anche… non vi sembri esagerato… un precursore! Se egli fosse stato quieto in casa sua, non gli sarebbero cadute addosso le peripezie che ebbe a soffrire…
Se Don Chisciotte fosse davvero esistito, non sarebbe indegno d’un monumento, per davvero!
E Sancho Pancha? il saggio, l’ambizioso, il pigro il pauroso Sancho?
Ah! egli rappresenta le passioni più comuni dell’umanità. Egli è la prosa dell’esistenza in contrapposto alla poesia del suo padrone. Questi vuole battagliare contro i mulini e quegli cerca di trattenerlo, quasi sempre invano; il padrone pensa alla gloria e il servo alle spalle: e quando il bravo Pancha si lascia trasportare dalla poesia del principale, allora diventa nientemeno che governatore, viceré d’un reame… di sabbia.
Don Chisciotte e Sancho Pancha son due simboli: essi si trovano incarnati in ciascuno di noi. Alfonso Daudet non seppe esprimere in miglior modo il voglio e il non voglio dell’irresoluto eroe di Tarascona se non dividendo l’animo di lui in due parti impulsive ugualmente potenti: Tartarin-Sancio che ha paura e consiglia prudenza e Tartarin-Don Chisciotte che incalza avanti e sprona alle grandi azioni. Chi di noi non ha gli impeti folli di Don Chisciotte e le paure di Sancio Pancia?
Oh, come la povera razza umana si rassomiglia al magro e lungo cavaliere dalla triste figura!
L’eroe della Mancia s’ha formato un mondo tutto suo fatto di sogni e di speranze, e ciascuno degli uomini si forma il suo piccolo mondo, fuori della realtà; egli andò a rintracciare il suo mondo, e noi ci mettiamo in cammino in traccia delle chimere: la sua principessa del Toboso era una lavandaia, e a noi il più delle volte capita di scambiare una sartina e peggio per una Dulcinea principessa; il regno del Cavaliere Chisciotte è un banco di sabbia, e i nostri castelli son castelli in aria… il cavaliere errante procede tra una caduta e una legnata e muore disilluso e ammaccato, e anche noi, pur troppo, anche noi percorriamo tristemente il cammino della nostra vita, tra una speranza che crolla e un sogno che dilegua, e troviamo unica requie nella morte…
Ah, non solamente l’immagine della moribonda cavalleria fu la figura di Don Chisciotte: la sua storia è la storia dell’umanità, e perciò l’eroe della Mancia sopravvive immortale.
Per questo il Don Chisciotte non è solamente un libro dilettevole, ma fa anche pensare.
Una domanda:
Seppe mai Michele Cervantes di Saavedra, o, per lo meno, intuì di aver scritto un libro destinato a vivere eterno?
Forse non lo seppe; forse nel novelliere spagnuolo si verificò uno di quei casi di incoscienza che gli studiosi del genio ci segnalano come una delle principali prerogative di esso; forse lo scrittore pensò di aver fatto una cosa allegra atta a divertire i contemporanei, e niente più, condannata per conseguenza a cadere nell’oblio quando la cavalleria, così atrocemente derisa, vi fosse prima caduta…
Ad ogni modo, abbia egli avuta o no la persuasione della colossale opera da lui compiuta, lo scrittore morì oscuro e povero come era vissuto.
Michele Cervantes combatté l’intera sua vita: fu malamente ferito nella battaglia di Lepanto; corse l’Europa e fu anche in Italia –talvolta in armi così misere e in aspetto così lugubre da degradarne lo stesso Don Chisciotte; fu soldato di ventura e novelliere, ma senza grandi idealità; se fosse vissuto nei tempi moderni, sarebbe stato un alcoolico come il Pöe o il De Musset o un vagabondo come il Gorki.
Ora che il mondo intellettuale celebra il terzo centenario della pubblicazione del suo libro, ricordiamolo il povero soldato poeta di Spagna, il quale ci diede nel Don Quijotte uno dei capolavori dello spirito umano.