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 2012  maggio 31 Giovedì calendario


Biografia di Sergio Marchionne

• Chieti 17 giugno 1952. Dirigente d’azienda. Già amministratore delegato del gruppo Fiat (1° giugno 2004 – 12 ottobre 2014), poi Fca (12 ottobre 2014 – 21 luglio 2018), nonché presidente (13 ottobre 2014 – 21 luglio 2018) e amministratore delegato (2 maggio 2016 – 21 luglio 2018) di Ferrari. «Io non ho mai chiesto un aumento in vita mia. Non so farlo».
Vita Padre maresciallo dei Carabinieri trasferitosi in Canada dopo la pensione per cominciare una nuova vita (Concezio), madre dalmata (Maria Zuccon), tre lauree (Filosofia, Economia, Giurisprudenza) più un master in Business Administration, «è dottore commercialista (Institute of Chartered Accountants in Canada) dall’85 e procuratore legale e avvocato (nella regione dell’Ontario) dall’87. Ed è sempre in Canada che ha inizio la sua carriera professionale. Nel biennio 1983-85 ha infatti esercitato la professione di dottore commercialista, esperto nell’area fiscale, per la Deloitte & Touche; nei tre anni successivi è stato controller di gruppo e poi director dello sviluppo aziendale presso il Lawson Mardon Group di Toronto per diventare subito dopo vicepresidente esecutivo della Glenex Industries e tra il 1990 e il 1992 vicepresidente per la finanza e chief financial officier alla Auckland Limited. A seguire ha ricoperto a Toronto la carica di vicepresidente per lo sviluppo legale e aziendale, di chief financial officer e di segretario al Lawson Group, acquisito da Alusuisse Lonza nel 1994, il gruppo di Zurigo dove nel 1990 è approdato alla carica di amministratore delegato per poi diventare ad e infine presidente di Lonza Group Ltd» (Rep).
• «Quando ho iniziato l’università, in Canada, ho scelto filosofia. L’ho fatto semplicemente perché sentivo che, in quel momento, era una cosa importante per me. Poi ho continuato studiando tutt’altro e ho fatto prima il commercialista, poi l’avvocato. E ho seguito tante altre strade, passando per la finanza, prima di arrivare a occuparmi di imballaggi, poi di alluminio, di chimica, di biotecnologia, di servizi e oggi di automobili. Non so se la filosofia mi abbia reso un avvocato migliore o mi renda un amministratore delegato migliore. Ma mi ha aperto gli occhi, ha aperto la mia mente ad altro» (Alma Graduate School, Bologna, 7 aprile 2011).
• «Volevo andare alla Nunziatella a fare il carabiniere, l’ufficiale. Poi la storia ha preso un’altra piega» (a Pino Allievi).
• «Nel 2002 passa alla guida della ginevrina Sgs, colosso (36 mila dipendenti) dei sistemi di certificazione che vede fra gli azionisti di controllo la famiglia Agnelli. In Svizzera, Marchionne si costruisce una rete di relazioni che contano. Entra nel consiglio di amministrazione della Serono, il gruppo farmaceutico guidato da un altro emigrante italiano, questa volta di lusso, Ernesto Bertarelli. In Sgs c’è invece Dominique Auburtin, dal 1999 presidente della Worms, ricca provincia parigina degli Agnelli, dai quali nel 2004, all’uscita di Giuseppe Morchio, arriva la chiamata in Fiat» (Luca Piana).
• «Era il 1° giugno 2004 quando, al Centro storico Fiat di Torino, nella stesse sale che pochi giorni prima avevano fatto da contorno alle esequie di Umberto Agnelli, Marchionne, in giacca e cravatta, si presentò alla stampa insieme al nuovo vertice del gruppo Fiat: il presidente Luca di Montezemolo e il vicepresidente John Elkann, all’epoca ventottenne. Le prime parole che Marchionne, allora sconosciuto ai più, pronunciò quel giorno: “Fiat ce la farà; il concetto di squadra è la base su cui creerò la nuova organizzazione; prometto che lavorerò duro, senza polemiche e interessi politici”» (Pierluigi Bonora) [Gio 31/5/2014].
• «Tre giorni prima il cda aveva licenziato Giuseppe Morchio, l’ad che aveva chiesto alla famiglia di diventare presidente. Intorno al feretro di Umberto Agnelli (Losanna, 1º novembre 1934 – Torino, 27 maggio 2004) gli azionisti avevano rifiutato la proposta. E due giorni dopo Morchio se ne era andato: “Sentimmo solo il rumore delle pale del suo elicottero che si allontanava dal Lingotto”, ricorda Gianluigi Gabetti. Sergio Marchionne arriva alla guida della Fiat in questo clima da ultima spiaggia, con l’azienda che perde più di due milioni di euro al giorno e i conti che rimangono a galla grazie al prestito convertendo concesso da una cordata di banche nel 2002, che di lì a poco più di un anno – nel settembre 2005 – avrebbe potenzialmente consegnato le chiavi del Lingotto ai creditori» (Paolo Griseri) [Rep 31/5/2014].
• «Io pago il prezzo di tutti quelli che hanno mangiato al tavolo prima di me» (Salone dell’auto di Detroit, gennaio 2010).
• «Mi ricordo i primi 60 giorni dopo che ero arrivato qui, nel 2004: giravo tutti gli stabilimenti e poi, quando tornavo a Torino, il sabato e la domenica andavo a Mirafiori, senza nessuno, per vedere le docce, gli spogliatoi, la mensa, i cessi. Ho cambiato tutto: come faccio a chiedere un prodotto di qualità agli operai e farli vivere in uno stabilimento così degradato?» (a Ezio Mauro) [Rep 18/1/2011].
• Marchionne ripartì da tre punti cardine: la rinuncia degli Agnelli all’esercizio della put option a General Motors che fece incassare al Lingotto 1,55 miliardi; il convertendo siglato con i maggiori istituti di credito italiani; il controverso swap Ifil Exor che consentì alla dinastia torinese di mantenere il controllo della Fiat. Negli anni seguenti, complice l’ottimo andamento delle vendite sul mercato europeo e il boom delle immatricolazioni in Brasile (dove il Lingotto aveva una leadership sul mercato che tuttavia non era redditizia per le difficoltà intrinseche dell’economia brasiliana), la Fiat nella seconda parte del decennio 2000-2010 fece segnare una notevole ripresa in termini di redditività e di risultati di bilancio. «È il periodo della luna di miele di Marchionne con i sindacati italiani, che vedevano in lui una forma diversa di manager rispetto ai nomi del passato. L’intesa tuttavia non durò a lungo, in quanto il manager arrivato dal Canada si rese conto presto che l’Italia e l’America Latina non potevano sostenere a lungo i conti della casa torinese. È in quei mesi che Marchionne realizzò che il salto di qualità era necessario e non più procrastinabile. Nel dicembre 2008 il manager dichiarò che il settore si stava sempre più globalizzando e che per resistere alla competizione sarebbe stato necessario crescere di stazza, tanto più, spiegò, che solo quei gruppi che riusciranno a fabbricare 6 milioni di automobili l’anno saranno in grado di resistere nel futuro. Nessuno ne era a conoscenza, ma quelle dichiarazioni erano il segnale del colpo che il manager aveva in canna: il 20 gennaio 2009 la Fiat annunciò un accordo con l’amministrazione statunitense per entrare nel capitale di Chrysler. Era una mossa senza ritorno» (Luciano Mondellini) [MF 31/5/2014].
• Nell’aprile del 2009 Marchionne aveva cominciato lunghe e travagliate trattative per l’acquisizione di Chrysler con i sindacati e il governo americani. Si raggiunge un accordo che prevede l’acquisizione da parte del Lingotto del 20% delle azioni Chrysler, in cambio del know how e delle tecnologie torinesi. Nasce il sesto gruppo automobilistico del mondo. L’annuncio viene dato dallo stesso presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Dopo un tentativo fallito di alcuni creditori di Chrysler di bloccare, attraverso la Corte Suprema degli Stati Uniti, la trattativa tra i due gruppi, il 10 giugno 2009 Fiat acquista ufficialmente il 20% di Chrysler, diventando holding controllante di tutto il gruppo statunitense. Nel primo trimestre del 2011 Chrysler torna all’utile e a maggio 2011, a seguito del rifinanziamento del debito e del rimborso da parte di dei prestiti concessi dai governi americano e canadese, Fiat incrementa la propria partecipazione in Chrysler al 46%. A luglio 2011, con l’acquisto delle partecipazioni in Chrysler del Canada e del dipartimento del Tesoro statunitense, sale al 53,5%, al 58,5% nel 2012. Il 1° gennaio 2014 Fiat Group completa l’acquisizione di Chrysler acquisendo il rimanente 41,5% dal Fondo Veba (di proprietà del sindacato metalmeccanico Uaw) salendo al 100%, accordandosi per un esborso di 3,65 miliardi di dollari. 1,75 versati cash e i rimanenti in un maxi dividendo di cui Fiat girerà a Veba la quota relativa al proprio 58,5%.
• «L’operazione è strutturata in modo piuttosto complesso, ma di fatto Fiat diventa gradualmente proprietaria di Chrysler e si trasforma in Fca (Fiat Chrysler Automobiles), gruppo quotato a Wall Street oltre che a piazza Affari con cuore a Torino, testa a Detroit e portafoglio tra Londra e Olanda, dove i regimi fiscali sono più favorevoli. A differenza di quello europeo, il mercato americano delle quattroruote si risolleva in fretta dalla crisi del 2008. E gli effetti si fanno sentire anche sui bilanci. L’ultimo, quello del 2017, segna ricavi per 110 miliardi di euro e profitti per 3,5 miliardi. La metà dei ricavi arriva dagli Stati Uniti, dove Fca vende circa 2 milioni di vetture l’anno. Soprattutto sono macchine che costano tanto e che garantiscono margini consistenti. Il marchio Jeep, portato in dote da Chrysler, macina ricavi e profitti. Le vendite nel Vecchio Continente si fermano a 1,5 milioni di vetture, di cui circa 560 mila in Italia, con ricavi che sono però circa un terzo di quelli realizzati in Nord America. L’altro grande capitolo del bilancio è quello relativo al Sudamerica, dove Fca fattura circa 8 miliardi di euro ma dove le vendite non stanno più dando le soddisfazioni di qualche anno fa. […] Quello che fa brillare il Lingotto, insomma, sono gli Usa, che compensano risultati non esaltanti in Europa e Sudamerica. Il gruppo ha oggi un debito finanziario lordo di circa 18 miliardi, a fronte di un giro d’affari triplicato rispetto al 2004. Può inoltre contare su una liquidità di 12,6 miliardi e altri asset liquidi, che portano l’indebitamento netto a 2,4 miliardi. […] In una delle sue ultime apparizioni, lo scorso giugno, Marchionne ha posto l’obiettivo dell’azzeramento del debito già con la prossima semestrale che sarà diffusa il 27 luglio» (Mauro Del Corno) [Fat 21/7/2018].
• «Il cambiamento che Sergio Marchionne ha portato alla Fiat non è però solo nei numeri, ma nelle relazioni industriali e in quelle con la politica. La vera rottura nel campo delle relazioni industriali arriva nell’aprile del 2010, quando Fiat disdice il contratto nazionale è chiede una serie di concessioni ai sindacati come precondizione per investire a Pomigliano nella produzione della nuova Panda. La maggior parte delle sigle sindacali accetta l’accordo, mentre la Fiom è contraria. In due successivi referendum, prima a Pomigliano e poi a Mirafiori, gli operai dicono sì all’intesa. La fabbrica campana produce da fine 2012 la nuova Panda. Lo scontro con la Fiom è proseguito a lungo in fabbrica e nei tribunali, mentre le polemiche sull’accordo interconfederale sulla rappresentanza hanno portato a fine 2011 anche alla decisione di Fiat di uscire da Confindustria. Per quanto riguarda la politica, i rapporti con il Governo sono molto diversi da quelli a cui era abituata la più importante fabbrica italiana. Dopo l’acquisto di Chrysler, l’Italia rappresenta ormai solo l’8% del fatturato di Fiat spa: la nuova Fiat Chrysler Automobiles è un gruppo più americano di Ford: il Nordamerica pesa per quasi metà dei ricavi e la percentuale che sale al 70% contando anche l’America Latina. Non a caso, Torino non ha più chiesto incentivi per risollevare il mercato dell’auto – incentivi che andrebbero ormai in gran parte a vantaggio dei concorrenti» (Andrea Malan) [S24 1/6/2014].
• «Nel 2014 prende il timone anche della Ferrari, guidata da oltre 20 anni da Montezemolo. Si tratta di una svolta inattesa, non senza un durissimo braccio di ferro tra i due che si conclude con l’estromissione del top manager che aveva rilanciato il marchio portando alla vittoria il Cavallino nel campionato di Formula Uno nel 2000. È il preludio alla quotazione della Ferrari negli Stati Uniti. Ma in Borsa ci va una quota minoritaria, il 10%, della casa di Maranello, perché l’80% resta ai soci Exor, la holding degli Agnelli di cui è vicepresidente non esecutivo, e il restante 10% a Piero Ferrari, figlio di Enzo» (Fabio Savelli) [Cds 21/7/2018].
• «"L’azione Fca va depurata", ha dichiarato spesso l’ad. L’idea è quella che il titolo sia come una valigia che contiene vestiti anche pregiati ma invisibili. Chi guarda la valigia chiusa la valuta molto meno della somma dei prezzi di acquisto dei vestiti che contiene. Per estrarre valore è dunque necessario aprire la valigia ed esporre la mercanzia. Così ha fatto Marchionne in questi anni, e i risultati finanziari si vedono. Il 30 dicembre 2010, ultimo giorno di contrattazione del titolo Fca originario, la società capitalizzava circa 19 miliardi. Dal gennaio 2011 Cnh (autobus, camion, trattori, macchine movimento terra) è stata scorporata. Una scelta che venne giustificata all’epoca con la necessità di distinguere, depurando le attività automotive da quelle dei veicoli commerciali. Nella convinzione che se un’azione rappresenta attività industriali omogenee viene meglio apprezzata dalle Borse. Risponde a questa logica di "depurare" il titolo anche un altro spin-off passato un po’ inosservato, quello delle attività editoriali di Itedi (La Stampa), che, contestualmente all’ingresso nel Gruppo Gedi (Repubblica), sono state cedute da Fca a Exor, la finanziaria degli Agnelli. […] Risponde soprattutto al criterio di creare valore aprendo la valigia lo spin-off di Ferrari, che in meno di due anni ha portato il titolo a raddoppiare la capitalizzazione e ad avvicinarsi ai 100 euro di quotazione. Le azioni valevano 43 euro il 4 gennaio 2016, quando avevano fatto il debutto a piazza Affari, seguendo di qualche mese la quotazione principale a Wall Street (dove avevano debuttato a 52 dollari e ora sono a 110). […] Fca non solo non ha perso, ma ha guadagnato, rispetto al momento in cui si è divisa da Ferrari. Per ora il bilancio degli spin-off di Marchionne è largamente positivo. Dal 31 dicembre 2010 a oggi la somma delle capitalizzazioni è arrivata a 52 miliardi, 33 in più dei 19 originari. Tutto in meno di sette anni. Se tutte le attività che nel frattempo sono state separate facessero ancora parte di un unico gruppo, oggi Fca avrebbe la stessa capitalizzazione di General Motors. […] Marchionne continua a spingere sugli spin-off per liberare valore ma anche per rendere la società più appetibile in eventuali alleanze. Realizzando così nel 2017, alle condizioni più favorevoli agli Agnelli e salvando la struttura industriale, quello "spezzatino" a fini speculativi che nell’aprile del 2005 si temeva avrebbero realizzato le banche se avessero conquistato la quota di controllo del gruppo. Al termine della parabola della gestione Marchionne, gli insediamenti italiani del gruppo sono stati nella sostanza tutelati. E non era affatto scontato, visto il succedersi della crisi aziendale di Fiat dell’inizio degli anni Duemila e di quella strutturale iniziata nel 2008. Proprio il polo del lusso di Alfa e Maserati e, in genere, le produzioni premium sembrano oggi garantire un futuro agli stabilimenti di Torino, Cassino e Melfi (dove si realizzano le utilitarie premium Renegade e 500X). Il principale punto interrogativo riguarda piuttosto Pomigliano, che non può certo sopravvivere a lungo con la produzione della Panda» (Griseri) [Rep 11/9/2017].
• «La crisi abbatte i consumi e fa saltare anche il piano Fabbrica Italia, presentato da Marchionne nella primavera del 2010 per garantire la piena occupazione negli stabilimenti italiani. Solo nel 2014 il manager potrà presentare un nuovo piano, quello che ha portato a termine in questi mesi. Un piano meno preciso del precedente sui modelli da realizzare ("Ho imparato che non si possono dare certezze con tanto anticipo") e che per quanto riguarda l’Italia fa perno sulla produzione di modelli premium, ad alto margine di guadagno. In modo da poter produrre nella Penisola le auto che vanno in tutto il mondo. Così lavora a pieno ritmo la fabbrica di Melfi, dove si realizza la prima Jeep prodotta in Europa, la Renegede: "Vorrei avere molte più navi da riempire di Renegade per soddisfare le richieste del mercato americano". Ma l’operazione più importante è quella del rilancio dell’Alfa: "Ci sono capannoni nascosti nelle campagne dove gruppi di ingegneri isolati trascorrono settimane a creare le Alfa in grado di competere con la concorrenza tedesca", rivela a Ezio Mauro in un’intervista su Repubblica. Nascono così la Giulia e lo Stelvio, incaricate di inserire il Biscione nella gamma delle auto di lusso europee. Da due anni Sergio Marchionne aveva concordato con gli azionisti di Exor la sua uscita di scena. Da quando era stato chiaro, nel 2016, che non si sarebbe potuto realizzare quel grande accordo che avrebbe potuto portare Fca in un grande gruppo mondiale, addirittura a conquistare la leadership del mercato dell’auto. L’alleanza con General Motors, un ritorno dopo lo scioglimento del patto nel 2005, è saltata per l’opposizione dell’amministratrice delegata di Gm, Mary Barra, e probabilmente degli ambienti politici di Washington: "Guardavamo House of Cards per capire qualcosa degli intrighi della capitale", racconta chi gli sta vicino. L’industria dell’auto non raccoglie l’appello del manager Fca: "Siamo un settore drogato dal consumo esagerato di capitali, quando in realtà potremmo risparmiarne unendoci". Fallito il tentativo, Marchionne si impegna a raggiungere gli obiettivi del piano 2014-2018, innanzitutto la scomparsa dell’indebitamento. Forse nella speranza che con un titolo senza debiti chi verrà dopo di lui potrà realizzare la grande alleanza. In quattordici anni ha moltiplicato per otto la capitalizzazione di Fiat e delle società che dal vecchio gruppo sono state separate. Nell’autunno del 2014 è diventato presidente di Ferrari, dove avrebbe dovuto rimanere anche dopo aver lasciato Fca. Negli ultimi mesi Marchionne ha partecipato alla discussione sulla sua successione: "Per ora siamo impegnati nell’individuare chi verrà dopo di me. Sarà interno, e oggi era qui", ha detto il 1° giugno a Balocco presentando il piano industriale 2018-2022. E lui? Che cosa farà dopo la fine della sua esperienza di manager? "Farò il giornalista", ha spesso risposto scherzando. Ma non troppo» (Griseri) [Rep 21/7/2018].
• Quel giorno, a Balocco, per festeggiare l’imminente azzeramento del debito, Marchionne indossò eccezionalmente una cravatta, citando Oscar Wilde: «Una cravatta ben annodata è il primo passo serio nella vita».
• «27 giugno 2018. Sergio Marchionne è a Roma, dove ha consegnato ai carabinieri una Jeep Wrangler. Nel parco del Comando generale dell’Arma, l’amministratore delegato di Fca ha appena tenuto il suo ultimo discorso pubblico, dove ha ricordato le sue origini e i valori dei militari che ancora tiene radicati in sé: "Mio padre era un maresciallo dei carabinieri. Sono cresciuto con l’uniforme a bande rosse dell’Arma, e ritrovo sempre i valori con cui sono cresciuto e che sono stati alla base della mia educazione: la serietà, l’onestà, il senso del dovere, la disciplina, lo spirito di servizio”. Un discorso breve, un minuto appena, […] prima della consegna dell’auto. Poi però Marchionne […] si trattiene con i cronisti. Una giornalista gli chiede. “Perché non sei preoccupato per i dazi di Trump?”. L’ad di Fca risponde sorridendo: “Io mi preoccupo di tutto, anche di te”, dice accarezzandole la testa. La voce è affaticata. “Però non è la fine del mondo. È un problema, ma va gestito. Bisogna avere chiarezza delle scelte da fare. Ma tutto è gestibile”. […] Sabato 21 luglio chiuderà la sua èra come amministratore delegato di Fca dopo il consiglio di amministrazione d’urgenza convocato nel pomeriggio al Lingotto, nello storico quartier generale di via Nizza 250. Suo successore è stato nominato Mike Manley, responsabile del marchio Jeep. La versione ufficiale è che Sergio Marchionne […] ha subìto un intervento alla spalla a inizio luglio. Da allora non è trapelato più nulla sulle sue condizioni fisiche. E la sua uscita romana dello scorso giugno rimarrà la sua ultima da amministratore delegato della Fiat dopo 14 anni al comando dell’azienda. E il suo ultimo messaggio» (Arcangelo Rociola) [Agi 21/7/2018].
• Il 21 luglio 2018, in seguito all’improvvisa degenerazione delle sue condizioni di salute (le poche voci trapelate parlavano di «tumore ai polmoni» e «coma irreversibile»), un consiglio straordinario ha nominato anche i suoi successori al vertice della Ferrari: il presidente di Fca ed Exor John Elkann in qualità di presidente e il presidente di Philip Morris International Louis C. Camilleri in qualità di amministratore delegato.
• «Marchionne si è emancipato da alcuni dei peggiori vizi che oggi opprimono la crescita economica in Italia e più in generale nell’Eurozona. Il manager in pullover ha rottamato per esempio una certa inutile verbosità che caratterizza le classi dirigenti italiane. Invece di ricamare in maniera retorica attorno alla presunta “cultura industriale italiana”, ha preferito spiegare che alcune forti discontinuità col passato si sono rese necessarie dopo la crisi mondiale del 2008, ha rivendicato il superamento della concertazione perpetua tra governo, industriali e sindacati. Contratti aziendali e pace sindacale per assecondare le necessità produttive Marchionne li ha conquistati dunque nello scontro frontale con la Fiom-Cgil e grazie ai voti favorevoli dei lavoratori nei suoi stabilimenti. La partnership con Chrysler dall’altra parte dell’Oceano – oltre a garantirgli l’accesso all’enorme mercato americano, ai fondi pubblici di Barack Obama e alla tenacia dei lavoratori di Detroit – gli ha consentito di sfuggire all’attendismo burocratico-brussellese sul settore dell’auto. Non solo: insediarsi dall’altra parte dell’Oceano Atlantico gli ha permesso di lasciarsi in parte alle spalle un “calvinismo che si è sviluppato in Germania in materia di rigore finanziario” e di trovare rifugio negli “Stati Uniti che non hanno seguito questo approccio ma piuttosto hanno stampato soldi”. Questo “calvinismo oggi non ha più spazio in Europa”, ha detto con toni esortativi l’ad di Fiat-Chrysler, sposando piuttosto “l’agenda del presidente del Consiglio Renzi”» (Il Foglio) [Fog 3/6/2014].
• «Sergio Marchionne ha incassato quasi 10 milioni di euro nel 2017 come amministratore delegato di Fiat Chrysler Automobiles. L’annual report del gruppo relativo all’esercizio 2017, depositato ieri alla Sec, alza il velo sui compensi del vertice della casa automobilistica italo-americana. Nel documento emerge così che la remunerazione complessiva del manager ammonta a 9,66 milioni di euro (9,9 milioni l’anno precedente) e si compone di un compenso base di 3,5 milioni di euro e di un bonus annuale di 6,135 milioni di euro. Nel corso dell’esercizio Marchionne ha inoltre maturato il diritto a ricevere 2.795.500 azioni gratuite per i risultati conseguiti nel triennio 2014-16. Grazie ai programmi di incentivazione Marchionne ha accumulato un pacchetto di 16,41 milioni di titoli Fca, 11,86 milioni di azioni Cnh, e 1,46 milioni di azioni Ferrari, per un controvalore ai corsi attuali di oltre 570 milioni di euro» (Marigia Mangano) [S24 20/2/2018].
• «Dal 2004 a oggi Marchionne si è trasformato: via giacca e cravatta (salvo rarissime eccezioni) e divisa d’ordinanza all’insegna del nero (pullover prima con zip e poi girocollo, e pantaloni casual) con le variazioni della polo, sempre nera, a maniche lunghe o corte (anche brandizzata Ferrari) nella bella stagione. Marchionne ha così lanciato una moda, quella di presentarsi agli incontri in pullover, scimmiottata poi da altri. “È tutta questione di praticità – la spiegazione del top manager – visto che trascorro molto del mio tempo in volo”. Ma è indubbio che Marchionne, con il suo look casual (qualche anno fa si è fatto crescere anche la barba) abbia voluto distinguersi, come del resto aveva fatto una delle sue icone, Steve Jobs, patron di Apple, noto per i suoi dolcevita rigorosamente neri. Al di là del risanamento di Fiat, della scalata a Chrysler, ma anche delle delusioni vissute in questi anni, per esempio il mancato blitz su Opel, dal 2004 a oggi Marchionne ha collezionato ben nove lauree honoris causa, di cui tre in Italia e sei negli Usa. Nel 2012, la Detroit Free Press , che lo aveva appena eletto “Auto executive dell’anno”, gli dedicò questo titolo sulla prima pagina: “Il generale senza paura”» (Pierluigi Bonora) [Gio 31/5/2014].
Politica Già estimatore influente di Matteo Renzi, se ne allontanò progressivamente, fino a dichiarare, nel gennaio 2018: «Renzi mi è sempre piaciuto come persona. Quello che è successo a Renzi non lo capisco. Quel Renzi che appoggiavo non l’ho visto da un po’ di tempo».
• «È stato capace di conquistare, con la sua forza, due presidenti degli Stati Uniti, uno l’opposto dell’altro. Barack Obama per aver salvato insieme alla Fiat la Chrysler. Donald Trump per aver fatto ritornare grande, anzi più grande, un marchio, Jeep, che è la storia dell’America» (Paolo Panerai) [Mf 21/7/2018].
Amori «Morbosamente geloso della privacy, la sua biografia personale è avara di annotazioni. E la totale idiosincrasia verso qualsiasi forma di mondanità non ha aiutato ad arricchirla. Si sa del padre carabiniere, Concezio. Di una sorella morta giovane. Della famiglia in Svizzera, dove da tempo risiede nel cantone di Zug, e dove tutt’ora abitano la prima moglie Orlandina e i due figli Alessio Giacomo (studente di economia in Canada) e Jonathan Tyler, che frequenta il liceo. Della sua grande passione per la musica classica, immancabile sottofondo di quando sta in ufficio, per il poker, i fiori. Dalla fine del 2012 lo affianca una nuova compagna». La signora, 40enne, si chiama Manuela Battezzato, ed è una dipendente Fiat. Piemontese, laureata in scienze politiche, fa parte dell’ufficio comunicazione del gruppo dalla fine degli anni ’90. Dall’acquisizione di Chrysler del 2009, coordina i rapporti tra l’ufficio stampa del Lingotto e quello di Detroit» (Giovanna Predoni) [Let43 29/10/2012].
Frasi «Nel nostro paese continuiamo a ripetere che la produttività scende; guardiamo le slide e poi andiamo a cena» (nel 2014 a Trento).
• «La leadership non è anarchia. In una grande azienda chi comanda è solo. La collective guilt, la responsabilità condivisa, non esiste. Io mi sento molte volte solo» (a Dario Cresto-Dina).
• «La lingua italiana è troppo complessa e lenta: per un concetto che in inglese si spiega in due parole, in italiano ne occorrono almeno sei» (a Mario Calabresi).
• «Sono cresciuto parlando un inglese con marcatissimo accento italiano. Ci ho messo più di sei mesi a perderlo, ma sono stati sei mesi persi con le ragazze» (a Calabresi).
• «Ho grande rispetto per gli operai e ho sempre pensato che le tute blu quasi sempre scontino, senza avere responsabilità, le conseguenze degli errori compiuti dai colletti bianchi».
• «Dei miei collaboratori faccio valutazioni continue, ogni giorno do loro i voti. Oggi è otto, domani magari cinque».
Vizi «Alle 4 sono già al computer». Tabagista accanito da due pacchetti di sigarette al giorno, è passato alla sigaretta elettronica. Appassionato di musica: «Non solo la lirica, l’opera d’obbligo alle prime del Regio di Torino in abito scuro. Lui va dal Concerto di Colonia di Keith Jarrett alla Paper music di Bobby McFerrin, in gioventù anche il “poeta” Fabrizio De Andrè. Ma è anche un “devoto” della Callas, la divina Maria della Casta Diva, per ascoltare la quale ha acquistato in Cina un amplificatore stereo particolare. Ma può accadere di vederlo anche a un concerto di Paolo Conte» (Salvatore Tropea).
• Nel 2007 uscito illeso dall’incidente in cui ha distrutto una Ferrari 599 Gtb Fiorano da 220 mila euro.
• «Cucinare mi rilassa. La mia specialità è il ragù alla bolognese».
• «Non ero mai riuscito a bere vino, ho incominciato a farlo a 43 anni col Brunello che mi ha strutturalmente corrotto».
Tifo Juventino «da tempi non sospetti». «Avevo un idolo, Omar Sivori, mi faceva impazzire».