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 1992  maggio 23 Sabato calendario

Ore 18,20: Apocalisse di mafia. Falcone ucciso

L’hanno ammazzato come lui temeva, facendo una strage, usando mille chili di esplosivo ammassati in un sottopassaggio pedonale scavato sotto l’autostrada fra Palermo e Punta Raisi. Un’autostrada che in quel punto, a cinque chilometri dalla città, non c’è più perchè il boia che ha pigiato il tasto del telecomando alle 18.20 di questo maledetto sabato ha scatenato l’Apocalisse: un’eruzione di ferro, terra e massi ha aperto una voragine larga trenta metri e profonda otto facendo volare in un giardino di ulivi la prima auto di scorta con tre agenti e spezzando in due quella guidata da Giovanni Falcone, il simbolo della lotta alla mafia, il bersaglio da eliminare a ogni costo, anche se aveva accanto la moglie, Francesca Morvillo, pure lei magistrato, le gambe spezzate, in agonia come l’autista che aveva preso posto dietro impugnando una pistola.

Sopravvissuti i due agenti di scorta che viaggiavano su una terza Croma blindata, bloccatasi un metro dietro l’auto di Falcone a sua volta sommersa da massi e pietrisco, sospesa sul bordo della voragine con i vetri blindati piegati, il volante schiacciato contro il sedile, un intreccio di fili anneriti sulla cloche e le due scarpe marroni della moglie rimaste sul tappetino. Erano arrivati insieme da Roma e le tre auto con i sei uomini di scorta li aspettavano come sempre ai bordi della pista, per correre via veloci a sirene spiegate.

Ma hanno fatto solo dieci chilometri perché questo aveva deciso la mafia che in serata, violando una radicata consuetudine, ha rivendicato l’attentato con una telefonata al “Giornale di Sicilia”: “È il regalo di nozze per Nino Madonia”. E in effetti ieri all’Ucciardone si è sposato il figlio minore del vecchio Don Ciccio Madonia, il patriarca indicato come il mandante dell’omicidio di Libero Grassi.

La telefonata per il momento è solo un terribile dato di cronaca e niente più, come è stato detto dal procuratore della Repubblica Pietro Giammanco al ministro della Giustizia Claudio Martelli e al capo della polizia Vincenzo Parisi giunti ieri sera in una Palermo attonita perché stavolta la soglia di un abituale diffidente distacco sembra scardinata, come accadde per Dalla Chiesa e per gli altri eroi di una città che si difende dimenticando. Ma sarà difficile cancellare l’ultima immagine che sembra far sprofondare davvero in una voragine l’era della speranza. Fra il quinto e il sesto chilometro di questa autostrada che non c’è più si respira l’odore acre di una devastazione che fa pensare alle stragi dell’Eta o dell’Ira.

La bomba ha provocato una pioggia di diverse tonnellate di detriti anche sulla carreggiata attigua che corre verso Punta Raisi investendo in pieno una Fiat Uno verde con due turisti austriaci a bordo e una Opel Corsa sballottolata per cinquanta metri e rimasta sospesa su una fiancata, mentre un’altra auto che seguiva casualmente il corteo di Falcone, una Lancia, si è bloccata col muso affondato fra le macerie. “Sembrava l’Etna. Ho visto una fumata da lassù, sono arrivato qui correndo e l’ho tirato fuori io Falcone”, racconta l’unico testimone, Salvatore Gambino, 30 anni, un uomo smilzo e deciso che in quel momento passava con la sua macchina da un ponte sull’autostrada, lo svincolo di Capaci.

“Ho bloccato l’auto e l’ho fatta di corsa. S’è fermata una pattuglia della polizia. Non volevano che mi avvicinassi. Ma era vivo. Anche la moglie si muoveva. E io li ho presi lo stesso...”. E mostra i pantaloni, la camicia, le mani sporche di sangue descrivendo il volo della prima auto, scaraventata verso sinistra, oltre la carreggiata attigua, cinquanta metri più in là, fra gli ulivi bruciacchiati dove i vigili del fuoco hanno dovuto lavorare per un’ora con grandi cesoie per estrarre i corpi a brandelli di tre ragazzi giovanissimi, Vito Schiafani, Rocco Dicillo e Antonio Montinari, il capo scorta, il poliziotto più noto di Palermo perchè gli piaceva scherzare, andare in giro fiero del suo incarico di angelo custode di Falcone.

Si occupava pure lui delle contromosse per prevenire gli attentati. E un paio di anni fa si pensò proprio a un attentato con esplosivo celato sotto l’asfalto. Tanto che in via Notarbartolo, davanti all’abitazione di Falcone, fu murata e deviata una fognatura. Era una delle tante misure di prevenzione saltate in un attimo ieri sera con l’agguato che lo stesso Falcone aspettava in difesa da dieci anni. Un agguato che farà giustizia delle dicerie degli untori, del vocio su una presunta “resa” legata al suo trasferimento romano e smentita con una intervista al Corriere: “Io sono un siciliano... Uno o è un uomo o non lo è . Non ho mai pensato alla morte. Il fallito attentato di due anni fa non ha cambiato nulla nella mia vita”. Magistrati, poliziotti, carabinieri, vigili e infermieri, volontari e curiosi arrivano a centinaia nell’inferno dell’autostrada mentre le stradine tutt’intorno s’intasano bloccando il traffico fino al centro di Palermo quando ormai il cuore di Giovanni Falcone s’è fermato, come constatano i medici del Civico che lasciano passare i colleghi, il cognato Alfredo Morvillo, sostituto procuratore e fratello di Francesca, Borsellino e gli uomini del “pool”, compreso Gioacchino Natoli: “Non si puo’stare a contare i morti”.

[Felice Cavallaro, Cds 24/9/1992]