Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2000  aprile 11 Martedì calendario

Gli Inuit e gli americani. Storia di un antico sopruso

Era il 27 luglio 1897 quando l’esploratore americano Robert E. Peary, forse il primo a raggiungere il Polo Nord (l’attribuzione dell’impresa è controversa), riuscì a convincere sei eschimesi Inuit, due bambini, un adulto e una donna, a salire sulla sua ”grande barca”, che portava il nome Hope (Speranza), promettendo loro una ”breve crociera”. Peary, finanziato da benefattori privati e istituzioni in ogni suo viaggio, mischiava ricerca antropologica e scientifica agl’affari, stivava pellicce e avorio, invece di reperti, che poi vendeva di conttrabbando. Il 1 settembre 1897 la Hope approdò a New York. Al molo di Fulton Market si erano adunati migliaia di curiosi vocianti ed eccitati, oltre a un nugolo di giornalisti avvertiti dall’esploratore che fece pagare 25 cents (una fortuna per i tempi) a chi voleva salire sulla nave per vedere gli Inuit. In due giorni furono ventimila i visitatori, per un incasso equivalente a circa due milioni di dollari di oggi. Gli Inuit, nonostante il caldo, furono costretti a tenere su pesantissime pellice polari. Dopo il successo della prima esposizione umana, Peary ne organizzò una seconda al museo di storia naturale di Manhattan che poteva accogliere più gente della Hope. Sempre coperti di pellicce, grondanti di sudore, gli eschimesi furono messi in un box, dove potevano essere ammirati a 360 gradi. Il fiuto commerciale di Peary non fallì. A interrompere quella che il New York Times definì ”la più grave ingiustizia della vecchia New York”, furono i batteri dei numerosissimi visitatori. Nel giro di qualche giorno, dei sei Inuit restò in vita solo un bimbo di cinque anni, che fu chiamato Minik. Peary e il presidente del museo abbandonarono il bimbo al suo destino rifiutandosi di aiutarlo. Si prese cura di lui l’addetto alla manutenzione del museo, William Wallace. Minik andò a scula, imparò perfettamente l’inglese, si segnalò nel baseball e fu ammesso all’università. I problemi cominciarono quando scoprì che il funerale in cui era stato seppellito il padre era una messinscena (la bara era vuota). Peary aveva venduto il corpo dei cinque esquimesi al museo. Invano, Minik chiese la restituzione del cadavere. Non bastò neppure la campagna di stampa di alcuni giornali e un intervento del presidente Roosvelt. Peary risolse il problema facendosi carico del ritorno di Minik al Polo. La riambientazione fallì. Nell’agosto 1916, Minik, venticinquenne, dopo sette anni in cui aveva fatto la guida, sposato una Inuit e vissuto in igloo, si trasferì a Pittsburg, vicino al Canada. Morì due anni dopo, senza essere riuscito a ottenere la restituzione dei resti del padre. A seppellirli in Groenlandia prova ora Kenn HarperKen Harper, storico di civiltà artiche, che ha impiegato più di trenta anni a ricostruire la vicenda, ora pubblicata nel suo ”Give Me my father’s body” (’Ridammi il corpo di mio padre”), uno dei libri più attesi dell’anno negli Usa.