15 aprile 2012
«Quella bomba mi ha rubato una porzione di vita»
Corriere della Sera, domenica 15 aprile
Il 28 maggio di 38 anni fa non è morto. Ma la bomba scoppiata in piazza della Loggia gli ha rubato una parte di vita. Quella che gli era più cara: i sogni, le speranze, le aspettative. Aveva 27 anni, un buon lavoro da impiegato alla Franchi Armi, l’impegno sindacale alla Cgil e la voglia di girare il mondo. Aveva una fidanzata da pochi mesi e l’ambizione di scoprire nuovi orizzonti, di non fermarsi a Brescia. Enzo Romani, uno dei 102 feriti della strage di piazza Loggia, parte civile nel processo, da quella mattina di orrore e morte è cambiato. La vita che aveva sognato si è fermata alle 10.12 di quella maledetta giornata di pioggia. «Quella bomba — racconta — mi ha rubato una porzione di vita. Quel botto lo sento ancora. Sempre».Lo scoppio nel cestino sotto i portici di piazza della Loggia lo ha fatto diventare un altro. La scheggia che gli si è fermata a pochi millimetri dal cuore, e che ha ancora ha in corpo, gli ha stravolto ogni orizzonte: quel pezzo di ferro per lui è stato una zavorra. L’ha ancorato alla sua città, a una vita che non aveva ancora scelto fino in fondo.
Non è più partito, Brescia è diventata la sua tana, il suo nido. Da quando vive con quei pochi grammi di metallo addosso il carattere è mutato. Prima aveva sempre voglia di ridere e scherzare e di stare in compagnia, dopo la strage ha cambiato atteggiamento: quell’unghia di ferro nel torace si è trasformata in uno scudo impenetrabile. Triste, silenzioso e taciturno, ha perso le amicizie. «Ero chiuso e noioso, tanti amici non si sono più fatti vedere».
Romani è comunque soddisfatto della vita vissuta, degli anni di lavoro, della recente pensione, della famiglia, una moglie e di due figlie («le adoro»). Ma da allora vive con un rimpianto. «So come sono, ma come sarei stato se non fossi stato in piazza quella mattina? Come sarebbe stata la mia vita?».
Sono domande che Romani si pone quasi ogni giorno, ogni volta che si guarda allo specchio e vede i segni lasciati sul viso dalle ustioni, ogni volta che la mano sfiora il «cratere» rimasto sul torace, ogni volta che deve tendere l’orecchio (ha perso un timpano per l’esplosione) per ascoltare qualcosa. «Sono fortunato perché sono vivo, a differenza di altre otto persone che sono morte e non possono più dire e provare nulla, ma mi è stata scippata una parte di vita. Ho avuto una accelerazione verso una vita che non avevo ipotizzato, ho fatto scelte che non avevo mai preso in considerazione». E il dolore fisico, la parziale sordità e le cicatrici, sono nulla se rapportate al dolore psicologico, l’ansia, la paura, la sensazione di precarietà.
«Sono rimasto in ospedale 21 giorni — racconta — poi sono quasi fuggito dal reparto. Ho reagito bene solo la prima settimana, poi il mondo mi è crollato addosso». E una volta fuori dall’ospedale Romani ha scoperto di non poter più stare da solo: «La solitudine mi era diventata insopportabile. Così come l’idea di spostarmi e di viaggiare». Ed ecco la svolta: il matrimonio e subito una figlia. E poi un’altra figlia e il lavoro, dalla mattina alla sera. E la paura di stare con gli altri. Di mostrare le ferite. «Temevo le domande — ricorda — avevo una sorta di senso di colpa per quello che mi era successo».
In questi 38 anni Enzo Romani ha vissuto sospeso. E la sentenza di assoluzione per lui è stato l’ennesimo dolore, una delusione cocente. «Non potrò mai sapere chi mi ha rubato la parte di vita che avevo sognato». Dopo la lettura della sentenza Romani si è messo in sella della sua bicicletta e ha pedalato forsennatamente: una fuga dalla realtà. Troppo crudele.
Wilma Petenzi