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 1903  giugno 21 Domenica calendario

Le dimissioni di Giolitti nel racconto di Montanelli

Giolitti  aveva in quel governo una posizione di forza, non solo perché sul piano operativo era molto più efficiente e positivo del suo maggior collega, ma anche perché era lui che gli garantiva in Parlamento l’appoggio dei socialisti. Costoro tennero nel 1902 un burrascoso Congresso a Imola, dove la posizione moderata e collaborazionista di Turati venne violentemente attaccata sul piano della dottrina da Labriola, e su quello della demagogia da Enrico Ferri, che non disse nulla ma lo disse urlando e con gesti gladiatori. Turati vinse e fece confermare l’appoggio al governo grazie ai buoni argomenti che Giolitti gli aveva fornito con le ultime misure prese in favore dei lavoratori: riduzione dell’orario ed esenzione dei ragazzi al di sotto dei dodici anni. Ma fu una vittoria risicata e di breve respiro. Bastò che nel Sud alcuni torbidi, sfociati come al solito in vandalismi, obbligassero i Prefetti a provvedimenti repressivi perché la corrente massimalista riprendesse il sopravvento nel partito e l’obbligasse a ritirare l’appoggio al governo. Così Giolitti perse il suo più valido sostegno nei confronti non solo dell’opposizione, ma anche di Zanardelli e degli altri colleghi di Ministero. Seguirono altri moti di frizione. Massone di vecchia data come quasi tutti gli uomini della sua generazione ed estrazione, Zanardelli era più sensibile ai problemi del laicismo che a quelli sociali. Perciò aveva tiepidamente sostenuto la proposta di riforma fiscale elaborata dal suo Ministra delle Finanze, Wollenborg, e vedendo che la maggioranza la rifiutava l’aveva abbandonata; mentre si era impegnato allo spasimo su una progetto di legge che introduceva il divorzio, e accusò di condiscendenza verso la Chiesa Giolitti che non lo spalleggiava. In realtà non si trattava di condiscendenza, ma soltanto di praticità. Giolitti prevedeva che, poco sostenuto dalla pubblica opinione, quel progetto avrebbe fornito un punto di coagulo a tutte le opposizioni, come di fatto avvenne, e non voleva bruciarsi le mani. “Quell’uomo lì, mi scuote tutto il governo” disse di lui Zanardelli. Ed erano pressappoco le stesse parole che cinquant’anni prima D’Azeglio aveva pronunciato sull’indocile ed invadente Cavour. Come Cavour, Giolitti faceva una politica spesso in contrasto con quella del Primo Ministro usurpandone le mansioni. E come Cavour, egli presentiva i naufragi e sapeva sottrarsi in tempo. Lo aveva già fatto nel 1890 quando abbandono la barca di Crispi poco prima che si arenasse. E da quando i socialisti gli avevano ritirato l’appoggio, aspettava solo l’occasione per rifarlo. L’occasione fu offerta da Ferri. Questo cattivo genio del socialismo italiano, moralmente marcio, ma fecondo, teatrale, esibizionista con la sua chioma arruffata sotto il cappello a larghe tese, e quindi pieno di fascino agli occhi di platee che corrono più dietro al fumo che all’arrosto e preferiscono i grandi gesti e le grandi parole alla buona sostanza, era ora sulla cresta dell’onda. Invano Turati aveva cercato di mettere in guardia in compagni dal suo sconclusionato e gigionesco “sbraitare per i tetti”. La direzione gli aveva affidato la direzione dell’Avanti!, di cui egli fece subito uno strumento di campagne scandalistiche. Una delle prime fu contro l’ammiraglio Bettolo, Ministro della Marina, accusato d’interessati favoritismi nelle forniture militari. In Parlamento fu presentata una mozione che chiedeva un’inchiesta sul suo operato. Il governo la respinse ponendo la questione di fiducia. Ma si vide abbandonato dalle forze di Sinistra sulle quali si reggeva, e a salvarlo furono i conservatori di Sonnino. In Consiglio dei Ministri, Giolitti disse che per il Governo non c’era scelta: o ritirarsi, o restare prigioniero della Destra, dalla quale ormai le sue sorti dipendevano. E siccome Zanardelli si rifiutò di dimettersi, si dimise lui. [Montanelli, 1958]