Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 1915  giugno 13 Domenica calendario

Il terremoto della Marsica (o di Avezzano)

• Morti: 30/33 mila. Feriti: migliaia. Siti colpiti: 372. Paesi distrutti: 52. Epicentro: Lago di Fucino. Scala Richter: 7. Scala Mercalli: XI.
• Alle 7.54 uno spaventevole terremoto ha scosso Roma e distrutto tre regioni dell’alta e media Italia. Avezzano con 10mila morti e Pescina con 5mila sono le città più colpite, Sora è distrutta ma la maggior parte della gente è salva. Di morti se ne contano solo 3mila su 17mila abitanti. A Celano invece sono 4mila. Aggiungendoci quelli di Tagliacozzo, Carsoli, Cappadocia, Magliano, Villalgo, Civitellarovelo, Scanno, Balsorano, Isola del Liri, Arpino, Subiaco, Genazzano, Cassino, Roccaecca, Piperno, Findi, Veroli, Arce, Frosinone, Pagliano e Sgurgola si arriva a trenta-trentatre mila [Ill.it. 31/1/1915].

• Nel carcere di Avezzano su 29 detenuti, 10 sono morti e tre sono fuggiti.

• Ad Avezzano su 13 mila abitanti ne sopravvivono appena tremila. Anche Sora, nel Lazio, è distrutta: i morti sono circa tremila: «Ormai è possibile formarsi un’idea concreta della vastità e della gravità del terremoto che nelle prime ore mattinali del 13 corrente fece mutare aspetto a molta parte dell’Italia centrale: quella parte dilettosa e ridentissima che comprende l’Abruzzo, la Campania e in parte il Lazio. “Mutare aspetto” è l’espressione esatta: dice tutto. Perché il terremoto, per concorde parere dei tecnici e degli studiosi di sismologia, fu assai più grave di quello di Messina e di Calabria. Nel 1908 i morti furono maggiori pel fatto che due grandi città dalla popolazione fitta come Messina e Reggio: ma stavolta lo sconvolgimento della terra prodotto dalle scosse ha alterato addirittura i contorni di talune regioni convertendo in mucchi di rovine bianche intere operose cittadine, abbassando strade, sollevando campagne, squarciando massicci come il monte Velino, deviando acque e rigettandone di nuove. La cifra complessiva dei morti pare accertata in trentamila circa. I paesi distrutti completamente furono 52, compresa la città di Avezzano della quale non rimase più nulla. (…) Danni enormi incalcolabili per il rilevante numero di monumenti crollati, di superbi edifici pubblici spariti, di cimeli fracassati e sepolti. (…) La grande bontà del popolo nostro anche stavolta si è rivelata. Non è credibile lo slancio di carità col quale gli italiani di tutta la penisola e quelli che vivono all’estero accorsero in aiuto dei poveretti colpiti dalla sciagura terribile. Automobili signorili mossero da ogni angolo del bello ma sventurato paese verso l’Abruzzo recando cose ed alimenti; una nobile gara si accese nella distribuzione di indumenti, di coperte, di viveri. Il Governo, dopo qualche inevitabile incertezza, organizzò i servizi in modo lodevole. Pensare che ivi occorre portare persino l’acqua potabile non essendovi rimasto nulla. Un primo assegno di 30 milioni viene deliberato dallo stesso governo e il pubblico offrì a quest’ora qualche milione in denaro e in montagne di roba. Oltre che oggetti varie inviarono braccia di medici, di pompieri, di infermieri». [Ddc 31/1/1915] 
• «...Ahimé! son tornato a Pescina, ho rivisto con le lagrime agli occhi le macerie; sono ripassato tra le misere capanne, coperte alcune da pochi cenci come i primi giorni, dove vive con una indistinzione orribile di sesso, età e condizione la gente povera. Ho rivisto anche la nostra casa dove vidi, con gli occhi esausti di piangere, estrarre la nostra madre, cerea, disfatta. Ora il suo cadavere è seppellito eppure anche là mi pare uscisse una voce. Forse l’ombra di nostra madre ora abita quelle macerie inconscia della nostra sorte pare che ci chiami a stringerci nel suo seno. Ho rivisto il luogo dove tu fortunatamente fosti scavato. Ho rivisto tutto...» ( così scrive Ignazio Silone al fratello, alcuni mesi dopo il sisma, di ritorno dal seminario di Chieti, dove studiava, al paese natale distrutto. Nel terremoto perse la madre). [http://giovenaleninosassi.blogspot.it] 

• Nei giorni seguenti si sono contate oltre 120 scosse di assestamento, ma nei mesi successivi si arrivò a contarn epiù di mille. Molti dei feriti vengono trasportati a Roma. Tutti gli ospedali sono aperti, anche il Vaticano ha messo a disposizione il Lazzaretto pontificio di Santa Marta. Il re, la regina e la regina madre vanno ogni giorno a far visita agli degenti, così come il papa Benedetto XV.

• «Il ricordo del terremoto erompe dalle sue pagine con lo stesso significato che per Dostoevskij ebbe l’esperienza di scampare all’ultimo minuto dall’esecuzione capitale» (Richard W. B. Lewis a proposito dell’opera letteraria di Silone).