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 1894  ottobre 10 calendario

La nascita delle banche miste vista da Montanelli

In Italia, dopo l’Unità, c’erano troppe banche perché quasi tutti i vecchi Stati avevano voluto conservare le loro, il che provocava un grave disordine finanziario. Non solo. Ma i loro criteri di gestione erano i meno adatti a svolgere compiti, come oggi si dice, "promozionali". Le più forti, come consistenza di fondi, erano la Cassa Depositi e Prestiti, le varie Casse di Risparmio, e le Banche Popolari. Erano queste che rastrellavano due buoni terzi del risparmio nazionale, ch’era un risparmio di piccola gente di provincia e di campagna, ignara del mondo moderno, timorosa delle novità, e attaccata alla sicurezza. Dagli amministratori dei suoi stentati peculi essa esigeva investimenti magari di modesto utile, ma di tutto riposo, come i mutui alle Province e ai Comuni per le opere pubbliche, cartelle di credito fondiario, o titoli del debito pubblico. Alle Banche ordinarie andava invece il risparmio dei ceti più intraprendenti e attivi che, avendo maggiori disponibilità, tenevano meno alla sicurezza, ma di più agli utili, e li volevano tali da compensare il rischio. Ecco perché queste Banche avevano finanziato le speculazioni, e specialmente quelle edilizie, che negli anni ottanta avevano conosciuto un vero e proprio boom. Poi,come sempre capita quando l’avventurosità perde i freni e il controllo, era sopravvenuta la crisi col suo funesto corollario di fallimenti e scandali. Quello della Banca Romana aveva travolto il primo ministero Giolitti e discreditato la classe politica più di quanto questa meritasse, mentre altri due grandi Istituti - il Credito Mobiliare e la Banca Generale - avevano addirittura dovuto ammainare bandiera.
Il risultato complessivo di questa situazione, al principio degli anni novanta, era questo: che né le Casse per il loro attaccamento alla prudenza, né le Banche ordinarie per la loro propensione alla speculazione, erano disposte ad investimenti industriali, che comportano sempre un notevole margine di rischio e non garantiscono utili che a lunga scadenza. Ecco uno dei fondamentali motivi per cui il decollo ritardava: perché gli mancava il primo insostituibile propellente: il capitale. In Italia ce n’era poco perché l’ammontare globale del risparmio nazionale non toccava i cinque miliardi. Di questo poco, la fetta più grossa era congelata dalla paura. E il resto alimentava solo il giuoco d’azzardo della speculazione.
La crisi aveva toccato l’acme nel ’94, quando appunto il Credito Mobiliare e la Generale erano sprofondati nel baratro. Al potere era Crispi, l’uomo della Triplice. Contro di lui la Francia non si contentava della rappresaglia doganale che chiudeva il suo mercato alla nostra esportazione agricola. Con abili operazioni di borsa, essa faceva anche crollare la quotazione dei nostri titoli. Per fronteggiare l’emergenza, Crispi chiese aiuto al suo grande amico Bismarck. Questi persuase alcuni riluttanti finanzieri tedeschi a intervenire. E fu così che nacquero la Banca Commerciale Italiana a Milano, e il Credito Italiano a Genova.
Sebbene l’iniezione di capitale fosse modesta una diecina di milioni -, bastò a infondere fiducia nello scoraggiato mercato italiano. Ma il vero beneficio non fu questo. Gli uomini che vennero a dirigere i nuovi istituti - Toeplitz, Joel, Goldsmith - erano dei finanzieri ebrei di grande esperienza internazionale, per i quali la Banca non doveva limitarsi ad operazioni di credito ordinario, ma farsi promotrice di una vasta mobilitazione di capitali per fornire il propellente all’industria.
Il lancio di questo tipo di Banca "mista" non fu pacifico. I depositari del liberismo ortodosso, da Pantaleoni al giovine Einaudi, lo combatterono vivacemente con due argomenti di tutto rispetto. Primo: che una Banca non poteva procedere a investimenti che non fossero approvati dai depositanti, i quali in Italia non erano affatto disposti a sfidare i rischi delle imprese industriali. Secondo: che, se lo avesse fatto alle spalle del risparmiatore, oltre a sorprenderne la buona fede, avrebbe contravvenuto al proprio impegno statutario che proibiva gl’investimenti a scadenza più lunga di quella degl’impegni contratti coi depositanti, e creato una situazione di costante pericolo. [Montanelli, 1959]