Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 1988  luglio 30 Sabato calendario

La lettera di dimissioni di Falcone

•  Giovanni Falcone, chiede il trasferimento ad altro ufficio perché in polemica con il suo superiore, il consigliere istruttore Antonino Meli. Il Csm incontra decide di incontrare Borsellino, Meli e Falcone per tentare di ricucire lo strappo. Silvana Mazzocchi su Repubblica: «Prima era toccato a Paolo Borsellino, 48 anni, tra i primi a denunciare il disagio e la solitudine dei giudici antimafia. Niente di personale contro Meli, aveva tenuto a precisare il procuratore capo di Marsala, anzi stima per la sua buona fede. Ma anche ferma denuncia per il diverso funzionamento imposto ai pool antimafia che sarebbero svuotati della possibilità di operare efficacemente e ai quali sarebbero imposte tecniche investigative da anni Cinquanta. Fuori dall’aula, in attesa c’erano già Meli e Falcone, distanti, protetti da un muro di agenti, funzionari, colleghi. Quindi dinanzi ai consiglieri si era seduto Antonino Meli: aveva esposto i criteri di gestione adottati; l’esigenza di allargare i pool, quella ritenuta migliore di affidare a tutti i giudici diversi processi e compiti e, contemporaneamente, l’iniziativa di restituire ai diversi uffici, procura e istruzione, la loro autonomia. Aveva parlato per quattro ore. Alle 17.30 era toccato a Falcone rispondere ai consiglieri. Per quattro ore il giudice dell’antimafia aveva parlato, spiegato, denunciato. Anche lui aveva rinnovato apprezzamenti per Meli, ma aveva anche aspramente criticato il suo modo di gestire gli uffici giudiziari. Aveva sfogato l’amarezza accumulata in mesi e mesi di angoscia per le accuse di protagonismo ricevute, per gli attacchi personali ingoiati, per la solitudine sofferta, per il timore di vedere dispersa l’esperienza fatta in otto anni di attività giudiziaria, una esistenza già definita dal sindaco di Palermo Leoluca Orlando una vita blindata. In molti tra i consiglieri avevano manifestato a Falcone la loro comprensione, qualcuno lo aveva invitato a ritirare le sue dimissioni e lui aveva risposto prendendone atto con il suo enigmatico, abituale mezzo sorriso, senza entrare nel merito. Infine, dopo la rapida audizione di Giuseppe Ayala, sostituto procuratore molto vicino a Falcone, avvenuta domenica notte, era iniziata ieri la sfilata di giudici e pubblici ministeri. Ed ecco riproporsi la spaccatura esistente da tempo negli uffici giudiziari di Palermo, schierati intorno a problemi diversi essendo la Procura già proiettata verso il nuovo processo penale la cui applicazione è prevista per l’anno prossimo e l’ufficio istruzione destinato a scomparire e rifondarsi. Così Giusto Sciacchitano, pur dicendosi favorevole al lavoro di pool, interpreta efficacemente il parere di chi, proprio grazie ai nodi specifici del proprio lavoro, è portato a preferire la soluzione dei pool allargati con la rotazione di tutti i magistrati da impegnare sui processi di mafia e l’autonomia degli uffici. Di parere differente, invece, sono quasi tutti i giudici istruttori del ristretto nucleo di superspecialisti già rodati da anni di lavoro con Falcone: Di Pisa, Natoli, De Francisci, Guarnotta. Il pm Roberto Scarpinato smentisce le notizie trapelate sui giornali secondo cui la sua sarebbe stata una posizione antipool. Afferma di sentirsi sminuito, produce le bozze del rapporto inviato al Csm e si schiera a favore del lavoro specializzato». [Rep. 2/8/1988] [Leggi qui le lettera di dimissioni p115 Falcone un eroe solo]