La Gazzetta dello Sport, 21 febbraio 2012
Oggi commemoriamo Renato Dulbecco, il grandissimo scienziato morto ieri in California: avrebbe compiuto 98 anni domani
Oggi commemoriamo Renato Dulbecco, il grandissimo scienziato morto ieri in California: avrebbe compiuto 98 anni domani.
• Nobel per la Medicina nel 1975.
Sì. Aveva già vinto il premio Lasker per la ricerca medica nel 1964. Le motivazioni erano simili: aveva capito che per decifrare e combattere il tumore bisognava lavorare sulle deformazioni del Dna e, più in generale, sulla struttura genetica. Cominciò perché la moglie di un suo amico, nel 1960, era morta di cancro al seno. «Avevo cominciato studiando i fagi, i meccanismi che riparano il Dna quando è danneggiato dalle radiazioni». Stava già in America, a Bloomington nell’Indiana, dove l’aveva chiamato Salvatore Luria. C’erano anche la Montalcini e Giuseppe Levi. Il rapporto con Levi è fondamentale: «Lui incoraggiava molto a fare, ma era estremamente critico: quando uno aveva un risultato e glielo faceva vedere, bisognava convincerlo. Il più delle volte trovava i punti deboli, che è quello che ci vuole per fare uno scienziato: può essere una ragione per cui queste tre persone sono poi arrivate a certi traguardi (tutti e tre premi Nobel – ndr). Con Luria ho lavorato negli Stati Uniti per due anni. Con la Levi Montalcini dividevamo l’ufficio a Torino, e per combinazione siamo partiti per l’America sullo stesso vapore polacco, che si chiamava Sovietsky».
• Che cosa aveva fatto prima di andare in America?
Stava in America dal 1947. Prima aveva fatto la guerra in Russia e il partigiano sulle montagne di Cuneo («entrai nel partito dei lavoratori cristiani portato da Giacomo Mottura, diventai membro del Cln, ma compresi subito che la politica non era il mio mestiere. A me interessava la ricerca sui geni»). Prima ancora, a 22 anni, s’era laureato in Medicina (a Torino: s’era iscritto ai corsi sedicenne). Nel momento in cui l’avevano chiamato negli Usa stava prendendo la laurea in Fisica. Era nato a Catanzaro, il 22 febbraio del ’14. Ma è morto americano, a La Jolla San Diego. Un uomo profondamente deluso dal nostro Paese, che lo ha accarezzato per farsene bello, ma lo ha tenuto sostanzialmente alla larga. Gli ritirarono la cittadinanza proprio nei giorni in cui era andato a Stoccolma a ritirare il Nobel. Adesso il Cnr aveva chiuso il Progetto Genoma, col quale s’era illuso di una collaborazione proficua con la scienza italiana. Intendiamoci, ha fatto su e giù con Milano per tutta la vita. Aveva anche fondato un Istituto per permettere agli scienziati italiani emigrati di lavorare al rilancio della scienza in patria. Si chiama Issnaf (Italian Scientists and Scholars in North America Foundation).
• Come andò la storia della ricerca sui geni?
Lo ha raccontato lui stesso. «Dopo il Nobel decisi di concentrarmi sui cancri di significato medico, ad esempio quello del seno. Era chiaro che molti geni dovevano cambiare attività col cancro, ma non si sapeva quali. A quell’epoca se ne conoscevano pochissimi, e ho pensato che bisognava studiarli sistematicamente e sequenziare il genoma. Lo proposi nella primavera del 1985, in una conferenza a Cold Spring Harbor, e mi ricordo lo scetticismo generale, pensavano fossi matto. Poi però qualcuno cominciò a dire che non era un’idea così pazzesca, e io scrissi l’articolo per Science. Non avevamo le tecnologie, ma se la gente ci si mette, le tecnologie arrivano».
• Come si spiega che uno così vada al Festival di Sanremo?
Nel 1999, con Fabio Fazio. C’era anche Gorbaciov. Ma non è troppo strano: era un uomo semplice, e come tutti i grandissimi non aveva nessuna prosopopea. Il palcoscenico di Sanremo era molto utile per aiutare la ricerca, specialmente per combattere il fumo. Aveva già fatto una dichiarazione molto forte contro il tabacco dopo il Nobel. Era poi effettivamente un appassionato di musica.
• Appassionato di canzonette?
Suonava bene il pianoforte. Ieri sul sito del Corriere ho visto una sua foto con uno spartito di Mozart. Ma in verità trovava Mozart, almeno quelle delle composizioni per piano, un po’ noioso, e preferiva Bach, «raffinato e poliedrico». Piangeva a tutte le opere, specie se di Puccini. Leggeva solo libri scientifici ed evitava il cinema perché le storie belle lo mettevano in ansia. Da giovane tifava per il Genoa. Adesso guardava in televisione soprattutto il tennis, specie quello femminile, specie quello giocato da atlete belle ed eleganti. Insomma, come avrà capito, se n’è andato un grand’uomo.
[Giorgio Dell’Arti, La Gazzetta dello Sport 21 febbraio 2012]