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 1882  giugno 03 calendario

• La seduta alla Camera si apre con queste parole del Presidente: «Una sciagura nazionale pesa sull’Italia! E’morto Giuseppe Garibaldi

• La seduta alla Camera si apre con queste parole del Presidente: «Una sciagura nazionale pesa sull’Italia! E’morto Giuseppe Garibaldi. Quest’uomo che, come meteora abbagliante attraversò gli ultimi quaranta anni della storia nazionale; questo solo superstite dei magnanimi che, stretti intorno al gran Re, guidarono gli Italiani alla affrancazione dalla mala Signoria; questo simbolo del patriottismo, delle virtù militari, delle popolari rivendicazioni, cessava di vivere ieri, sul cader del giorno, nell’isola di Caprera. Di lui, il cui nome si sparse, venerato e temuto, pel mondo intero; delle sue gesta meravigliose, le quali, negli anni della preparazione nazionale, suscitarono negli Italiani, divisi ed imbelli, la coscienza della propria forza, in quelli della risurrezione a questa forza diedero parvenza e gagliardia di irresistibile fato; di quel cuore generoso che ebbe una lagrima per tutte le miserie, un pensiero, un aiuto per tutti gli oppressi ben altra voce che la mia non sia per dire non indegnamente. Alla storia tanto compito! A me uno più modesto. Affermare ancora una volta la gratitudine degli Italiani tutti verso il leggendario guerriero, attestare ancora una volta, in mezzo all’universale cordoglio, intorno alla sua tomba quella stessa venerazione che circondò il nome di lui vivo, nei più splendidi momenti dell’epopea nazionale e che non si scompagnerà mai dalla sua memoria». Parla quindi l’on. Depretis e dice: «Garibaldi fu una luminosissima stella, che, coperta di gloria l’Italia, è scomparsa. Egli è stato il più potente e insieme il più disinteressato cooperatore del Gran Re. Egli onorò il nome italiano al di là dei monti, al di là dei mari. Fortuna indicibile d’Italia aver posseduto un tale uomo. Egli seppe capitanare un popolo. Il suo fascino era irresistibile, e giunto alla somma del potere, non ne usò che al maggior bene della patria sua, l’Italia». Presenta quindi un disegno di legge perchè i funerali siano fatti a spese nazionali; per una pensione di 10 mila lire alla moglie e a ciascuno dei figli e per erigere un monumento alla sua memoria, L’on. Crìspi dice: «Non dobbiamo oggi ricordare la vita e le virtù di Garibaldi; non possiamo esprimere che la disperazione dell’animo per l’irreparabile perdita che ha fatto l’Italia... Garibaldi non era un uomo, ma una potenza; quant’ei voleva ei poteva e noi lo abbiamo potuto vedere. Negli ultimi giorni che visitò Palermo l’eroe vittorioso, che i Siciliani avevano visto a cavallo ricco di energia, era in un letto di dolore; eppure tatti i cittadini si trascinavano dietro lui per vederlo, per ispirarsi in quella maschia figura. Era un culto, era una dovuta idolatria. Anche ridotto in quello stato, quell’uomo era terrore per i nemici, ed avrebbe potuto trascinare seco tutta Italia per vincere o morire. Quella potenza l’abbiamo perduta! Il cor nostro è spezzato! Nessuno più di lui fu più forte nella sua volontà». Pronunciano quindi commosse parole gli on. Finzi, Mordini, Bovio.