La Gazzetta dello Sport, 3 febbraio 2012
Sulla riforma del mercato del lavoro, la battuta di Mario Monti l’altra sera a Matrix («che noia restare tutta la vita nello stesso posto di lavoro») ha introdotto gli incontri di ieri tra governo e parti sociali, dove per parti sociali devono intendersi i sindacati che rappresentano i lavoratori e la Confindustria che parla a nome dei datori di lavoro, o padroni
Sulla riforma del mercato del lavoro, la battuta di Mario Monti l’altra sera a Matrix («che noia restare tutta la vita nello stesso posto di lavoro») ha introdotto gli incontri di ieri tra governo e parti sociali, dove per parti sociali devono intendersi i sindacati che rappresentano i lavoratori e la Confindustria che parla a nome dei datori di lavoro, o padroni. Il senso di questo incontro, a cui non ha partecipato Monti (c’erano Elsa Fornero e Corrado Passera) è presto detto: il governo ha avvertito che la trattativa si deve chiudere entro tre-quattro settimane, non importa se con un accordo o no; qualunque idea deve inoltre fare i conti con la limitatezza delle risorse. Questi paletti, molto rigidi, hanno spinto il presidente dei dipietristi al Senato, Felice Belisario, a rilasciare la seguente dichiarazione: «In realtà il governo fa il gioco delle tre carte perché ha già pronto un decreto nel cassetto e i tavoli di confronto con le parti sociali sono solo fumo negli occhi degli italiani». A parte il tono polemico (ricordiamo che l’Idv è nemica del governo), non è detto che nella sostanza Belisario abbia torto. Come potrebbe il governo procedere anche in assenza di un’intesa con Cgil-Cisl-Uil se non avesse un’idea sua di come riformare il mercato del lavoro?
• E
quale sarebbe questa idea?
Flessibilità in entrata e in uscita, cioè facilità di assumere ma anche facilità di licenziare. Questo è il punto-chiave, contenuto anche nella lettera spedita l’agosto scorso da Trichet e Draghi al governo Berlusconi. “Flessibilità in uscita” significa “licenziamenti”, cioè riforma o cancellazione dell’articolo 18. Ricorderà che l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori proclama l’impossibilità, nelle aziende con più di 15 dipendenti, di licenziare senza giusta causa. Questa formula significa che non è possibile licenziare qualcuno per esempio per motivi economici (il mercato è cambiato, un concorrente si dimostra più forte, è necessario tagliare i costi per abbassare i prezzi eccetera). La difficoltà, tutta italiana, di sciogliere un rapporto di lavoro sarebbe alla base della prudenza con cui le grandi aziende assumono. Aggiungiamo l’alto costo del lavoro e avremo il quadro del perché – secondo Monti e i suoi ministri - i grandi gruppi stranieri non vengono a fare impresa in Italia. Uno degli obiettivi della riforma Fornero-Passera-Monti è proprio quello di aprire le porte del Paese ai capitali esteri. Cosa impossibile – secondo loro – se le rigidità restano queste.
• Il sindacato sarebbe disposto a ridiscutere l’articolo 18?
No, almeno fino a questo a momento. Aperture in questo senso non ce ne sono. Viene considerata un’apertura – pensi un po’ – il fatto che l’altro giorno, di fronte all’ennesima affermazione che l’articolo 18 non può essere un tabù, la Camusso non abbia abbandonato il tavolo.
• Ha il sindacato la forza per opporsi, eventualmente, a un progetto troppo liberista del governo?
Per “liberista” – suppongo – lei intende un progetto che diminuisca le garanzie dei lavoratori e aumenti il potere padronale. Ieri la Marcegaglia, presidente di Confindustria, cioè capo dei padroni, ha detto di essere favorevole a una formulazione del licenziamento che imponga il reintegro del lavoratore licenziato nei casi di discriminazione, cioè quando il lavoratore è stato mandato via, per esempio, perché donna o per motivi religiosi o per pregiudizi razziali. In tutti gli altri casi, il licenziamento deve procedere con un indennizzo per il lavoratore proporzionale all’anzianità di lavoro. Senza reintegro. Il governo propone anche, su questo, che le cause di lavoro siano più brevi. Oggi durano mediamente sei anni, e alla fine si chiude quasi sempre con una mediazione tra impresa e dipendente licenziato.
• Che ne sarà di tutti quei contratti strani che le aziende adoperano per non assumere?
Probabilmente l’articolo 18 verrà abolito per i nuovi assunti: questo li renderà licenziabili, quindi più facilmente assumibili. In cambio, i contratti cosiddetti atipici (quelli che lei chiama “strani”) dovrebbero essere drasticamente ridotti o forse sparire. Il governo ha fatto capire di voler combattere le forme di flessibilità “cattiva”, cioè quelle situazioni – per esempio – in cui uno è di fatto un lavoratore dipendente, ma intanto emette fattura in modo da far risparmiare al datore di lavoro tasse e contributi.
• Lei non ha risposto alla mia domanda di prima: il sindacato ha la forza o no – eventualmente – per opporsi?
Il sindacato è in grande difficoltà. Intanto vede il governo intervenire con forza su una materia che fino a ieri era esclusiva delle parti sociali. Si sente poi dire che, anche in assenza di un accordo, Monti, Fornero e Passera andranno dritti per la loro strada. Dopo l’umiliazione subita sulle pensioni, possono Camusso-Bonanni-Angeletti ingoiare un altro boccone amarissimo? Sono d’altra parte in grado, eventualmente, di portare due o tre milioni di lavoratori in piazza a Roma? O di fare qualcosa di più di uno sciopero di tre ore?
[Giorgio Dell’Arti, La Gazzetta dello Sport 3 febbraio 2010]