Rassegna, 10 ottobre 2012
Sì di undici Paesi Ue alla Tobin Tax
• Nell’Ecofin a Lussemburgo l’Italia ha detto sì all’introduzione della Tobin tax, che Francia e Germania hanno proposto inizialmente solo per i Paesi favorevoli (con il meccanismo della «cooperazione rafforzata»). Dopo l’adesione di Austria, Belgio, Portogallo, Grecia, Slovenia ed Estonia, il governo di Roma ha consentito di arrivare al minimo di nove Paesi (poi si sono aggiunte Spagna e Slovacchia). [Caizzi, Cds]
• Secondo le stime, la Tobin Tax raccoglierà 57 miliardi l’anno, con un’aliquota dello 0,1% sui valori azionari e obbligazionari e dello 0,01 sui derivati. Il presidente della Bce Mario Draghi ha detto al Parlamento europeo che «la crisi di fiducia dell’Eurozona è ancora presente» e che «alcuni fattori sono migliorati, ma la strada resta lunga e in salita». [Zatterin, Sta[
• Sulla Tobin Tax scrive Taino (Cds): «Ora rimangono una serie di questioni di contenuto non indifferenti da decidere tra gli 11. Innanzitutto, l’aliquota di prelievo. La Commissione europea propone lo 0,1% su azioni e obbligazioni e lo 0,01% sui prodotti derivati (che scambiano enormi volumi). Ma i ministri interessati, non tutti della stessa opinione, hanno fatto sapere che useranno la proposta di Bruxelles solo come base generale. Poi si dovrà stabilire su quali flussi applicarla. Inoltre, si tratterà di decidere a quali usi andranno le entrate: anche qui le ipotesi avanzate dai diversi Paesi non sono per ora concordi. Infine, occorrerà scegliere il sistema tecnico con il quale raccogliere l’imposta, problema non da poco. La questione più rilevante, però, nasce dall’impossibilità che si è registrata a fare blocco in tutto il continente sulla tassa proposta. Le due velocità che si verranno così a creare significano che, probabilmente, molti operatori – soprattutto quelli maggiori, più sofisticati e con più mezzi – preferiranno effettuare i loro commerci finanziari nella già fortissima Londra o ad Amsterdam, per eludere l’imposta. Dal punto di vista più politico, poi, questo è un nuovo passo nel nemmeno troppo lento processo di allargamento della Manica, cioè di sempre maggiore allontanamento della Gran Bretagna dai grandi Paesi del continente, soprattutto dell’Eurozona».