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 2015  gennaio 02 Venerdì calendario


«Unità», «fiducia», «doveri». Le parole chiave dell’ultimo discorso del Presidente. In occasione del suo secondo commiato Napolitano prova a lasciare qualcosa di più e di diverso. E cioè l’appello a reagire alla paura che attanaglia la nostra società recuperando prima di tutto una «ragionevole fiducia in noi stessi» e una «lucida percezione dell’unità nazionale» senza le quali «la politica nella sua accezione più alta» non potrà mai rinascere

Sono tre le «chiavi di lettura» del discorso di fine d’anno del presidente della Repubblica, nascoste in tre parole più volte ripetute, che sono sia declinate in termini soggettivi, sia rivolte agli italiani: «unità», «fiducia», «doveri». 
L’unità nazionale ricorre tre volte, una per ricordare di averla rappresentata e di aver contribuito a rafforzarla; due volte per ricordarne alla nazione il «valore» e l’«imperativo». Napolitano ha anche aggiunto un ultimo richiamo all’unità, questa volta riferita ai popoli europei. 
Il richiamo alla fiducia ricorre quattro volte, due riferita a quella espressa dal popolo nei suoi confronti, due alla «ragionata fiducia in noi stessi», condizione per vincere la sfiducia nella politica e per la rinascita, nonostante le difficoltà economiche, la corruzione e gli «italiani indegni». 
La parola «dovere» ricorre tre volte, due riferite a se stesso (il dovere di non sottovalutare i segni della vecchiaia e i «nuovi doveri» del suo prossimo ruolo di senatore), una alla nazione, alla quale richiede «senso del dovere», accanto a senso di responsabilità, della legge, della Costituzione. 
Queste tre parole sono tra quelle di uso più frequente anche nella Costituzione, che adopera «unità» tre volte, in particolare per attribuire al presidente di rappresentarla. Adopera «fiducia» due volte, per richiedere che gli organi esecutivi la ottengano da quelli rappresentativi. Adopera la parola «doveri» otto volte, e in particolare
in coppia con il suo opposto diritti.
È difficile, forse impossibile, scrivere del passo d’addio di Giorgio Napolitano senza considerare che non è il primo. Perché il suo ultimo (almeno nelle intenzioni) messaggio agli italiani Napolitano lo aveva già pronunciato due anni fa. Quando non poteva neanche immaginare che, di lì a pochi mesi, il nuovo Parlamento si sarebbe rivelato incapace di eleggere il nuovo capo dello Stato e che i principali leader politici (Pier Luigi Bersani in testa) si sarebbero recati con la cenere sul capo al Quirinale ammettendo il loro fallimento e scongiurandolo di restare al suo posto. Era stato, quello del 31 dicembre 2012, un discorso importante, ricco di «riflessioni per una considerazione più attenta e partecipe della realtà del Paese», di considerazioni anche amare su come Parlamento e partiti avevano disatteso l’impegno per riforme che affrettassero «il tempo della maturità della democrazia dell’alternanza anche in Italia», di speranze di «vedere almeno iniziata una incisiva riforma delle istituzioni repubblicane», di segnali d’allarme per il riemergere, dopo tanti anni, di una vera e propria «questione sociale», colpevolmente ignorata, o minimizzata, da gran parte delle classi dirigenti, non solo politiche. 
Napolitano, che poco più di un anno prima aveva portato Mario Monti, sorretto da una larghissima maggioranza di emergenza, alla guida del governo, rivendicò allora di aver svolto il suo compito con «scrupolo, dedizione e rigore». Qualcosa di non dissimile ha detto anche stavolta, sostenendo, e a ragione, di aver fatto del proprio meglio, in primo luogo per «rappresentare e rafforzare» l’unità nazionale, lasciando a chi vorrà analizzare sine ira ac studio i suoi anni al Quirinale il compito di stabilire se e quanto vi sia riuscito. Ed è tornato su molti dei temi affrontati allora (la centralità della lotta alla corruzione, la necessità di contrastare le spinte antieuropee, l’urgenza di restituire alla politica la sua nobiltà, e molti altri ancora), ma senza soffermarsi troppo né sulle cause né sulle possibili terapie delle malattie che affliggono la comunità nazionale. 
Certo, su queste e altre materie Napolitano si è espresso anche nei dettagli un’infinità di volte, e non era il caso di ripetersi nel momento del commiato presidenziale. Probabilmente, però, a spiegare il perché di un messaggio così misurato da sembrare, in una situazione difficile come la nostra, povero di pathos, c’è anche dell’altro: in poche parole, la storia di questi venti mesi. 
Napolitano non si è mai pentito di aver accolto nell’aprile del 2013, contraddicendo una consolidata prassi costituzionale, l’appello a lasciarsi rieleggere al Quirinale: di essersi cioè fatto carico, come si diceva nel linguaggio politico della sua giovinezza e della sua maturità, di una crisi politica e istituzionale, oltre che economica e sociale, che rischiava assai seriamente di andare fuori controllo. E sottolinea come, nel bruttissimo clima di allora, la sua rielezione abbia consentito di dare vita a un nuovo governo, di rendere possibile l’avvio della legislatura e di favorire quel «confronto più costruttivo tra gli opposti schieramenti politici» che ha consentito anche di garantire un minimo di stabilità e, pur tra infinite difficoltà, di incardinare le riforme costituzionali e la nuova legge elettorale. 
Ma lascia netta l’impressione che questa sua ultima stagione al Quirinale gli sia risultata pesante, forse anche penosa, non solo per via dell’età, della salute, degli attacchi ingiusti di cui è stato fatto oggetto; e che se ne commiati (ma già pensando ai «nuovi doveri» che, nei limiti delle sue forze, lo attendono) senza particolari rimpianti; e anzi sottolineando, anche per chi presto gli succederà, come sia «positivo che ora si torni, per un aspetto così rilevante, alla normalità costituzionale, ovvero alla regolarità dei tempi di vita delle istituzioni, compresa la presidenza della Repubblica». 
Prima di tutto agli italiani, ma ovviamente anche alle forze politiche e, ancora una volta, al suo successore, Napolitano prova però a lasciare qualcosa di più e di diverso. E cioè l’appello a reagire alla paura che attanaglia la nostra società recuperando prima di tutto una «ragionevole fiducia in noi stessi» e una «lucida percezione dell’unità nazionale» senza le quali «la politica nella sua accezione più alta» non potrà mai rinascere. «Mettiamocela tutta», ha detto Napolitano, esortando a creare un clima «di consapevolezza e di mobilitazione collettiva» paragonabile a quello che «animò la ricostruzione postbellica e rese possibile la grande trasformazione del Paese». Un appello drammatico e, stavolta sì, denso di pathos, in cui si condensa il senso storico e politico non solo di quasi nove anni al Quirinale, ma di una vita intera. 
Quante orecchie disposte ad ascoltarlo ci siano nelle istituzioni, nei partiti e nella società è un altro discorso. Che però riguarda solo fino a un certo punto il vecchio presidente.