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 2012  gennaio 13 Venerdì calendario

I 15 giudici della Corte costituzionale hanno atteso il voto della Camera su Cosentino e subito dopo hanno reso nota la loro decisione relativa ai referendum elettorali: non sono ammissibili e non si faranno

I 15 giudici della Corte costituzionale hanno atteso il voto della Camera su Cosentino e subito dopo hanno reso nota la loro decisione relativa ai referendum elettorali: non sono ammissibili e non si faranno.

Spieghi bene dall’inizio.

Ma è molto semplice. Molti ritengono la nostra attuale legge elettorale – il cosiddetto Porcellum – una porcheria. L’anno scorso sono quindi state raccolte le firme per abrogarla. Molti comitati elettorali, aiutati da due partiti: l’Idv e il Pd. Alla fine si dichiarano raccolte in poche settimane un milione e duecentomila firme, e ieri tutte le dichiarazioni facevano riferimento a questo numero, anche se le firme valide sono risultate in realtà 530 mile. Lei sa che per indire un referendum bisogna che vi siano almeno mezzo milione di firme. In ogni cas le proposte abrogative erano due. Con una si cancellava interamente il Porcellum; con l’altra si ritagliava il Porcellum lasciando in vita solo gli articoli 3, 9, 10, 11, che avrebbero praticamente rimesso in vigore la legge precedente (il cosiddetto Mattarelum). I referendum, dopo il controllo delle firme da parte della Cassazione, sono passati al vaglio della Corte costituzionale, che doveva decidere se fossero ammissibili. Dopo un giorno e mezzo di camera di consiglio, la Corte ieri ha deciso che non sono ammissibili.

Perché?

Era una sentenza ampiamente prevista e che il relatore Sabino Cassese ha bene illustrato nella prima giornata di lavori (mercoledì). Il referendum numero uno, quello che abrogava integralmente l’attuale legge elettorale, non era ammissibile perché, in caso di successo dei “sì”, avrebbe lasciato il Paese senza una legge elettorale, avrebbe cioè creato un “vuoto legislativo”. I referendari hanno sempre sostenuto che la vittoria dei “sì” avrebbe determinato, automaticamente, la resurrezione della legge elettorale precedente, ma di questo automatismo, francamente, non c’è traccia nell’attuale legislazione. Illustri costituzionalisti si sono rotti la testa in argomentazioni a favore di questa tesi, da ultimo Angelo Panebianco e Gustavo Zagrebelsky, per non parlare di un appello sottoscritto alla vigilia da 111 eminentissimi. Francamente nessun ragionamento, pur spaccando il capello in quattro, pareva troppo convincente. E infatti la Consulta ha respinto. È particolarmente interessante – a quanto se ne sa finora (le motivazioni devono ancora essere pubblicate) – l’argomentazione che sta dietro alla bocciatura del secondo quesit rifiutando la pratica di ritagliare la legge, la Corte sancirebbe che il referendum può essere solo abrogativo e che il referendum proposto, facendo nascere una normativa del tutto nuova, avrebbe le caratteristiche del referendum propositivo, vietato dalla nostra legislazione.

Non sarà che la Corte ha pronunciato una sentenza politica, facendo un favore al governo e a Napolitano?

È la tesi di Di Pietro che s’è scagliato con la sua solita violenza contro la Corte e contro il presidente della Repubblica: «L’Italia si sta avviando lentamente verso una rischiosa deriva antidemocratica: manca solo l’olio di ricino. È tempo di scendere nelle piazze e di passare alla protesta attiva per non assistere più a questo scempio di democrazia. Quella della Corte non è una scelta giuridica ma politica per fare un piacere al Capo dello Stato, alle forze politiche e alla maggioranza trasversale e inciucista che appoggia Monti, una volgarità che rischia di farci diventare un regime». Mi sembrano parole eccessive. Il Quirinale ha comunque risposto con una nota in cui si bolla l’«insinuazione volgare e del tutto gratuita» indice solo di «scorrettezza istituzionale».

Ma la sentenza è politica o no?

L’insostenibile leggerezza dell’essere ci impedisce di sapere come si sarebbe espressa la Corte se Berlusconi fosse stato ancora a Palazzo Chigi. Se adesso la Corte avesse ammesso in qualche modo i quesiti, il Pdl avrebbe davvero fatto cadere il governo per andare alle elezioni politiche con questa legge e rinviare la consultazione all’anno prossimo? Chi lo sa. Non sono affatto certo che il Pdl vincerebbe le elezioni se si votasse adesso. Ho come la sensazione che, se si votasse adesso, Monti, nonostante la stangata, farebbe il pieno di voti.

Alle prossime elezioni voteremo dunque ancora con il Porcellum?

A quello che si sa, la Corte nelle sue motivazioni ribadirà il concetto – già espresso nel 2008 – che l’attuale legge elettorale soffre, costituzionalmente parlando, di «aspetti problematici» perché il premio di maggioranza non è subordinato al raggiungimento di «una soglia minima di voti e/o seggi». Nelle dichiarazioni di ieri i partiti hanno espresso in coro l’intenzione di cambiare il sistema. Ma si sa già che ognuno vuole la cosa a suo modo, e dunque un’intesa sarà difficile. Bossi ha poi detto che si voterà molto presto, e non ci sarà dunque tempo per una riforma. E Berlusconi ha aggiunto che l’attuale legge è ottima, «bisognerebbe solo rendere nazionale il premio di maggioranza anche al Senato».

[Giorgio Dell’Arti, La Gazzetta dello Sport 13 gennaio 2012]