Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2013  aprile 08 Lunedì calendario


La donna di ferro (articolo dell’8/4/2013)

Linkiesta.it
Questo articolo, originariamente titolato “What Would The Iron Lady Do?” a firma di Charles Moore è uscito nel dicembre 2011 a firma di Charles Moore. Il sito della fondazione Magna Carta ne ha pubblicato la traduzione (di Edoardo Ferrazzani), di cui riportiamo una parte.

“Iron Lady” è il nome del nuovo film nel quale Meryl Streep fa la parte di Margaret Thatcher. Di per sé, già il titolo dà la misura dell’impatto della persona ritratta. Aiuta a capire come, in tempi duri come i nostri, tanto il suo personaggio quanto la sua eredità suscitino addirittura più interesse di quanto non ne abbia fatto nel proprio periodo di auge sul finire del XX secolo.
Prima di tutto, analizziamo il termine “Lady”. La Sig.ra Thatcher fu la prima e unica donna che abbia mai guidato uno tra i maggiori partiti britannici, dato che rimane vero ancora oggi. Fu la prima donna a ricoprire il ruolo di primo ministro nel mondo anglofono e quello più longevo sul piano politico di entrambi i sessi dal suffragio universale.
All’anno 2011 (l’articolo è stato pubblicato lo scorso 17 Dicembre 2011, ndt) solo un importante paese occidentale – la Germania – è guidato da una donna. Per quanto notevoli siano le doti dell’attuale cancelliera Angela Merkel, a onor del vero è molto improbabile che a distanza di vent’anni dal suo ritiro dalla politica possa essere oggetto di un film maggiore. La Thatcher è stata, di fatto, l’unica e sola donna. Questo status di unica ancora oggi affascina.
Questa Lady fu per la prima volta chiama Iron Lady, la Lady di Ferro non certo dai propri ammiratori, bensì dai suoi nemici. Dopo essere diventata leader dei Conservatori britannici nel 1975, la Thatcher aprì una nuovo e controverso fronte nella Guerra Fredda con l’Unione Sovietica. Mise in discussione l’allora popolare idea di “deténte”, distensione. Il comunismo sovietico, sosteneva la Thatcher, non può essere conciliato. Doveva essere rovesciato – rimettendo in sesto la forza militare difensiva della Nato e dando voce alla resistenza dei repressi nel blocco sovietico, promettendo loro la promessa della libertà occidentale.
Non molti leader europei le davano ragione in Occidente all’epoca, ad eccezione di Ronald Reagan, all’epoca solo un ex-governatore con il sogno di correre per diventare presidente. Dopo che la Thatcher ebbe dato un paio di energici discorsi, il quotidiano dell’Armata Rossa “Stella Rossa” la cristallizzò come “The Iron Lady”, la Lady di ferro. Così facendo, il giornale sovietico operava un paragone satirico con Otto Von Bismark, il “Cancelliere di ferro” della Germania del XIX° secolo, dando di lei un’immagine rigida e severa.
Ma Margaret Thatcher subito vide nell’insulto un’opportunità. Non esiste niente di meglio che essere temuta dai propri avversari. “Iron”, ferro significa forte. Per una donna essere subito attaccata in questo modo significava che aveva fatto pieno ingresso, prima ancora di essere divenuta primo ministro, sul palco della politica mondiale. Così indosso il suo più elegante abito da sera (rosso) e fece un discorso nel quale accoglieva in suo nome titolo. Dal quel momento in poi - e lo sarebbe rimasta – era la ‘Iron Lady’, Lady di ferro.
Dopo undici anni al potere, la Thatcher lasciò il suo potere contro la sua volontà (e senza sconfitta elettorale) nel Novembre del 1990, vittima di un colpo di mano da parte dei membri del suo partito. Dopo di che, per un po’ di tempo, la sua reputazione si eclissò parzialmente. La caduta del muro di Berlino riscattò la sua politica contro il comunismo, ma allo stesso tempo la fece sembrare obsoleta. Benché le sue politiche economiche, finanziarie e sindacali prepararono il campo al boom sul finire del XX° secolo e l’inizio del XXI° secolo, il suo stile era ormai finito.
“Benefici senza fatica” (ndt. Gain without pain), fu il tema ricorrente di politici come Bill Clinton e Tony Blair. Quando per la prima volta Blair arrivò al potere in Gran Bretagna nel 1997, il suo slogan principe era “Le cose possono solo andare meglio”. L’ottimismo fu a sua volta parte integrante del messaggio politico di Margaret Thatcher, ma con un taglio più rigorista.
Il primo ministro conservatore era convinta che i benefici fossero la ricompensa di fatica. Niente può essere fatto senza sforzo personale. Le dure verità devono essere spiegate, i draghi uccisi. La sua era la politica del “o questo, o quello”. Come ha fatto notare Peter Mandelson, il capo degli strateghi di Blair - amava ripeterlo - la loro era invece quella del “entrambi/e”.
Sin dal 2007, quando la crisi del credito iniziò a stagliarsi minacciosa all'orizzonte, stava diventando chiaro che il “entrambi/e” stava per andare a carte quarantotto come politica in tutto l'Occidente. I valori, lo stile, la leadership della Lady di ferro, d’un tratto tornarono a brillare, ancora una volta. Le persone volevano che i propri leader facessero i conti con i problemi piuttosto che trascurarli e metterli da parte. Insomma iniziarono a volere un po’ di ferro.
Sin dal 2010, mentre il problema del debito gradualmente si spostava dagli individui alle banche d'interi paesi, una delle battaglie solitarie di Margaret Thatcher – il suo tentativo sul finire degli anni ’80 di fermare l’integrazione del suo paese nella Comunità Europea (la quale poi si è appiccicata il grandioso titolo di Unione Europea), tardivamente ritrovò il rispetto.
L’euro fu costruito contro la sua volontà e introdotto dopo che ebbe lasciato la scena. Diciassette dei 27 membri dell’UE sono parte della zona euro. Oggi alcuni di essi – principalmente la Grecia – sono con il sedere a terra, e molti paesi nell'euro sono sotto minaccia di un abbassamento dei propri rating bancari.
La scorsa settimana (il saggio è stato pubblicato dal WSJ lo scorso 17 Dicembre 2011 e quindi il riferimento è al noto Consiglio europeo dell’8-9 Dicembre 2011, quello del 'gran diniego' britannico, ndt.), i leader dell’UE si sono di nuovo incontrati (a contar bene, si sono incontrati ormai per ben 17 volte) nel tentativo di salvare l’intero sistema.
Pare proprio, volendo giudicare in base alla reazione dei mercati, che abbiano fallito ancora una volta. Se ci si ferma ad ascoltare, si può quasi udire i toni ben modulati della Lady di ferro che dalla quinte dice “ve lo avevo detto”. Cosa disse la Thatchere? In sostanza, le opinioni di Margaret Thatcher quanto alla relazione tra denaro e politica sono semplici – i suoi critici direbbero riduttive.
Nel 1949, da nubile di soli 23 anni, Margaret Roberts fu scelta come candidata al parlamento dei Conservatori per la prima volta. In un'occasione di quella campagna elettorale la Lady di Ferro ebbe a dire: “Durante gli anni della guerra c’era uno slogan “Tutto dipende da me”. La gente sembra averlo dimenticato e ora pensa che tutto dipenda invece da altre persone”. “Non lasciatevi intimorire dai paroloni degli economisti e dei ministri del governo - continuò - ma pensate alla politica al vostro livello di vita domestica.”
Non si fece mai intimorire e non si è mai allontanata veramente da queste dottrine. Ebbero grande eco negli anni ’70 del secolo scorso, quando l’inflazione e l’eccessiva spesa a debito del governo era divenuta la norma. Effettivamente , vinsero le elezioni politiche del 1979. Sostenne che in una casa – e in particolare la donna che manda avanti il focolare con il proprio budget settimanale – sa che non si può spendere più di quel che guadagni e che si deve “mettere via per i giorni di pioggia”.
La stessa mitica massaia, asseriva la sig.ra Thatcher, sa anche che se non fai fronte a queste necessità, non si può essere certi che qualcun altro lo faccia per te. Vivere al di là dei propri mezzi porta alla dipendenza invece che all’indipendenza, e la dipendenza conduce al degrado. Ciò era vero per le nazioni, sosteneva la Thatcher, quanto per gli individui. Era abbastanza sofisticata da capire che le nazioni possono, e a volte devono, prendere a prestito e spendere su larga scala. Rispettò gli insegnamenti di John Maynard Keynes, ma era altrettanto sospettosa delle successive generazioni di “keynesiani” di sinistra. Ma rimase fedele alle proprie verità domestiche. Se la Gran Bretagna avesse potuto meglio allineare ciò che spendeva e prendeva a prestito con il proprio gettito, allora il paese avrebbe potuto contare sulle capacità natie della sua gente per fare il resto. Avrebbe ancora una volta assunto un atteggiamento fiero di fronte al mondo, assumendo le proprie decisioni.
Sarebbe difficile negare che Thatcher ebbe successo nel raggiungere alcuni di questi risultati. L’aliquota maggiore sulla tassazione da reddito stava al 98% nel 1979, scendendo al 40% nel 1988. Nel 1979, la Gran Bretagna perse 29,5 milioni di giorni lavorativi in scioperi. Già nel 1986, la cifra era scesa a 1,9 milioni. Quando assunse le sue funzioni, la Thatcher dovette fare i conti con industrie di Stato tra le più indebitate nel mondo occidentale. Quando lasciò il suo posto, l’idea della privatizzazione era diventata il più importante tassello di proprietà intellettuale mai esportato da un politico.
Quel che è anche vero, comunque, è che l’arcignamente prudente casalinga stava sull’orlo di un’era nella quale i cittadini erano molto più liberi di accedere al credito di quanto non lo fossero stati in passato. Si liberò del cartello di società di costruzione che aveva razionato l’offerta di credito ai compratori di case in Gran Bretagna. Più persone divennero proprietari per la prima volta, la meno fortunosa conseguenza fu che milioni di persone incominciarono a prendere a prestito pesantemente mettendo ipoteca sulla casa, fenomeno che condusse a un crack a poca distanza dall’abbandono delle sue funzioni a primo ministro.
Con la sua determinazione ad aprire i mercati al mondo – cinque mesi dopo esser arrivata al potere, abolì tutti i controlli di cambio sulle valute internazionali – la Thatcher ha lasciato un’eredità ambigua. Nel 1986, il suo “Big Bang” nella City di Londra abolì il sistema della commissione per i broker azionari, scassando il vecchio club della City. Il divieto di negoziazioni in proprio fu levato. La separazione tra le banche commerciali e le banche d’investimento cessò. Le banche estere, in particolare quelle statunitensi, si fecero avanti. Quel che tutti oggi biasimano e temono, ovvero “le banche casinò” non sarebbero state possibili senza questi cambiamenti.
Molti la accusarono di promuovere l’avidità che sul piano personale deplorava. Il navigato commentatore inglese, Peregrine Worsthorne, incapsulò questa critica alla Thatcher con vivida durezza. Lei aveva intenzione, affermava Worsthorne, di riformare il suo paese nell’immagine di suo padre (un laborioso e puritano droghiere metodista) e ha finito col creare un paese a immagine e somiglianza di suo figlio (un maneggione dichiaratosi colpevole nel 2005 in Sud Africa a fronte di accuse connesse con il sostegno finanziario a un colpo di Stato di matrice mercenaria in Guinea Equatoriale).
Sarebbe più corretto dire che l’Occidente oggi soffre di aver abbracciato il lato assolato del thatcherismo senza aver fatto proprio i suoi aspetti minatori. Tony Blair, Gordon Brown accettarono le idee che il mercato ha importanza, che gli investimenti esteri devono essere accettati, che le persone devono essere messe in condizione di arricchirsi. Lande del tutto nuove per un partito socialista. Ma ignorarono l’eterna vigilanza della Thatcher, la sua avversione per la spesa pubblica, la sua ossessione con la disciplina personale, la sua convinzione che non ci si può esimere, in ultima istanza, dal pagare i propri debiti.