Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2012  maggio 28 Lunedì calendario


Biografia di Tinto Brass

(Giovanni) Milano 26 marzo 1933. Regista. «Sono un Ass Man. D’altronde era già tutto scritto nel mio cognome».
• Veneziano adottivo, laureato in Giurisprudenza, vanta un passato da cinefilo stretto. Prima di passare al filone sexy, fu aiuto regista di Roberto Rossellini e del celebre documentarista Joris Ivens. Debutto con Chi lavora è perduto (1963), film anarchico lagunare riproposto da Nanni Moretti al Festival di Torino 2007 («Quando mi ha telefonato gli ho chiesto: sei Moretti o Fiorello?»), diresse la coppia Alberto Sordi-Monica Vitti nel Disco volante (1964) e lavorò con Dino De Laurentiis per commedie come La mia signora (1964) con la coppia Silvana Mangano-Sordi. Fu anche regista di fiducia della coppia Redgrave-Franco Nero, in Dropout (1970) e La vacanza (1971). Primo film scandalo Salon Kitty (1975) che lanciò il filone nazi-erotico. Seguì La chiave (1983), ispirato al libro di Tanizaki, con Stefania Sandrelli in un ruolo sexy che fino a quel momento nessuno aveva pensato di offrirle (su questo vedi anche BRANCIAROLI Franco). Portò al successo Serena Grandi in Miranda (1985, ispirato alla Locandiera di Carlo Goldoni), Francesca Dellera in Capriccio (1987), Deborah Caprioglio in Paprika (1991), Claudia Koll in Così fan tutte (1992) ecc. «La mia tesi: il cinema per metà è nato in salotto ma per l’altra metà in una casa di tolleranza».

• Tra i progetti: i due cortometraggi Eja Eja Alalà, sull’ultima notte di lussuria di Gabriele D’Annunzio prima di partire per l’impresa di Fiume, e Coiffeur pour dames, su un acconciatore di peli pubici femminili; Chi ha ucciso Caligola? («ma in molti l’hanno già ribattezzato Chiavatar»), primo film erotico in 3D; Vertigini, storia di un settantenne che chiede alla nuora di aiutarlo a morire; A sangue caldo, film giallo su un fatto di cronaca degli anni ’70; Ziva. L’isola che non c’è, storia di una guardiana del faro che durante la guerra, su un’isola dalmata, convince i soldati di nazioni diverse a disertare.
• «Lavorando al casellario della Mostra di Venezia, avevo conosciuto una collaboratrice di Henry Langlois, il fondatore della cineteca. Sono andato a trovarla nel 1957. Mi hanno preso per uno stage e ci sono rimasto tre anni. Mi occupavo anche delle proiezioni nelle scuole, vedevo fino a sei film al giorno. Quando è arrivato Roberto Rossellini ho collaborato al montaggio del suo documentario sull’India. Un periodo favoloso, si respirava l’amore per il cinema e ho scoperto la passione per il montaggio. Nel 1960 sono tornato in Italia come aiuto di Rossellini per Il generale Della Rovere. Mi piaceva, ma mi mancava il contatto fisico con la pellicola. Ho cominciato a fare il regista proprio per avere il materiale da montare in moviola. Io lavoro in moviola ancora oggi, ignoro l’Avid, il montaggio elettronico».

• Il passaggio al filone erotico dopo l’iniziale produzione engagé nasce da «una forte delusione politica dopo il mio primo film, Ça ira. Ero condizionato da Albert Camus, sognavo la nascita dell’uomo nuovo. Ma ho capito che le rivoluzioni sfociano solo in grandi bagni di sangue, con la sostituzione di un potere a un altro potere. Le ho rinnegate tutte. A eccezione della rivoluzione sessuale» (Stefano Lorenzetto) [First 5/2009].

• Con Nerosubianco (1967) ebbe un certo successo: «Ero anche stato invitato a Hollywood dalla Paramount. Volevano fare un film con me. Mi avevano proposto un libro da leggere. Io però avevo in mente di fare L’urlo, un soggetto di due paginette che cominciava così: "La storia si è messa a correre, il cinema non può continuare a camminare". Letto il libro, gli ho detto grazie è bellissimo, ma prima voglio fare il mio film. E così è stato. Vuol sapere il titolo del libro? A clockwork orange (Arancia meccanica). Il film poi se lo è fatto Stanley Kubrick» (Alberto Dentice) [L’Espresso 3/9/2009].

• «Il suo Caligola, poi editato come Io Caligola, gran cast con Peter O’Toole e Helen Mirren, è tra le più censurate opere della storia del cinema. La versione presentata a Cannes, quattro ore di durata, è ormai introvabile. In America, dove venne proiettata la più vicina all’originale, si perse per strada un’ora e mezzo di film» (Malcom Pagani) [il Fatto Quotidiano 19/11/2012]. «Se non posso montare il film, come è accaduto con Caligola per i contrasti con i produttori, non lo firmo neanche come regista. Non ero infatti il regista di Caligola, perché a seguito della mia estromissione da montaggio e sonorizzazione, ho disconosciuto la paternità del film come edito dalla produzione» [Tinto Brass e Caterina Varzi, Ma io vedo più in là, Tea 2012]. Helen Mirren su Caligola: «Un film davvero singolare, a dirigerlo era Tinto Brass ma mi pareva di essere dentro un’opera di Fellini. (…) Caligola era stato prodotto da Bob Guccione che non badò a mezzi per realizzare quello che a suo parere sarebbe dovuto essere il capolavoro del porno soft. Così scritturò Gore Vidal per scrivere il copione e nel cast si ritrovarono attori inglesi come John Gielgud, Malcom McDowell e Peter O’Toole strafatto di spinelli. Ricordo una cena dove Guccione gongolava: mi sono accaparrato il miglior regista del genere e i migliori attori inglesi. E Brass, già ai ferri corti con lui, mi sussurrò all’orecchio: tutto per fare il film peggiore» (Giuseppina Manin) [Cds 1/9/2013].

• «Il mio caso è strano. È come se il Cantico del culo avesse cancellato tutto il resto. Il cinema serio, la sperimentazione, la cultura, i miei inizi» (Alessandro Ferrucci e Malcom Pagani) [il Fatto Quotidiano 31/1/2013]. «Nel mio cinema non c’è una frattura tra un primo periodo serio, impegnato e militante, e un secondo frivolo, leggero e superficiale. È sempre stata la ricerca di linguaggio ad appassionarmi. Perciò, a prescindere dalle suddivisioni cronologiche da parte della critica, nei miei film è il piano del significante che merita attenzione» (Brass-Varzi) [cit.]. «Ho 40 copioni che non mi hanno mai fatto girare: Odessa, i Borgia, un film su Gabriele D’Annunzio e la presa di Fiume... I produttori sono sempre stati bravi a sfruttare le mie ossessioni, a farmi girare ciò che era più conveniente per loro» (Raffaele Panizza) [Panorama 22/8/2013].

• «Ho avuto più problemi io con la censura che Niki Lauda con le curve della Formula Uno. Fin dal primo film, del ’63, In capo al mondo. Incappo in un magistrato severo. (…) Visiona il film e poi mi dice: “Lo rifaccia, Brass, lo rifaccia”. Aveva trovato il film contrario alla Costituzione, alla religione, alla morale, alla famiglia e non ricordo più a cos’altro… E lei? L’ho lasciato uguale, tale e quale. E l’ho ripresentato con un altro titolo. E il film è passato. Perché la censura non solo è bigotta, ma anche stupida» (Cesare Lanza) [Sette 28/3/2002].
• «Non mi invitano ai festival? Pazienza, avere dieci film alla Cinémathèque Française è come avere un festival tutto per me, è come per un pittore esporre al Louvre».
• «Per i francesi è un’antica tradizione quella di celebrare personaggi ignorati nel loro paese, da Rossellini in poi lo hanno sempre fatto. Anzi, sono più bravi nel celebrare che nel fare. Ed è vero che in Francia il sesso è considerato un grande spettacolo e mi riconoscono qualità di autore».

• «Da ex pittore, Brass è un perfezionista maniaco dell’immagine. (…) Un regista vecchio stampo che mostra alle attrici come si fa. (…) Brass è ossessionato dalla simmetria. Al comando della sua macchina da presa ha l’imponenza di un Horatio Nelson» (Giancarlo Dotto) [La Stampa 24/12/2008]. «I film li scrivo, li preparo, li giro stando dietro la macchina e li monto. Sono protagonista in ogni fase di lavorazione. (…) Il montaggio imprime alla pellicola il mio stile personalissimo, è un momento fondamentale per la realizzazione del film. In questa fase le mie intenzioni, grazie al gioco dei dosaggi espressivi, acquistano la loro univoca chiave di interpretazione» (Brass-Varzi) [cit.].

• Una volta, alla ricerca di «un vecchietto arzillo» per L’uomo che guarda, contattò Gianni Agnelli, «che dalle foto sembrava dotato», per scritturarlo. «La segretaria era molto divertita: “L’Avvocato la ringrazia, ma è troppo impegnato”» (Lorenzetto) [cit.].

• «Ne La chiave avrei voluto Sofia Loren. Carlo Ponti sbottò: “Hai per caso lo sperma nel cervello?”» (Ferrucci-Pagani) [cit.].
• Su Stefania Sandrelli: «“Le voglio bene. È stata l’unica a non rinnegarmi. L’avrei voluta dirigere ancora.”
Invece? “La chiave, un trionfo, l’aveva resa irraggiungibile. Per il film le avevo corrisposto 16 milioni. La volta successiva me ne chiese 600. La mandai affettuosamente a cagare”» (ibidem).

• «Sul set sono severo. In Io Caligola, dopo mesi di accordi alla lettera, Maria Schneider tentò di fregarmi. Pretendeva di indossare una tunica cucita fino ai piedi. Grido come un pazzo: “Stop, stop, stop”. La caccio. Mi fece causa denunciandomi ad Amnesty International per violazione dei diritti umani» (ibidem).
• «Oggi la creatività, in tutti i sensi, viene dalle donne, personalmente non leggo più libri scritti da uomini. Nel campo dell’erotismo le donne possono scatenarsi finalmente in cose fino a poco fa a loro proibite. E poi le donne sono più porche degli uomini. Però mi fa ridere la mania di parlare di sesso estremo e lanciare i film con slogan sul “sesso vero”. Che importanza ha? Come se si lanciassero i western dicendo che le pistole sparano sul serio e ci sono veri morti. È solo promozione, il tentativo di uscire da un mercato di nicchia».
• «Detesto quando l’eros è combinato a thanatos, vedi il cinema di Kubrick. Macabro, colpevolizzante. Non è più proibito mangiare la mela, la mela è marcia. E quando sento parlare di sublimazione, farei come Goebbels, metterei la mano alla pistola».
• «La pornografia può dare ad un uomo un’erezione e a una donna una lubrificazione, ma tutto finisce lì. Un film erotico ti dà un’emozione che ciascuno elabora, qualcosa che rimane. Per questo è più pericolosa, e non a caso la censura è molto più rigida con l’erotismo che con la pornografia. E purtroppo la televisione, con la sua spinta al consumo immediato, diseduca la gente alle emozioni». «La pornografia è onesta. (…) Davanti all’eros annacquato difendo la pornografia conturbante. (…) Picasso diceva che l’arte non è mai casta e quando è casta vuol dire che non è arte. L’origine del mondo di Courbet è un quadro pornografico di grande valore artistico» (Michela Proietti) [Cds 15/1/2009]. «L’erotismo sta alla pornografia come la fellatio sta al pompino. Una questione semantica, di linguaggio, non di lingua. Due modi diversi, uno mediato e uno esplicito, per raccontare la stessa cosa» (Lorenzetto) [cit.].
• «Io non sono ossessionato dal sedere, ma da come lo riprendo col cinema, della cui mediazione ho un bisogno erotico. L’hanno capito i critici francesi che sono il più erotomane dei cineasti e il più cineasta degli erotomani».
• «Ha scritto un giornalista russo: “Brass sta al cinema come Boccaccio alla letteratura”» (Claudio Lazzaro). «In America Andy Warhol ha detto: il peggior regista al mondo è Tinto Brass, il miglior regista al mondo è Tinto Brass!» (Lanza) [cit.]. «Sa cosa è successo ieri a Roma? Alcuni ragazzini mi salutano e uno, evidentemente appassionato di cinema, mi grida: A Tintooo, sei grande, a te Salvatores ti fa una pippa!» (ibidem).

   • «Papà era il Vice Podestà di Venezia. Figlio di un’ebrea geniale, vigilava su una famiglia fascista, ma relativamente libertaria» (Ferrucci-Pagani) [cit.]. «Da bambino trascorrevo molto tempo a disegnare, un giorno mio nonno disse: “Abbiamo un piccolo Tintoretto in casa”. Da Tintoretto si passò a Tinto, e questo soprannome non mi ha mai abbandonato» (Brass-Varzi) [cit.].

• «I primi amori ancillari li ho avuti ad Asolo, dov’eravamo sfollati per la guerra. Avevo 12 anni. Non mi ricordo se era il culo della Emilietta o di un’altra delle tre donne di servizio, tutte bellissime. Le infilavo una mano nelle mutande mentre mi puliva le scarpe. “Ma no, signorino, cosa fa?”. Tasi, tasi, continua a lustrare» (Lorenzetto) [cit.].

• «Mio padre (…) a 14 anni m’ha fatto rinchiudere nel manicomio di San Clemente a Venezia, non ricordo più per quanto tempo, per via di una personalità che giudicava poco equilibrata» (Panizza) [cit.].
• «A 16 anni ho scoperto le prostitute. A Venezia c’erano 33 cinema e 33 casini. Passavo regolarmente dal buio della sala all’antro scuro della puttana. (…) Poi a Padova hanno cominciato a chiudere i casini, così mi sono trasferito all’Università di Ferrara, dove invece resistevano» (Lorenzetto) [cit.]. Da ragazzo si procurava i soldi per il bordello rivendendo di nascosto i libri del padre: «Un giorno [mio padre] entra dal rigattiere, ne apre uno e trova la sua sigla. “La prossima volta chiedimeli”, così disse» (Ferrucci-Pagani) [cit.].

• «Tra me e mio padre i rapporti furono alterni. I miei mi cacciarono di casa. Cambiarono le serrature. Mi consideravano un irrecuperabile. Litigammo: “Spero di non vedere più la tua faccia da stronzo”. Per anni papà è stato un estraneo. Sono andato a trovarlo prima che morisse. Sapevo di dovergli dire qualcosa di importante, ma non lo feci. Se ne andò poco dopo. L’ultimo pianto della mia vita» (ibidem). «Mia madre invece era una donna succube che non mi ha mai capito e mi considerava un irrealizzato: non sono neppure andato al suo funerale» (Panizza) [cit.]. «Non credo nella liturgia del rapporto di sangue. Ci si piace, ci si detesta, non ci si sceglie, soprattutto» (Ferrucci-Pagani) [cit.].
• «Il rifiuto dei suoi genitori l’ha fatta soffrire? “Neanche per sogno. La notte stessa della cacciata di casa ho scritto una lettera a Luis Buñuel per dirgli che sognavo di andare a Parigi e di fare il regista. Ovviamente non m’ha mai risposto”» (Panizza) [cit.].

• Matrimonio con Carla Cipriani (3 marzo 1930 – 9 agosto 2006) durato mezzo secolo, fino alla morte di lei. «La chiamavo Tinta. Era la mia anima gemella, il motore del mio lavoro, il parafulmine della mia esistenza, mi proteggeva da tanti casini, era il crogiolo delle mie certezze, il cancellino dei miei dubbi, il fiammifero della mia lussuria. Per 50 anni mi sono addormentato felice, con le mani nelle sue chiappe. Sogni d’oro e potenti erezioni. Mai avuto bisogno di Viagra con lei. Un culo da vertigine». L’aveva conosciuta all’Harry’s Bar di Venezia, proprietà del padre di lei: «Lei stava al banco della locanda. Aveva le occhiaie disegnate con due graffi neri, oci sboróni come diciamo a Venezia. M’invitò al cinema San Marco. Proiettavano Monsieur Verdoux di Charlie Chaplin. Prese i biglietti di galleria, per pomiciare. Ma io, tutto preso dal film, me gò desmentegà. Ci siamo rifatti col secondo spettacolo» (Lorenzetto) [cit.]. «Molti dei miei personaggi femminili li ho modellati proprio pensando a mia moglie, donna assolutamente libera e scopatrice intrepida. Da ragazzi, a Venezia, l’andavo a prendere in barca all’Harry’s Bar e poi vogavo alla vallesana fino alle secche di San Giorgio. Lì facevamo sesso e poi la riportavo al lavoro. Per tutto il tragitto lei sollevava la gonnellina al vento, per farmi eccitare. Aveva un’immaginazione fervida, la Tinta. (…) Quando scrivevo una scena erotica e gliela facevo leggere a lei pareva sempre troppo casta. E aggiungeva particolari. (…) Sono stati cinquant’anni bellissimi. Insieme provavamo le scene di sesso da far realizzare agli attori sul set, in modo che al momento cruciale non facessero storie» (Panizza) [cit.]. «Sua moglie non era gelosa quando copulava con le attrici? “No, l’unica cosa che mi diceva quando rincasavo era: ‘Ti sei lavato le mani?’. Era gelosa del sentimento. Non avrebbe tollerato che passassi dieci sere con la stessa donna. Ma a dieci sere con dieci donne diverse non faceva caso» (Lorenzetto) [cit.]. «C’era grande complicità fra noi, ma una lealtà di fondo. È stata l’unica storia vera della mia vita. Con lei ho fatto l’amore per 50 anni, l’ultima volta dieci giorni prima che morisse, quand’era già consumata dal tumore. Con le altre c’è stato solo sesso» (ibidem). «Lei e sua moglie vi dicevate “Ti amo”? “No, non ce lo siamo mai detto. L’amore era il vivere stesso, onorato con così grande entusiasmo”» (Panizza) [cit.].

• Nel settembre 2009, dopo un esilio durato quarantadue anni, la 66a Mostra del Cinema di Venezia, sotto la direzione di Marco Müller, gli dedicò una retrospettiva accompagnata dalla proiezione del suo ultimo cortometraggio, Hotel Courbet. «Un’idea intelligente: un confronto tra il mio cinema di tanti anni fa e quello di adesso. Due ore a disposizione. Proiettano fra l’altro due corti del 1964 commissionati da Umberto Eco per la Triennale di Milano: Tempo libero e Tempo lavorativo. E realizzati in realtà con gli scarti di montaggio di Ça ira, il mio documentario più violento e politico. Poi Nerosubianco, il film del 1967, che mi ha fatto bandire dal festival» (Dentice) [cit.]. «Non rinnego nulla, me ne frego del passato, guardo al futuro. Mi dispiace solo che non ci sia mia moglie Tinta a godersi questo, come dire, sdoganamento. Siccome io rimango sempre lo stesso, vuol dire che sono gli altri ad aver cambiato idea, ma non voglio fare polemiche. Diciamo che ci siamo rivalutati insieme e che sono contento» (Stenio Solinas) [Il Giornale 11/9/2009]. Protagonista di Hotel Courbet la debuttante Caterina Varzi, ex avvocato e psicanalista junghiana, che Brass definisce la sua «musa ermeneutica». «L’incontro con Brass avviene nel ruolo di avvocato (“Seguivo una trattativa per una società di produzione”) che poi diventa quello di consulente per la sceneggiatura (“Ma intendiamoci: è del tutto originale e l’ha scritta lui. Io mi sono limitata a consigliarlo sugli aspetti psicologici”), poi di musa ispiratrice com’era la scomparsa moglie del maestro, Carla Cipriani, alias la “Tinta” (“Sì, credo di aver preso il suo posto ma, sia chiaro, solo dal punto di vista professionale”) e infine quello di attrice» (Alberto Mattioli).

• Il 18 aprile 2010, mentre si trovava in un albergo di Marostica (Vicenza), cadde improvvisamente in bagno, per via di un’emorragia cerebrale. A soccorrerlo, condurlo in ospedale e assisterlo durante e dopo il ricovero Caterina Varzi. «“Sono rimasto dieci giorni senza conoscenza. Quando aprivo gli occhi vedevo Caterina e le dicevo: che bel viso. (…) Non avevo paura, mi rendevo conto della situazione ma l’apparizione di Caterina mi rasserenava, ero pronto a tutto”. Dopo però “iniziò la vera fase critica, per me. Fui trasferito al reparto di riabilitazione ed ho assunto consapevolezza. Ero immobile quando fino a pochi giorni prima facevo una vita intensa. Mi chiesi se valeva la pena di vivere o di morire. Una notte pensai al suicidio, con serenità. La mattina dopo, di nuovo vedendo Caterina, ho però reagito”. “Non sapevo come dargli forza. Arrivai con un grande giradischi, comprato a Vicenza, con un disco di Boris Vian, Le déserteur. Su queste note, lui che aveva difficoltà a parlare, iniziò a cantare in francese, ha voluto ascoltare il disco 5-6 volte di seguito e cantava, cantava e si illuminava. Da lì piano piano ha trovato la forza di reagire”, racconta la Varzi» (Alessandro Zangrando) [Cds 30/8/2010]. «Caterina è una di quelle donne che incontri quando la vita vuole farti un regalo. Sono prigioniero di un sorriso che dice e non dice, dell’espressività del suo volto bellissimo. Averla intorno sta riempiendo di calore il mio tempo. E in un mondo dove le relazioni personali seguono lo schema dei prodotti di consumo, l’amore oggi è la vera trasgressione» (Guido Andruetto) [la Repubblica 10/11/2012]. «Il mio sogno, adesso, è sposare Caterina Varzi. Lo chiedo formalmente davanti al Paese» (Panizza) [cit.].

• Nel 2012 ha dato alle stampe Ma io vedo più in là. Autobiografia dello sguardo più eretico del cinema italiano (Tea editore), ricco volume autobiografico scritto insieme a Caterina Varzi.

• Nell’agosto 2013 alla 70a Mostra del Cinema di Venezia è stato proiettato il film IsTintoBrAss, documentario sulla vita e la carriera del regista firmato da Massimiliano Zanin, suo co-sceneggiatore da oltre dieci anni, e contenente numerosissimi interventi di attori, collaboratori e personaggi che hanno conosciuto Brass da vicino (tra gli altri: Helen Mirren, Gore Vidal, Gigi Proietti, Franco Nero, Adriana Asti).

   • Nel 2007 ha pubblicato L’elogio del culo (Pironti): «Sul piano etico il culo è più onesto della faccia, non inganna, non è maschera ipocrita. Il mio libro comincia con un sillogismo aristotelico. Tesi, il culo è lo specchio dell’anima, antitesi ognuno è il culo che ha, sintesi, mostrami il culo e ti dirò chi sei».

• «Io sono per il lato B. Nel gioco della torre, dovendo scegliere, butto giù le tette: c’è un retaggio di allattamento, sesso riproduttivo, contro il sesso ricreativo, solo per divertimento, del lato B. (…) Seni grandi certo sono guanciali morbidi, ma io consiglio le natiche, che conciliano sogni d’oro e splendide erezioni» (Stefania Berbenni) [Panorama 5/2/2009]. «Il culo è un invito alla gioia, al tradimento. Invece la figa è una trappola, come scrive Salvador Dalì nella sua autobiografia. Il culo è un anticoncezionale naturale, meglio del metodo Ogino-Knaus» (Lorenzetto) [cit.].

• «Il bel culo lo fa il regista. Prendi la Claudia Koll. Un bruttissimo culo che, solo grazie a me, diventava sublime. Un posteriore con un’ombra di malinconia, in cui era tutto scritto il destino mistico» (Giancarlo Dotto) [La Stampa 24/12/2008].

• «Non basta un bel culo per fare carriera, se non c’è una mano che te lo spinge avanti».

• «Mi sono proposto come culologo alla televisione, invece della mano avrei letto i culi. Hanno rifiutato. Eppure stiamo parlando della sintesi conica del linguaggio del desiderio. I bei culi sono ipnotici. Una volta ne ho seguito uno da Milano fino a Mosca».
• «Una volta a Napoli, in una manifestazione a favore della riapertura dei bordelli, Elvira Banotti mi rovesciò in testa un cesto di ghiande. È il cibo dei maiali... Mi piacciono i maiali, sanno fare bene l’amore».
• «Pier Paolo Pasolini diceva: sono tempi bui, chi si scandalizza ha bisogno di terapia psichica o culturale. La sua frase è sempre valida».
• Da un’intervista rilasciata a Stefano Lorenzetto: «Ho gli occhi nei polpastrelli. Tocco per vedere meglio»; «Io sono un regista di kulossal»; «Di fronte al bivio del satiro, punto su Sodoma, non su Gomorra»; «Che rapporto ha con i soldi? “Li spendo. Se xe tanti, me piase. Se xe pochi, no’ me ne frega un casso, li disprezzo”»; «Le uniche cose veramente importanti sono ciò che si ha nel piatto e ciò che si ha nel letto» [cit.].

• Sul suo membro, che considera «perfetto, misure comprese», anche se «un po’ ridicolo quando è a riposo»: «L’importante è che resti conforme all’aurea regola che ho imparato nei casini: non lungo che tocchi, non grosso che tappi, ma duro che duri» (ibidem).

• Secondo Brass, il «sorriso sornione» della Gioconda leonardesca è «il ghigno di chi è sessualmente soddisfatto» (Proietti9 [cit.].

• «Io sono per le donne che, come dicono i francesi, hanno le démon du midi, il diavolo del mezzogiorno, quell’età intorno ai quaranta in cui si teme di sfiorire e si moltiplica la voglia di piacere e del piacere» (Solinas) [cit.]. «Una volta sono stato con una donna che aveva un sedere bellissimo e, poi, dopo aver finito, mi sono accorto che era un uomo» [Novella 2000 3/12/2009]. «Perché nei suoi film non ci sono donne di colore? Non mi eccitano. La fantasia non mi ha mai portato lì» (Panizza) [cit.].

• «Che cosa pensa della prostituzione? «È pro istituzione. Una cosa buona. Tiene in piedi lo Stato e le famiglie» (Lorenzetto) [cit.]. La senatrice Lina Merlin «all’epoca (…) mi fece molto soffrire, chiudendo le case che erano già chiuse. Se gli operai vendono le braccia e i calciatori le gambe, perché impedire alle puttane di vendere la vagina? Una professione vale l’altra. Che differenza c’è? Siete peggio voi giornalisti che vendete il cervello» (ibidem).

• «Credo più al linguaggio del corpo che al linguaggio delle parole. Il corpo, a differenza della mente, non mente» (Dentice) [cit.].

• «Attenzione, ragazzi, perché la verità ha le chiappe taglienti: se s’incazza di essere perennemente inculata le serra, e addio uccello» [Otto e mezzo, La7 22/6/2007].

• «Fumavo le sigarette più forti: le Gauloises, senza filtro. Ne fumavo quattro pacchetti al giorno fino a quando decisi di smettere a causa di un malore per intossicazione da nicotina. Era il 1976 e stavo girando Caligola. Prima di svenire, ho avuto un capogiro e una strana visione: mi sembrava di essere al luna park, su una giostra che girava vertiginosamente. (…) Quella sera stessa cominciai a fumare il sigaro» (Brass-Varzi) [cit.].

• «Nella mia vita non ho avuto tanti amici, ma a tutti sono stato sempre fedele: a Roberto Rossellini in particolare, che è stato per me un maestro di cinema e di vita, e a Michelangelo Antonioni, con cui trascorrevo tutte la domeniche a casa mia. Eravamo molto legati, e considero il nostro rapporto una testimonianza totale di fedeltà» (Andruetto) [cit.]. «Michelangelo era un amico fraterno, ma di cinema non parlavamo mai. Io consideravo Deserto rosso soporifero e battute come “Mi fanno male i capelli” imperdonabili, ma gli volevo veramente bene» (Ferrucci-Pagani) [Cit.].

• «Il cinema “è la mia unica vera fede. Ho lottato per la realizzazione delle mie aspirazioni e dei miei sogni cercando di essere me stesso il più possibile. Non ho avuto mai paura di usare parole come libertà. Una libertà che ho sempre cercato e pagato a caro prezzo con incomprensioni, isolamento e censura. Ma di questo non ho sofferto”» (Andruetto) [cit.]. «Li chiamano film di serie B, ma per me non lo sono mai stati. Io ho sempre fatto cinema di ricerca formale. Non sono Antonioni, che peraltro era mio carissimo amico, ma sono Tinto Brass e mi accontento» (Luca Vinci) [Libero 23/8/2013]. «Nonostante abbia avuto difficoltà di ogni genere, mi considero un privilegiato per il fatto di essere un artista e nutro una certa compassione per coloro che non lo sono» (Brass-Varzi) [cit.].

• «L’erotismo resta il cardine della mia filmografia. Ma, come è già accaduto nel passato, ho voglia di sperimentare altri generi, di scandagliare nuovi temi. Sono espressione della stessa affannosa, irrequieta e incessante ricerca di libertà. Libertà che per fortuna non si troverà mai, altrimenti si smetterebbe di cercarla. (…) Nella malattia ho ritrovato più forte il senso della vita. Non ci sono fratture, né censure rispetto al passato. Il senso è sempre quello: se non posso cambiare il mondo, voglio ancora sperare di renderlo più abitabile. Nella convinzione che solo lo splendore della forma (e delle forme) e lo stile possono dare un significato, un contenuto al nonsense della realtà» (Annamaria Piacentini) [Libero 3/9/2010].

• «Il sesso, l’eros: è l’ora di fare un discorso serio su questi temi. Il sesso non deve essere un “consumo” finale, ma uno stato provvisorio. La vera trasgressione oggi è l’amore. Ho inseguito la libertà attraverso l’eros, rimuovendo la morte e la vecchiaia, trasformando il sesso in un’ossessione. Ho superato questa fase: confrontandomi con la morte l’ho accettata. Non può essere il sesso l’obiettivo finale. Conta di più la sfera affettiva» (Zangrando) [cit.]. «Per me l’amore è un sentimento che si esprime col linguaggio del sesso. Non basta dire ti amo. Se non c’è sesso, non si può parlare d’amore. Sarà affetto, amicizia, simpatia, altre cose. Alle parole devono corrispondere i fatti, e il sesso è amore audace, va stimolato» (Andruetto) [cit.].

• «Nei momenti difficili (della malattia – Ndr) le veniva in soccorso il ricordo degli occhi di sua moglie Carla o l’immagine del fondoschiena di una delle sue attrici? “Il culo delle attrici, che domande”» (Panizza) [cit.].

• «Le fantasie senili sono frustranti? Sono gioiose! E spesso mi vengono di notte, bellissime. Ma poi sul più bello di solito mi sveglio di colpo, perché mi scappa di andare in bagno» (Panizza) [cit.].
• «Tra un mese compie 80 anni. Malinconia? (Si ferma. Arriccia il naso. Muove gli occhiali, gli brillano gli occhi.) “All’ultimo che me lo ha detto, gli ho tolto il saluto”» (Ferrucci-Pagani) [cit.].
• «Mi sono già scelto i due epitaffi per la tomba. Il primo l’ho rubato a un grande regista che frequentavo a Parigi, il figlio del pittore Pierre-Auguste Renoir: “Sarò Jean Renoir o niente. Missione compiuta”. E il secondo? “È mio: ‘Fu vera gloria? Ai posteriori l’ardua sentenza’”» (Lorenzetto) [cit.].