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 2012  maggio 23 Mercoledì calendario

Sono passati vent’anni giusti ed è giusto ricordare Giovanni Falcone, il giudice che fu ucciso dalla mafia presso lo svincolo Capaci-Isola delle femmine dell’autostrada per Palermo (23 maggio 1992, ore 17:58), e che fu tradito da tutti quelli che lo circondavano e avrebbero dovuto aiutarlo nella lotta contro la criminalità organizzata: i suoi colleghi, la corrente di cui pareva logico dovesse fidarsi (cioè quella che riunisce i giudici di sinistra, vale a dire Magistratura democratica), il Consiglio superiore della Magistratura che quando si trattava di mettere qualcuno al vertice di una qualunque struttura sceglieva sempre il suo avversario del momento, giornalisti famosi come Michele Santoro o uomini politici di grande peso specie sul territorio, come Leoluca Orlando, che accusavano bellamente Falcone d’essersi venduto ai politici, volendo farci credere con questo di essere al contrario puliti, innocenti e disinteressati

Sono passati vent’anni giusti ed è giusto ricordare Giovanni Falcone, il giudice che fu ucciso dalla mafia presso lo svincolo Capaci-Isola delle femmine dell’autostrada per Palermo (23 maggio 1992, ore 17:58), e che fu tradito da tutti quelli che lo circondavano e avrebbero dovuto aiutarlo nella lotta contro la criminalità organizzata: i suoi colleghi, la corrente di cui pareva logico dovesse fidarsi (cioè quella che riunisce i giudici di sinistra, vale a dire Magistratura democratica), il Consiglio superiore della Magistratura che quando si trattava di mettere qualcuno al vertice di una qualunque struttura sceglieva sempre il suo avversario del momento, giornalisti famosi come Michele Santoro o uomini politici di grande peso specie sul territorio, come Leoluca Orlando, che accusavano bellamente Falcone d’essersi venduto ai politici, volendo farci credere con questo di essere al contrario puliti, innocenti e disinteressati.

Come può dire che non avessero una qualche ragione? Degli scomparsi non si può dire che bene, però…

Se avessero avuto anche una minima ragione, Falcone sarebbe ancora vivo tra noi. Il fatto che l’abbiano ucciso, e ucciso in quel modo, è la prova che era uomo di altra pasta. Me lo ha detto una volta Enzo Sellerio: «In Sicilia bisogna diffidare di tutti quelli che sono vivi». E uno di questi – parlo di Leoluca Orlando – è persino ritornato, e illude i poveri palermitani di essere un salvatore della patria.

• Come lo ammazzarono?

Falcone, escluso da tutti, isolato da tutti, s’era rifugiato al ministero di Grazia e Giustizia, a fianco del ministro Martelli. Una collaborazione che faceva gridare questi qui che le ho citato prima, e i loro giornali, compresa in prima fila “l’Unità”, dato che tra l’altro Martelli era socialista e quindi, agli occhi della sinistra, infetto per definizione. Nei fine settimana il giudice tornava a casa, e quel sabato s’imbarcò infatti sul jet di servizio in partenza da Ciampino, che arrivò a Punta Raisi alle 16:45. Lo aspettavano tre Fiat Croma blindate, una marrone, una azzurra e una bianca. Falcone si mise alla guida della Croma bianca, tenuta poi nel mezzo. Erano talmente tranquilli che non azionarono neppure le sirene. Ma al chilometro 5 dell’autostrada, dov’era lo svincolo, Totò Riina aveva fatto piazzare cinquecento chili di tritolo. Il sicario Giovanni Brusca, appostato, quando le tre macchine furono sul punto, premette il telecomando. La prima Croma saltò in aria, mentre la seconda, con Falcone al volante, andò a schiantarsi contro il muro d’asfalto che s’era improvvisamente sollevato. Sul fondo stradale s’era aperta una voragine enorme, nella quale finirono una ventina di macchine. Falcone e la moglie Francesca Morvillo, a cui era intitolata la scuola del massacro di sabato scorso a Brindisi, morirono in poche ore. I tre agenti della prima auto, Vito Schifani, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, furono dilaniati sul colpo. Brusca è uno  dei criminali più odiosi del dopoguerra: quattro anni dopo avrebbe sciolto nell’acido il bambino Giuseppe Di Matteo.

Ora si vorrebbero sapere soprattutto le differenze tra l’Italia di allora e quella di adesso, se in qualche modo siamo migliorati…

Falcone moriva mentre erano in corso le votazioni per la successione di Cossiga al Quirinale. Andreotti stava trattando l’appoggio socialista… Ucciso Falcone, i politici si affrettarono a eleggere Scalfaro. L’Italia di oggi è identica a quella di allora in questo: Falcone era un grande uomo e un grande magistrato, e quindi lo affossarono in gran fretta, perché tutto può accadere da noi, ma non che altissime responsabilit siano affidate a uomini di valore (prescindiamo ora dai tecnici). Cossiga ha detto: «I primi mafiosi stanno al Csm. Sono loro che hanno ammazzato Giovanni Falcone negandogli la Direzione Nazionale Antimafia e prima sottoponendolo a un interrogatorio. Quel giorno lui uscì dal Csm e venne da me piangendo». Ho detto che la situazione è identica? Ho sbagliato, la situazione è peggiorata, perché un Falcone in giro non c’è più e la magistratura è degradata a una sfilza di finti Falcone che vogliono finire sui giornali o in Parlamento e che credono di costruire inchieste alla Falcone ascoltando le telefonate. Falcone cominciò smascherando i traffici americani dei mafiosi non con le intercettazioni, ma facendosi consegnare da tutte le banche i rendiconti delle movimentazioni di denaro verso gli Stati Uniti. Riscontri, riscontri, riscontri.

• Non è una colpa lasciarsi isolare, non riuscire a far squadra con i colleghi?

Ma i colleghi lo volevano far fuori, altro che squadra. I colleghi avevano da pensare alla carriera e ai loro interessi. La Boccassini gridò a questi colleghi: «Voi avete fatto morire Giovanni, con la vostra indifferenza e le vostre critiche». Tutte robe dimenticate, e che tra oggi e domani saranno annegate in un oceano di retorica.

• Non c’è qualche speranza? I grillini…

L’ho già detto ieri: ammesso che siano capaci di governare, si troveranno comunque contro gli apparati. Avranno bisogno di molto aiuto per farcela, perché l’Italia – fatta eccezione per quelli che sono morti - è sempre la stessa.


[Giorgio Dell’Arti, La Gazzetta dello Sport 23 maggio 2013]