Comandini, 3 giugno 1877
• Al Quirinale, alle 9 ½ antim., il Presidente della Camera presenta al Re l’indirizzo votato ieri, nel quale si legge fra l’altro: «Sui campi di battaglia, nei Consigli dell’Europa, forte del diritto del popolo italiano, Voi non esitaste, o Sire, a porre a cimento la Corona e la vita a pro della grande missione animosamente assunta, valorosamente proseguita, pertinacemente compiuta
• Al Quirinale, alle 9 ½ antim., il Presidente della Camera presenta al Re l’indirizzo votato ieri, nel quale si legge fra l’altro: «Sui campi di battaglia, nei Consigli dell’Europa, forte del diritto del popolo italiano, Voi non esitaste, o Sire, a porre a cimento la Corona e la vita a pro della grande missione animosamente assunta, valorosamente proseguita, pertinacemente compiuta. E il popolo italiano, a tempo osando, attendendo a tempo, eletto Voi, prima che a Re, a moderatore e guida dei propri destini, attinse dal vostro nome e dal vostro esempio la concordia che procaccia il successo, la magnanima longanimità che lo avvalora, la impavida energia che lo difende». L’indirizzo presentato al Re dal Senato dice, fra l’altro: «Alla vostra fede, alla vostra costanza indomabile, dobbiamo, o Sire, se non ci smarrimmo nei pericoli, se sapemmo usare dei prosperi eventi. Al vostro nome si calmarono le diffidenze dell’Europa verso un popolo nuovo che chiedeva il suo posto nella vita politica moderna, dopo averlo avuto grandissimo nella storia... Ora l’Italia, ordinata e composta in sé stessa, vuole la pace che è la condizione di ogni attività proficua e d’ogni fecondo svolgimento delle sue forze; ma è pure, la mercè vostra, fatta ormai tale da poter affrontare senza sgomento le complicazioni che turbassero momentaneamente le buone relazioni dei popoli. Siano qualunque gli eventi, la nazione, per mezzo dei suoi rappresentanti, si stringe a Voi con quella fiducia che ebbe nei giorni delle dure prove, con quell’affetto col quale vi salutò nell’ora del trionfo: e rinnova oggi quel sacro patto che le valse la liberazione dal dominio straniero e l’unità del reggimento. Forti del vostro nome, del nostro diritto e della nostra concordia, noi guardiamo sicuri all’avvenire, anche in mezzo alle nubi che l’offuscano». Il Re così risponde, fra l’altro, all’indirizzo dei Senatori: «Sono vivamente grato alle vostre generose e franche parole in questo giorno in cui possiamo con sereno sguardo risalire il periodo di questi trenta anni che videro sì fortunati eventi e ci condussero all’unità della patria. E a quello dei Deputati: «Trent’anni sono passati, e questi trenta anni furono anni di eroici sacrifici, d’inconcussa fede e di gloria imperitura per l’Italia. E con ciò fu assicurata l’unità della patria nostra e Roma divenne capitale degli Italiani».