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 2012  gennaio 17 Martedì calendario

Ci sono sedici storie da raccontare, e sono le storie di quelli che non si trovano più. Ma sono poi davvero sedici? Perché non è sicuro neanche il numero, in Germania – da cui viene il nucleo più nutrito di scomparsi – dicono che la cifra esatta non si sa, «è un numero basso a due cifre»

Ci sono sedici storie da raccontare, e sono le storie di quelli che non si trovano più. Ma sono poi davvero sedici? Perché non è sicuro neanche il numero, in Germania – da cui viene il nucleo più nutrito di scomparsi – dicono che la cifra esatta non si sa, «è un numero basso a due cifre». Tra questi sedici, o dieci, o venti ci sono anche degli italiani.

Chi sono?

Giuseppe Girolamo, trentenne, da Alberobello. Suonava in una delle band di bordo, la “Dee Dee Smith”. Maria Grazia Tricarico, 52 anni da Leonforte (Enna). Sua figlia Stefania ha raccontato: «La nave si è inclinata e ci hanno fatto andare al nono piano, dove era tutto allagato dall’acqua delle piscine. Poi è suonato l’allarme e siamo andati verso le scialuppe. Mia madre e la sua amica sono tornate in cabina a prendere dei giubbotti e da allora non l’ho più vista». Questa sua amica si chiama, o si chiamava, Luisa Virzì, 49 anni. William e Dayana Arlotti, padre e figlia, lui di 34 anni, lei di 5. William era separato dalla moglie e aveva portato con sé anche la fidanzata Micaela Maroncelli. La fidanzata è in salvo. Ha raccontato che negli ultimi minuti si trovavano sul decimo ponte, in cima al lato della nave maggiormente inclinato. Lei è riuscita a salire su una scialuppa e ha sentito gridare «Lanciategli una corda!». Da Rimini è arrivata la madre di William e nonna di Dayana. La mamma di Dayana, Susy Albertini di 28 anni, ha fatto per ore e ore il numero di cellulare del marito senza che nessuno le rispondesse. L’ultima dispersa italiana si chiama Maria D’Introna, 30 anni, da Corato in provincia di Bari. Il marito l’ha vista che si buttava in acqua col salvagente.

Da questi racconti sembra che nelle ore fatali ognuno abbia fatto per sé, i mariti si sono persi le mogli, i padri le figlie.

È forse la spia del caos in cui si sono svolte le operazioni di salvataggio, anche se molti membri dell’equipaggio respingono le accuse dei passeggeri e dicono di aver salvato molte vite. Il caos non è necessariamente la regola. Sul “Titanic”, come ricorderà, non solo l’orchestrina continuò a suonare (la storia è vera), ma i superstiti registrarono parecchie battute di spirito, tipo quella del maestro di squash Frank Wright al suo allievo, il colonnello Gracie: «Non sarebbe meglio annullare il nostro appuntamento di domattina?» e la nave sarebbe affondata dopo pochi minuti. Il Titanic ci serve anche per ricordare che quelli che caddero in acqua morirono entro un’ora. Assiderati.

• Che ne è del comandante Schettino?

Lo interrogano oggi. Il suo avvocato, Bruno Leporatti, lo descrive «affranto, costernato, addolorato per le perdite umane e fortemente turbato per l’accaduto». Si difende ricordando la manovra con cui, togliendo la nave dall’abisso, ha salvato centinaia di vite dall’annegamento. «Il comandante Schettino ha manifestato il proposito di rispondere alle domande che gli saranno formulate dal giudice e quindi di contribuire lealmente a chiarire la propria posizione». Gli hanno messo vicino uno psicologo e lo sorvegliano a vista. L’origine della leggerezza che ha provocato il disastro sembra ormai chiara: effettivamente la “Costa Concordia” è stata portata molto vicino al Giglio per essere ammirata dal vecchio comandante Mario Palombo (che quel giorno tra l’altro stava a Grosseto) e soprattutto per un piacere (non richiesto) al maitre di bordo Antonello Tievoli, unico gigliese a bordo. «Vieni, Antonello, guarda la tua isola».

• Questo sarebbe l’“inchino”, una pratica molto diffusa.

Sergio Bologna, che l’anno scorso ha scritto un libro su Le multinazionali del mare (Egea Editore), sostiene che la crociera su queste gigantesche bagnarole consiste in una «movida galleggiante», le cabine sono scomode per forzare i passeggeri a uscire e a far compere nei negozi di bordo, fa poi parte della movida anche l’accostamento spinto ai limiti per permettere ai turisti di fare le foto. Per esempio, piazza San Marco ripresa dal mare, un must di qualunque vacanziere. «Questa esperienza pare che valga l’intera crociera. Altrimenti perché i tour operator minacciano di boicottare Venezia se le navi non passano più per il canale della Giudecca?».

• C’è anche un pericolo di inquinamento.

Il tempo sta peggiorando e la carcassa della “Concordia” è già scivolata di nove centimenti in avanti e di uno e mezzo di lato. Giovedì è prevista mareggiata e c’è pericolo che la nave s’inabissi. Tutti dicono che non c’è pericolo per le 2.400 tonnellate di carburante: sono ben chiuse nei serbatoi che dovrebbero essere svuotati in un paio di settimane. In ogni caso, il ministro Clini ha fatto sapere che per la zona sarà proclamato lo stato d’emergenza. La Capitaneria di porto ha intimato alla Costa Crociere di rimuovere l’imbarcazione. La porteranno quasi sicuramente a Palermo, dove è stata costruita e dove la faranno a pezzi. Oppure ad Alang, in India, un posto divenuto celebre per le demolizioni. Gli operai, laggiù, riducono per pochi soldi i transatlantici in barre di ferro lavorando quasi solo con le mani.

[Giorgio Dell’Arti, La Gazzetta dello Sport 17 gennaio 2012]