La Gazzetta dello Sport, 4 febbraio 2012
Cerchiamo di guardare un po’ più a fondo nel caso Lusi, con l’obiettivo di capire se si tratti (eventualmente) di un clamoroso furto con destrezza compiuto da un singolo individuo oppure se vi sia qualcosa di più, una debolezza generale dei partiti o del sistema
Cerchiamo di guardare un po’ più a fondo nel caso Lusi, con l’obiettivo di capire se si tratti (eventualmente) di un clamoroso furto con destrezza compiuto da un singolo individuo oppure se vi sia qualcosa di più, una debolezza generale dei partiti o del sistema. Lusi – Luigi Lusi – è un senatore del Partito democratico, già tesoriere della Margherita, accusato adesso di aver sottratto alla formazione politica di cui doveva amministrare le ricchezze 13 milioni di euro, comprandosi – però col mutuo - una villa spettacolare di poco meno di 5 milioni a Genzano e un super-appartamento in via Monserrato a Roma per 2 milioni e 700 mila euro. Lui ha proposto di restituire 5 miliardi e di patteggiare un anno di carcere con i magistrati. I giudici hanno detto di “no”, ma la Margherita potrebbe accettare la transazione, soprattutto se risulterà vera la circostanza che dei 13 miliardi spariti 5 se ne sono andati in tasse.
• Che
significa la domanda iniziale, quella che ci ha indotto a tornare su questo
fatto?
Significa almeno due cose: Lusi potrebbe aver agito come a suo tempo Citaristi, Greganti o Balzamo, i segretari di Dc, Pci e Psi triturati nel 1993 dall’indagine Mani pulite. Anche i segretari d’allora risultavano avere ufficialmente speso a man bassa denari che non gli appartenevano, ed era abbastanza pacifico che avessero mosso quelle somme, mettendoci la firma, solo per permettere ai rispettivi partiti di mettere in atto operazioni inconfessabili.
• Quali operazioni, per esempio?
Acquisto di tessere per i congressi, corruzione per procurarsi altri denari, finanziamenti ad amici che sarebbe stato imbarazzante rivelare. È in piedi adesso anche il caso Penati, e anche qui abbiamo un uomo – braccio destro di Bersani - che vive molto modestamente e che risulta invece aver movimentato quantità impressionanti di denaro. Se dobbiamo giudicare il caso Lusi con l’occhialino della storia, perciò, dobbiamo supporre che egli non abbia agito, non possa aver agito, da solo e per sé. Deve aver fatto piuttosto gli interessi del partito. Badi, sono elucubrazioni, non abbiamo nessuna prova. E tuttavia…
• Tuttavia?
Tuttavia ci sono stranezze macroscopiche e infatti i due giudici (procuratore aggiunto Alberto Caperna, pubblico ministero Stefano Pesci) hanno intenzione di interrogare tutto il gruppo dirigente della Margherita. La stranezza più grande è questa: la Margherita come partito è scomparsa nell’ottobre del 2007 quando si è fusa con i Ds e ha dato vita al Pd. È rimasta giuridicamente viva solo perché aveva da incassare contributi ancora per qualche anno. Tuttavia nel 2010, a tre anni abbondanti dalla cessazione ufficiale delle attività, ha ancora 3 milioni e 825 mila euro di “spese di propaganda e comunicazione”, un milione 634 mila 277 euro di “collaborazioni e consulenze”, 944 mila 278 euro di rimborsi viaggi e 533 mila euro destinati al mantenimeno di un sito internet che, col partito prossimo alla fine, non può avere obiettivamente nulla o quasi nulla da comunicare. Questi numeri non sono segreti: sono in bilancio e il bilancio, oltre a essere controfirmato da tre revisori (destinati anch’essi a presentarsi ai magistrati) è stato approvato all’unanimità dai membri del partito. È vero che Arturo Parisi (già interrogato) ebbe qualche dubbio. Ma alla fine approvò. In tv Rutelli grida la sua ingenuità di amministratore, reclamando solo una competenza politica. Ma non sanno costoro – uomini politici grandi e grossi - cosa significa votare in un’assemblea societaria?
• In base a questo ragionamento, il marcio – se di marcio si tratta – sarebbe tutto interno a quel partito.
No, c’è qualcosa di più, anche se adesso le altre formazioni politiche si stanno affrettando a tendere verso di noi le mani aperte per far vedere che i palmi sono immacolati. Il caso Lusi ha in realtà riportato alla luce il problema dei soldi che lo Stato versa ai partiti. Ricorderà: nel 1993 un referendum abrogò la legge sul finanziamento pubblico, ma i partiti rimediarono subito costruendo un sistema basato sui “rimborsi elettorali”: ti do un tot per ogni elettore. Dopo quella mossa, i partiti trovarono altri sistemi per incrementare i rimborsi e nel 2008 la quantità di soldi che incassavano era mille e centodieci volte superiore a quella che s’erano messi in tasca nel 1999. Tra le politiche del marzo 1994 e quelle dell’aprile 2008, i partiti si sono messi in tasca 2,25 miliardi di euro, una somma enorme che, tra l’altro, non corrisponde affatto ai soldi spesi per le campagne elettorali. Non si tratta dunque di rimborsi o, se si insiste a chiamarli rimborsi, bisognerà ammettere che le note-spese relative sono state ampiamente taroccate.
• Perché? Quanto hanno speso i partiti per le loro campagne elettorali in quel frattempo?
Un quarto, e qualche volta un quinto, di quello che poi si sono fatti pagare. Ecco perché il caso Lusi ha tutta l’aria di preparare un terremoto capace di mandare all’aria i vari Pdl, Pd o Idv sul terreno per loro più ostico: quello finanziario.
[Giorgio Dell’Arti, La Gazzetta dello Sport 4 febbraio 2012]