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 2014  novembre 28 Venerdì calendario


Il 1968 di Trento. Ecco “La memoria dell’università”, saggio sulla storia e i protagonisti della facoltà di sociologia tridentina

Il ’68 trentino l’ho vissuto, l’ho profumatamente pagato e ancor oggi continuo a pagarlo, come la stragrande maggioranza degli altri compagni. E, anche se compagno in senso stretto non sono mai stato, non sentivo alcun bisogno d’esser immortalato, ergo archiviato, in un tomo di 414 pagine dal sapore neo-baronale, redatto da aspiranti baronetti e addirittura da alcuni di coloro che contribuirono a sbaragliare i baroni di un sistema universitario tra i più arretrati del mondo. Mi riferisco a La memoria dell’università (il Mulino 2014), l’ennesimo saggio sulla storia, stavolta basata su fonti orali dei protagonisti, generici & comparse, della famosa sociologica facoltà tridentina, non soltanto crogiuolo, pur non esclusivo, dell’annosa Lotta continua e delle famigerate Brigate Rosse.   
Il 7 febbraio 2013, rilasciai ad Andrea Giorgi, uno dei tre autori, estensori, una video-intervista di quattro ore, della quale nel tomo suddetto si riporta poco più del mio saluto di commiato: “...le sono grato perché lei mi ha costretto a ricordarmi di cose che avevo completamente rimosso”. A fronte delle 12 ore fornite da Marco Boato, ex leader burocratico e sedicente catto-comunista del movimento trentino, nonché ex senatore noto per aver negato l’autorizzazione all’arresto di Cesare Previti, per non dire della legge 140 in materia di immunità parlamentare. Ibidem per quanto attiene al test antidroga per i parlamentari, bocciato grazie all’emendamento Boato. L’ennesima sua: la proposta di dedicare a Mauro Rostagno, il leader carismatico del movimento, addirittura un’aula dell’ateo tridentino. “Ma vaa?” – deve aver soggiunto Daria de Pretis, attuale rettore dell’università, rifiutando l’iniziativa di Boato, l’“amico” di Rostagno da lei mai conosciuto, prima di dichiarare: “Niente aula a Rostagno, non gli farebbe piacere”. Lo stesso Rostagno, suppostamente et esclusivamente ucciso dalla mafia: a 193 giorni dalla prima sentenza, dopo 26 anni di cui tre trascorsi in un’aula di tribunale, siamo curiosi di conoscere le motivazioni della stessa.   
Il grottesco, nel tomo in questione, raggiunge il vertice quando sovracitando il mio I Giovani non sono Piante (SugarCO 1978), il lettore viene rimandato alle note, nonostante il libro sia da tempo esaurito, impedendogli di fatto la lettura di esiziali dichiarazioni di Rostagno: “… ma ti rendi conto… io marxista d’avanguardia… una cagata senza precedenti!” Per non dire poi della sua netta presa di distanza nei confronti del moralismo e dello pseudo perbenismo dei suoi ex amici e indefessi lottatori continui o contigui o che dir si voglia.   
Constatazioni che i tre autori del tomo – oltre a Giorgi, Giovanni Agostini e Leonardo Mineo, vale a dire due specialisti d’archivio e un aspirante tale – potrebbero smentire accampando che il loro lavoro, per altro tecnicamente corretto, ha considerato solo il decennio che va dal 1962 al 1972. Così sovrastimando dichiarazioni di ex discenti che magari fino al ’72 erano ancora rimasti al ’68, ma che successivamente, virando da posizioni ultras a status di ordinari con Jaguar incorporata o di pubblicitari di grido o di sottopance berlusconiane, sono stati sentiti perché facilmente reperibili. A tutto scapito di molti altri i quali, nonostante coerenze pagate a caro prezzo, non sono stati ascoltati e dunque obnubilati, a vantaggio di chi, alla resa dei conti, si è servito delle passate sensattottarde glorie, come trampolino di lancio per s/folgoranti carriere anche  accademiche. Il sottoscritto a suo tempo rifiutò la sua brava cattedra di sociologia.   
Ma il picco del grottesco lo si raggiunge arrivando ad attribuire a Francesco Alberoni, sua eccellenza il barone rosa – la definizione è mia – l’esclusivo merito dell’esperimento dell’“Università Critica alberoniana”, che in realtà fu il frutto di una gestazione ed elaborazione tutte interne al movimento. Tanto è vero che Guido Crainz nel suo Il Paese mancato, riportando le mie parole, così sintetizza: “La contestazione contro il potere accademico fu resa possibile da studenti con una preparazione culturale pari e spesso superiore a quella della controparte (…) i baroni persero sul loro specifico terreno”.    Purtroppo l’Università Critica, unico esperimento pilota in tutta l’Università italiana, vanificando interminabili ore di elaborazione teorico-pratica. Questo perché, come riportato da Indro Montanelli e Mario Cervi nella loro Storia d’Italia: “Aldo Ricci ha scritto che ‘ i personaggi del movimento che andavano per la maggiore avevano deciso per tutti che non si studiava più, studiare era un fatto borghese e i vari nomi sacri della sociologia non contavano più nulla, c’era Marx, soltanto lui come Dio, come star, letto lui eri a posto tutta la vita”.   
Del resto “né maestro né Dio. Dio sono io!”, recitava un’epigrafe sui muri del maggio parigino. Anche se qualcuno c’era arrivato prima: “A tutto questo movimento tracotante ed entusiasta, che era giovinezza, per quanto si fosse arditamente travestito di concetti canuti e senescenti, non si può far torto maggiore che prenderlo sul serio e trattarlo addirittura, a un certo punto, con moralistica indignazione; basta così, si divenne più vecchi – il sogno se ne volò via. Venne un tempo in cui ci si stropicciò la fronte: e ce la stropicciamo ancor oggi” (Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male, in Fuori dai Denti di Renato Curcio, Mauro Rostagno, Giorgio Bocca a cura di Aldo Ricci, Gammalibri 1980).