8 settembre 1905
Tags : Anno 1901. Raggruppati per paesi. Italia
Il terremoto di Nicastro (oggi Lamezia Terme)
• Morti: 557*. Scala Richter: 7,0. Scala Mercalli: XI.
• Alle 2.43, la terra trema per 43 secondi. L’epicentro del sisma è nel golfo di Santa Eufemia. La scossa, accompagnata da un fortissimo boato, fa crollare quasi tutti gli edifici di Nicastro e seppellisce centinaia di persone sorprese nel sonno. In mare, si solleva uno tsunami che crea ulteriori danni. [Wikipedia].
• I morti: Zammarò 70; Parghelia 62; Piscopio 60; Stefanaconi 65; San Leo di Briatico 24; Aiello 23; Martirano 16; rione Forgiari di Monteleone 6. Gravemente colpiti furono anche Tropea, Pizzo, Mileto, Zungri, Cessaniti, Sant’Onofrio, Triparni, San Costantino.
• «Svegliati improvvisamente quasi da uno scroscio simultaneo di mille fulmini, balziamo dal letto o meglio ancora siamo gettati giù dal letto da scosse orribilmente ponderose. I muri vacillano, il soffitto spaccato e aperto manda giù un nembo di calcinacci e tegole; la lampada che tenevamo accesa va in frantumi e allora si fa un buio profondo, sinistro, orribile. Ma il terremoto non cessa. Siamo all’aperto: siamo in salvo. Mal coperti, inebetiti dal dolore, ci contiamo. Siamo tutti. Ci abbracciamo lungamente, poiché ci pare impossibile di essere ancora vivi, fra tanta desolazione, in mezzo alle grida angosciate dei poveri feriti e di quelli che cercano fiocamente aiuto sotto le rovine». [Ill. It. 24/9/1905]
• «Non attendetevi un racconto ordinato di quanto ho visto nel rapido giro della regione devastata e neppure una cronaca del tremendo cataclisma. È troppo vasto il quadro dell’orrore e ho qualcosa di più urgente da dirvi. (...) Qui intorno si muore di fame e di sete: i soccorsi per quanto alacremente portati, non bastano, manca il pane ai sani, la carne ai feriti, manca l’acqua, manca il ricovero ai morenti. Intorno ai paesi una lugubre folla dolente si accascia; vi sono ventimila persone che perderono tutto, non hanno neppure i recipienti per andare alle lontane fonti per attingervi; sono silenziose moltitudini che non possono staccarsi dalle rovine delle loro case, dove i cari morirono e che, stordite, aspettano senza forza quegli aiuti che non arrivano mai. (...) Nuove scosse arrivano ogni tanto, una se ne sentì stamane alle otto, un’altra oggi all’una e undici minuti. Ogni scossa è seguita da un urlo della folla» (Barzini).
• I primi segni del terremoto si scorgono alla stazione di Sant’Eufemia, mezzo demolita, ma molto prima ancora si scorgono i segni del terrore.
• Monteleone occupa il culmine della montagna: «Sulle sue falde sono disseminati i villaggi colpiti dal flagello. È questa la montagna che ha tremato» (Barzini).
• «Mentre mi trovo qui, una gran calca si appressa. È il Re circondato dal popolo, che lasciato l’automobile, percorre a piedi la strada in rovina, e guarda commosso. Si leva di tanto in tanto un grido: “Viva il Re!” Ma non v’è forza di esultanza. Pare dicano aiuto, tutti quei volti pallidi e tristi. La popolazione si accampa negli orti, nelle piazze, in tende improvvisate con coperte». (Barzini)
• A Triparni tutte le case sono crollate. Dalle macerie sono stati estratti trentanove morti: «Il parroco, un grosso uomo in lagrime, un atleta che piange, mi afferra le mani dicendomi: “Signore, signore, manchiamo di pane. Ieri ne avemmo un boccone per uno, un chilo ogni sei persone, niente altro. Scaviamo le macerie con le mani per cercare qualcosa da mangiare rimasto sepolto. Non abbiamo acqua. La fonte del paese si essiccò e l’altra fonte è lontana. Nessuno ha la forza d’andarvi. Guardate, i feriti non hanno vino, né brodo, niente, nemmeno le uova. Debbono mangiare un boccone di pane e alcuni muoiono”» (Barzini).
• «Santo Nicola, perché ci abbandonasti?» così recitano le donne davanti alla statua del patrono. Ma anche il santo ha le braccia rotte, e la gente lo compassiona.
• A Stefanaconi, a 5 chilometri da Monteleone, tutti gli abitanti sono feriti, venti sono moribondi e sessantasei sono i morti estratti dalle macerie. Il Sindaco del paese, Carullo, gira mezzo svestito perché anche i suoi abiti sono sepolti: «Mi mostra le rovine del palazzo comunale e poi quelle della sua casa, dove due ragazze sono rimaste uccise: “Questa piazza – mi dice additandomi uno spiazzo ove ora sono accampati gli abitanti – era piena di cadaveri allineati e sporchi di sangue. Ed era uno strazio vedere i parenti abbracciarli e baciarli morti! Vennero trasportati via sopra carri di buoi come gli appestati di Milano!”» (Barzini) [Barzini sul Cds]. (*Secondo R.Solbiati e A. Marcellini Terremoto e Società le vittime sono 2.500).