Rassegna, 3 febbraio 2012
Fornero: «Sulla riforma del lavoro andremo avanti anche senza i sindacati»
• Ieri a Palazzo Chigi il ministro Elsa Fornero ha incontrato
nuovamente le parti sociali per discutere la riforma del mercato del lavoro. Il
ministro ha fatto sapere che sarà fatta in due o tre settimane, con o senza l’accordo
dei sindacati e che l’articolo 18 deve essere modificato. Scrive Mania su Rep
che «a parte il nodo dei licenziamenti, il governo ha proposto una scaletta
sostanzialmente condivisa da Cgil, Cisl, Uil, Ugl e le associazioni delle
imprese (Confindustria, Rete Italia e le cooperative): lotta alla “flessibilità
cattiva”, con un riordino dei contratti atipici e il contrasto agli abusi in
particolare delle partite Iva; riordino degli ammortizzatori sociali con tutele
più uniformi; formazione permanente, quindi anche per i lavoratori più anziani;
apprendistato per farlo diventare la forma tipica di accesso al lavoro dei
giovani». Sulla modifica dell’articolo 18 invece il governo punta a escludere
dalla tutela del reintegro dai posti di lavoro coloro che vengono licenziati
per motivi economici. Per questi, al posto del reintegro ci sarebbe un
risarcimento economico. La Confindustria si è detta d’accordo, i sindacati no.
Un nuovo incontro è previsto fra una decina di giorni, [Mania, Rep]
• «(…) I mercati - spiegano i ministri - chiedono “discontinuità”.
Tutti sanno che non è l’articolo 18 la questione centrale nel mercato del
lavoro italiano. Eppure il problema c’è. Ricorre sempre quando i grandi gruppi multinazionali
spiegano perché investono poco nel nostro Paese. In un dossier riservato, il
Comitato investitori esteri della Confindustria propone di “rafforzare la
flessibilità del mercato del lavoro in entrata e in uscita, sostituendo la
tutela reintegratoria con un’assistenza rafforzata e con un congruo indennizzo,
adottando modelli di flexicurity per la tutela e la riqualificazione degli
esuberi”. È, più o meno, quello che sta pensando il governo. D’altra parte se
si vuol far ripartire la crescita è difficile ignorare il peso e il ruolo degli
investimenti esteri. Secondo uno studio di McKinsey ogni 10 miliardi di
investimenti diretti determina una crescita strutturale annua del Pil dello
0,23 per cento. E forse la nostra bassa crescita si spiega anche con il crollo
degli investimenti esteri: nel 2011 sono diminuiti del 53 per cento rispetto
all’anno precedente, mentre in Francia sono rimasti stabili e negli altri
grandi Paesi europei sono scesi in media del solo 7 per cento (…)». [Mania,
Rep]