2 marzo 2003
Arrestata la brigatista Lioce
• In una sparatoria sul treno Roma-Firenze, muoiono il soprintendente di polizia Emanuele Preti e il brigatista Mario Galesi, mentre la brigatista Nadia Desdemona Lioce è arrestata (vedi 2 marzo 2003). Questi ultimi due erano latitanti. «Viaggiavano insieme, sembravano una coppia tranquilla. E invece lui si chiamava Mario Galesi, aveva 37 anni, lo accusavano di aver partecipato alla ricostituzione delle Brigate Rosse, e una dose di piombo gli ha perforato il cuore e il polmone. Lei, Nadia Desdemona Lioce, di anni ne ha 43 e non è stata raggiunta da alcun proiettile (…). Doveva essere un controllo qualsiasi. Su un treno qualsiasi. Tre agenti della polizia ferroviaria alla stazione di Terontola-Cortona. Domenica mattina livida. Un velo di nebbia. Il “diretto” 2304, proveniente da Roma e con destinazione Firenze, è puntuale: sono le 8.24. Ci sono i freni che raschiano, c’è il rumore pneumatico delle porte che si aprono, il fischio del capostazione. Ma, soprattutto, ci sono quei tre uomini in divisa che si fanno largo, tra gli scompartimenti, chiedendo permesso. È a questo punto che i due terroristi seduti in seconda classe, nella carrozza numero 4, intuiscono quanto per loro sarebbe stato più prudente arrivare ad Arezzo in auto. Mario Galesi, robusto e stempiato, finge di continuare a leggere il giornale. Nadia Desdemona Lioce, bassa e sovrappeso, con i capelli color mogano, guarda fuori dal finestrino. Ma il vetro è appannato. Probabilmente, nel riflesso, tiene d’occhio gli agenti che avanzano. Avanzano tranquilli. “Documenti, prego”. I due terroristi mantengono, inizialmente, la calma. Consegnando carte di identità falsificate, e risultate poi rubate al comune di Tivoli, due anni fa. I terroristi sperano in un controllo superficiale. Invece, no. Uno dei tre agenti prende i documenti e si allontana, di qualche passo, per chiamare – usando il telefonino – il compartimento della Polfer di Firenze. (…) La scena, a questo punto, cambia. Galesi tira fuori una pistola calibro 7,65 e la punta al collo del sovrintendente Emanuele Petri (…). Il colpo mortale parte un istante dopo che l’altro agente, Bruno Fortunato (…) ha deposto la sua arma sul pavimento. Il terzo agente, sentendo il colpo, interrompe però bruscamente la comunicazione con la sede fiorentina della Polfer, estrae la sua pistola, fa cinque passi indietro e apre il fuoco. La sparatoria è ravvicinata e violentissima. (…) Un colpo raggiunge al fegato e al polmone destro anche l’agente Bruno Fortunato, ormai disarmato. La sua pistola è nelle mani di Desdemona Lioce, che l’ha raccolta sul pavimento. La terrorista, però, si rivela poco abile: “scarrella”, l’arma si inceppa, lei bestemmia e cerca di ripararsi con l’avambraccio, piegandosi sul suo compagno, Mario Galesi, pure lui ferito a morte. Sulla scena, così, illesi restano in due: il terzo agente, quello che stava telefonando, che punta la sua calibro 9 bifilare, e la terrorista, che molla la pistola inceppata e alza le mani». [Fabrizio Roncone, Cds 3/3/2003]