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 2012  maggio 30 Mercoledì calendario

Biografia di Licio Gelli

• Pistoia 21 aprile 1919 – Arezzo 15 dicembre 2015. Massone. Già capo (“maestro venerabile”) della P2.
• Fascista, volontario con le camicie nere in Spagna (dove gli era morto il fratello Raffaele), coordinatore del Guf di Pistoia, poi aderente alla Repubblica di Salò e in contatto con Göring, dopo la guerra, in contatto con la Cia (forse), complice nel golpe Borghese (sarebbe stato incaricato di arrestare il capo dello Stato), amico (a suo dire) di Perón, molto amico (a suo dire) di Andreotti, protagonista nell’affare Gladio, avrebbe lavorato durante gli anni Sessanta per il Sid con il nome in codice Filippo. Da direttore generale della Permaflex, alle dipendenze del commendator Pofferi, ottenne un’importante fornitura per le forze armate della Nato. Nel 1974 la magistratura lo segnalò in collegamento con gruppi eversivi neri, nel 1976 l’ispettore dell’antiterrorismo Emilio Santillo rese noto (nel suo rapporto numero 3) che Gelli aveva scritto prima delle elezioni una lettera ai fratelli di tono «decisamente antimarxista con cui si invita la Democrazia cristiana ad uscire dalla grave crisi in cui versa il Paese, attuando un vasto piano di riforme: controllo radio-televisivo, revisione della Costituzione, soppressione dell’immunità parlamentare, riforma dell’ordinamento giudiziario, revisione delle competenze delle Forze dell’Ordine, sospensione, per due anni, dell’azione dei Sindacati e il bloccaggio dei contratti di lavoro».
• Dal 1962 nella loggia Gian Domenico Romagnosi di Roma, in breve ne scalò le gerarchie. Assurto a “maestro venerabile” della loggia P2 (Propaganda 2), divenne noto a tutti gli italiani nel 1981: «Il 17 marzo 1981 i magistrati andarono a perquisire gli uffici di Gelli a Castiglion Fibocchi (provincia di Arezzo) credendo di trovare documenti relativi all’inchiesta Sindona, forse addirittura la famosa lista dei 500 esportatori clandestini di valuta. I giudici Turone e Colombo in effetti stavano indagando su Sindona e non su Gelli, anche se erano ben coscienti del potere di Gelli e avevano messo in pratica ogni accorgimento perché la perquisizione non andasse a vuoto. Ma invece della lista dei 500 trovarono la lista dei 953 iscritti alla Loggia P2, un gotha della politica, della finanza, del giornalismo, degli apparati militari. Nella lista erano rappresentate tutte le forze politiche tranne i comunisti. Non si può dire il panico che la scoperta provocò. Intanto, l’elenco dei nomi restò segreto per due mesi. I magistrati avevano mandato tutta la documentazione al presidente del Consiglio Forlani e questi s’era ben guardato dal diffonderla. Ma i giornali sapevano che la lista c’era e la copia dei documenti era alla fine giunta pure alla Commissione Sindona e i membri della Commissione cominciarono a raccontare qualcosa ai giornalisti, sicché – soprattutto sui settimanali – uscirono spezzoni di lista, che aumentarono il terrore generale. Quando finalmente il capo del governo ricevette dai giudici milanesi il nulla osta alla pubblicazione delle carte (ma anche la Commissione Sindona aveva ormai deciso di renderle pubbliche), il clamore fu enorme. Nella lista erano compresi tre ministri (Foschi, Manca e Sarti), e il segretario di un partito di governo (Longo del Psdi). Forlani non resistette allo scandalo e dovette dimettersi. La pubblicazione delle liste diede luogo a cinque inchieste e provocò conseguenze soprattutto nelle sfere militari, dove si procedette a sostituzioni e rimozioni. Tutti gli apparati, da quello dei giudici a quello interno ai partiti, misero in moto processi ai piduisti per accertare il significato della presenza nella lista (quasi tutti gli accusati si difesero dicendo che Gelli li aveva inseriti a forza, che si trovavano “in sonno” da molto tempo o che s’erano iscritti, sì, ma tanto per cedere alle istanze di qualche persona stimabile e senza saper bene quello che facevano). Nella maggior parte dei casi i processi si chiusero con delle assoluzioni. Ma certo le liste, a chi le sapeva leggere, spiegarono parecchie carriere fulminee e anche intese altrimenti inesplicabili. La pubblicazione provocò pure una valanga di smentite. Tra i personaggi noti chiamati in causa, non ve ne furono che due ad ammettere francamente di essere entrati nella loggia: il socialista Fabrizio Cicchitto e il giornalista-presentatore Maurizio Costanzo. Costanzo si confessò pubblicamente con Giampaolo Pansa, Cicchitto, ammesso lo sbaglio, sparì dalla ribalta politica (è poi riapparso a fianco di Berlusconi: vedi Fabrizio Cicchitto – ndr). Parecchi altri tuttavia, che allora non subirono conseguenze e che anzi risposero con arroganza alle accuse, sono via via tramontati nel tempo. Quello che colpiva maggiormente l’immaginazione del pubblico era che apparentemente non c’era scandalo grande o piccolo nel quale non fosse in qualche modo implicato Gelli o almeno qualche piduista. Gelli aveva manovrato drappelli consistenti di deputati, assessori e consiglieri regionali, alti burocrati e militari. Erano iscritti alla Loggia il generale Giudice e il generale Lo Prete, protagonisti dello scandalo dei petroli (duemila miliardi di lire truffati allo Stato). Nell’archivio di Gelli erano custodite certe carte segrete relative all’affare Eni-Petromin (cento miliardi di lire). Risultarono iscritti alla loggia (ma negarono con forza) sia l’ex presidente dell’Eni Giorgio Mazzanti sia il suo avversario Leonardo Di Donna. Questa, anzi, pareva una delle tattiche più raffinate del Venerabile, quella di reclutare personaggi di gruppi diversi, di non badare a inimicizie e a contrapposizioni. Nella lista c’erano Cicchitto, socialista di sinistra, ma pure Caradonna, missino. C’era Miceli e c’era Maletti. Però di tutti gli affaires in cui Gelli pareva implicato, nessuno sembrava avere lo spessore politico del caso Corriere della Sera. Risultavano iscritti alla loggia l’editore Angelo Rizzoli, il suo braccio destro Tassan Din, il direttore Franco Di Bella, alcuni eminenti giornalisti della testata e soprattutto i veri padroni del giornale, cioè Umberto Ortolani – che formalmente sedeva solo nel consiglio d’amministrazione – e Roberto Calvi, presidente dell’Ambrosiano che, mediante la sua finanziaria Centrale, aveva comprato il 40 per cento della Rizzoli. Come si capì abbastanza presto, il trio Gelli-Calvi-Ortolani aveva approfittato delle difficoltà economiche del giornale per foraggiarlo e, di fatto, occuparlo. Rizzoli, Tassan Din e gli altri parevano soprattutto ostaggi nelle mani della Loggia. E al progetto di strangolamento progressivo del Corriere – di cui erano del tutto ignari i giornalisti della testata – non era estranea la classe politica. Il terremoto di via Solferino ebbe conseguenze importanti. Di Bella dovette lasciare la carica di direttore e fu sostituito da Alberto Cavallari, alcune importanti firme del giornale trasmigrarono. Intanto si accendeva una lotta per la proprietà che si farà serrata l’anno successivo, dopo il suicidio di Calvi (in realtà un omicidio mascherato da suicidio – ndr) e lo scioglimento del Banco Ambrosiano» (Giorgio Dell’Arti). Tra gli iscritti alla Loggia anche Silvio Berlusconi. Arrestato a Ginevra il 13 settembre 1982, il 10 agosto 1983 Gelli evase dal carcere di Champ Dollon. Si costituì poi, sempre a Ginevra, il 21 settembre del 1987. Concessa l’estradizione, rientrò in Italia il 17 febbraio 1988. Detenuto a Parma, l’11 aprile dello stesso anno ottenne la libertà provvisoria per motivi di salute. Nel 1994 la Corte di Assise di Roma decretò che la P2 «non fu una struttura che cospirò contro lo Stato» condannandolo comunque a 17 anni di reclusione – di cui cinque condonati – per millantato credito, calunnia e procacciamento di documenti contenenti notizie riservate. Di nuovo latitante dal 6 maggio 1998, quando avrebbe dovuto tornare in cella per scontare la sentenza divenuta definitiva del crack Ambrosiano, fu arrestato a Cannes il successivo 10 settembre. Il 16 ottobre rientrò in Italia per scontare 5 anni.
• L’ex gran maestro Armando Corona, nominato nel 1982 con il compito di ripulire la massoneria dai piduisti, ha dato, in un’intervista a Mario Sechi, una lettura riduttiva del fenomeno Gelli: «“La P2 in realtà era una bolla di sapone, c’erano un sacco di iscritti che non sapevano neppure di cosa si trattasse. Tanta gente era ignorante di cose massoniche, pure qualche giornalista. E moltissimi erano in buona fede. La Loggia – e poi macché Loggia! – non si riuniva neppure, pensi un po’”. Però lei fu chiamato al Grande Oriente per fare pulizia. E Gelli non era isolato. “Certo che no. Ma allora dobbiamo cominciare a dire come è nata la P2. Il guaio è che in quel periodo era Gran Maestro il professor Lino Salvini, che era un medico, socialista di sinistra”. Il guaio? “Sì, proprio da qui è nato tutto il guaio. Perché gli americani si sono subito chiesti: un Gran Maestro di sinistra? Allora vuol dire che la massoneria appoggerà la sinistra e se scoppia la guerra appoggeranno anche l’altro blocco. Questa si vede benissimo che è una stupidaggine, ma gli americani allora ragionavano così. E, mi creda, questa è la verità”. E Gelli cosa c’entra nel ragionamento degli americani? “Vista la carta d’identità di Salvini, gli americani chiesero di poter costituire in Italia una massoneria di destra. Pensavano di metterla in contrapposizione a quella che loro pensavano fosse di sinistra”. La politica dei due blocchi perfino nella massoneria. Però ancora non c’è traccia del burattinaio Gelli. “Ora ci arriviamo. Succede una cosa semplicissima: nello studio di un grande avvocato gli americani chiesero di cercare una persona per mettere in piedi questa loggia. E chi c’era da questo avvocato? Licio Gelli, che portava le pratiche in ospedale per conto di questo studio. E siccome Gelli era uno svelto, alla fine incaricarono proprio lui. Gelli, che non era stupido, preso subito l’incarico, si insediò e cominciò a raccogliere persone che volevano iscriversi in una massoneria di destra. Il problema è che raccoglieva solo marcantoni scemi oppure ingenui che pensavano così di difendere la patria”. Non sarà stata tutta un’operetta? “Gelli cominciò a crescere. Il numero di persone iscritte saliva. C’erano molti militari e ammiragli. Molte cose furono facilitate dal fatto che quasi tutta la flotta di Napoli si era iscritta alla loggia”. E i soldi per mantenere la baracca? “Loro avevano necessità di finanziamenti e gli americani cominciarono anche a dargli dei soldi. Si dice anche che fossero non pochi. Tanto è vero che quando la P2 si liberò da questa scemenza americana, allora chiesero a Licio Gelli di restituire un po’ di soldi che non aveva investito”».
• Alla fine del 2007 i giudici Gherardo Colombo e Giuliano Turone vincono la causa per calunnia intentata contro Licio Gelli. Vengono risarciti con i lingotti d’oro trovati nascosti nelle fioriere di Villa Wanda (residenza di Gelli). Si tratta di 164 chili di lingotti, ognuno dal peso aprossimativo di un chilo e 300 grammi (alcuni con la scritta «lingotti della felicità» e l’incisione di una figura di donna). Saranno donati alle Nonne argentine di Plaza de Majo e all’associazione Familiari delle vittime della stazione di Bologna (sia nella dittatura argentina che nella strage di Bologna la P2 ebbe un parziale coinvolgimento).
• «Ho una vecchiaia serena. Tutte le mattine parlo con le voci della mia coscienza, ed è un dialogo che mi quieta. Guardo il Paese, leggo i giornali e penso: ecco qua che tutto si realizza poco a poco, pezzo a pezzo. Forse sì, dovrei avere i diritti d’autore. La giustizia, la tv, l’ordine pubblico. Ho scritto tutto trent’anni fa».
• Viveva alle porte di Arezzo nella sua dimora storica, villa Wanda, sequestrata il 10 ottobre 2013 dalla Guardia di finanza, per una frode fiscale di 17 milioni di euro.
• «Quel che rende Licio Gelli ancora spaventosamente potente è la memoria. Lo si capisce dopo la prima mezz’ora di conversazione, atterrisce dopo due. Il Venerabile maestro della Loggia Propaganda 2 è in grado di ricordare l’indirizzo completo di numero civico della prima casa romana di Giorgio Almirante, l’abito che indossava la sua prima moglie quel giorno che gli fece visita a Natale, i nomi dei tre figli di Attilio Piccioni e da lì ricostruire nel dettaglio il caso Montesi che vide coinvolto uno dei tre, ricorda il numero di conto corrente su cui fece quel certo bonifico un giorno di sessant’anni fa, la targa della camionetta di quando era ufficiale di collegamento col comando nazista, quante volte esattamente ha incontrato Silvio Berlusconi e in che anni in che mesi in che giorni, come si chiamava il segretario di Giovanni Leone a cui consegnò la cartella coi 58 punti del piano R, che macchina guidava, se a Roma c’era il sole quella mattina e chi incontrò prima di arrivare a destinazione, che cosa gli disse, cosa quello rispose» (Concita De Gregorio).
• Appassionato di poesie, «oggi Gelli dispensa memorie abbastanza addomesticate, scrive poesie e ha appena fondato una Lega per la difesa del crocifisso, pure disegnandone di suo pugno il simbolo» (Filippo Ceccarelli) [Rep 31/1/2013]. Un suo volume di versi era stato mandato a Stoccolma ed era stato preso in considerazione per il Nobel.
• Aveva il vezzo dei travestimenti. Luigi Bisignani ne L’uomo che sussurra ai potenti (Chiarelettere, 2013): «Le ultime volte che mi chiamò all’Ansa mi disse: “Per sfuggire alla polizia che mi sta braccando giro travestito con una divisa da generale sudamericano”».
• Il materassaio, Belfagor, alcuni dei suoi soprannomi (Gianluca Paolucci) [Sta 16/12/2015].
• Sposato in seconde nozze con Gabriela Vasile (la prima moglie, Wanda Vannacci, era morta il 14 giugno 1993). Quattro figli: Maria Grazia, scomparsa in un incidente d’auto, Raffaello, fino al 2001 membro della Commissione permanente per i diritti umani dell’Onu, indagato per contrabbando di sigarette con la Serbia e nel 2011 condannato a due anni (condonati) per bancarotta fraudolenta, Maurizio, arrestato nel 1999 dalla magistratura austriaca per riciclaggio, e Maria Rosa.